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Lebanon

In Cinema on Ottobre 26, 2009 at 8:58 am

Lebanon

  • Regia: Samuel Maoz
  • Interpreti: Zohar Shtrauss, Michael Moshonov, , Yoav Donat
  • Genere : drammatico
  • Durata: 92’

Negli anni Sessanta Pier Paolo Pasolini realizzò lo straordinario film La terra vista dalla luna. Raccontava le avventure donchisciottesche e del viaggio di Ciancicato Miao e di suo figlio Baciù, tra miserie, sfortune, vita e morte. Nel 2009, il regista israeliano Samuel Maoz, realizza un film che ha molte attinenze con quello di Pasolini: la vita e la morte, la fuga e il terrore di quel che avverrà. E se nel primo c’era la poesia della vita, in quest’ultimo é evidente la tragicità di una scelta. ‘La guerra vista da un carro armato’ é la storia dell’ottimo film Lebanon, vincitore del Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia 2009.

Il racconto é quello tristemente vero della guerra tra Israele e Libano, nel giugno 1982. Fra i tanti combattenti, quattro ragazzi ebrei inesperti, rinchiusi in un carro armato: Shmulik l’artigliere, Assi il capocarro, Hertzel il servente e Yigal il pilota. Hanno un compito difficile, devono perlustrare una città nemica, bombardata dalle truppe israeliane. In fondo, si tratta di “una passeggiata”, come la definisce il durissimo luogotenente Jamil. Non ci sarà tempo da perdere, perché prestissimo la situazione e la vita sfuggirà di mano allo stesso comandante. Infatti, il carro armato si ritroverà isolato in una trappola mortale.

Neanche la discesa agli inferi dantesca spaventa, come invece accade in questo preziosissimo film, che non è solo un film sulla guerra. E’ un film sul cinema e sulle sue responsabilità: cosa far vedere, su cosa puntare l’attenzione e da quale punto di vista, soprattutto? Qui tutto è girato da un occhio attento all’impercettibile, nascosto nel buio e nel tanfo della guerra. Tranne qualche raro controcampo, il carro armato funge da vera e propria camera oscura, con tanto di macchina da proiezione (il mirino mobile). E si è pubblico noi spettatori e l’artigliere, all’interno del carro, perché per entrambi la visione è sempre più parziale, le reazioni sempre più abbondanti e grondanti paura e rabbia.

Lebanon è un film che non si dimentica, come ogni guerra. Possiede delle potenziali scene che fanno male quanto le ferite irachene, iraniane, afghane, rwandesi, ecc: lo strazio della donna a cui hanno ucciso sua figlia, il capitano che aiuta il prigioniero siriano a urinare, tutto all’interno di un carro-loculo, in cui dall’inizio alla fine, tutto è presagio di morte. Gli odori, le sensazioni e le situazioni, ma anche la claustrante visione. Spettatori e attori si è insieme ai soldati, con i piedi a mollo nella loro stessa immondizia, fra le lattine di birra vuote, cicche di sigarette e sangue di compagni feriti. Si trema con loro, si suda per loro e il vomito sale, insieme alla voglia di scappare via dalla sala. Ma perché correre ed evitare di guardare l’orrore nella sua vera espressione? Con il puntatore si spara, ci si ammazza, con la speranza che domani, si possa tornare a casa e ritornare a sentire l’odore dei cedri del Libano.

Samuel Maoz é stato capace di raccontare la guerra senza filtri, senza censure e in tutto il suo splendore terrificante. Un film che rientrerà fra quelli che nella storia del cinema lasciano un segno importante, alla pari di Apocalypse now, No man’s land e pochi altri. Ma solo nella storia del cinema, perchè la storia degli uomini va avanti da sé, con gli stessi orrori, tempi e visioni.

Giancarlo Visitilli

Cattedrale

In Recensioni on Ottobre 6, 2009 at 2:48 pm

cattedraleG

Vi capita spesso di imbattervi in racconti privi del finale, in cui il timbro narrativo si sostiene sospeso tra amarezza e disincanto?
Segnalo, specialmente, “Vitamine” e “Cattedrale”, da cui il titolo della raccolta.
Non vi è il racconto e l’epopea dell’american dream, non troverete l’happy ending hollywoodiano ovvero la consolatoria impressione di poter vivere aspettando che la nottata sia passata.
L’impatto è di curiosità, di profondità legata al quotidiano, di realtà contemporanea, di solitudine familiare.
E di birra, molta birra…

Claudio Minichiello

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Radio Primo Levi è lieta di ospitare il contributo di un nuovo amico, Claudio Minichiello, con il quale si augura di poter presto nuovamente collaborare. Benvenuto.

Giulia Dream

In Racconti on Settembre 27, 2009 at 9:43 pm

ragazza_rock

Anche quel giorno, puntuale come una sveglia, era passata davanti al negozio con la sua chitarra a tracolla. Non ne conosceva il nome, eppure ogni volta che Ferruccio vedeva quella ragazza il suo cuore sussultava. Era molto bella, aveva i capelli rossi e gli occhi verdi, l’aspetto un po’ ribelle forse, eppure a lui piaceva anche per questo. Aveva deciso che sarebbe diventata la sua ragazza.

Ferruccio, suo malgrado, era costretto a guardarla attraverso due vetri: quello dell’acquario in cui era obbligato a vivere e quello della vetrina del negozio d’animali in cui attendeva fiducioso un padrone che se ne prendesse cura. Ferruccio infatti era un pesciolino, ma non uno qualsiasi, lui era un pesciolino speciale: in principio era destinato a diventare un bambino, un bambino come tutti i bambini di questo mondo, solo che per un errore irreversibile da parte dell’ufficio di collocamento delle anime era finito nel corpo sbagliato. Quello di un pesce. Però la sua sensibilità ed i suoi sentimenti erano rimasti quelli di un essere umano. Bel guaio.

Inoltre amava la musica rock, niente lo saziava e gli dava la possibilità di vivere al di là dei limiti che quel dannato errore gli avevano imposto come la musica. Adorava i Genesis, i Queen, i Pink Floyd e a volte si sentiva un po’ punk. Era un ribelle, un pesce rock.

Se sei un adolescente vivere le pene d’amore è un guaio, ma se sei un pesce è ancora peggio. Tuttavia Ferruccio non si perdeva d’animo: sperava, dannata follia, che un giorno sarebbe diventato un uomo in carne ed ossa. Che avrebbe imparato a suonare il basso elettrico, messo su una band e girato il mondo vivendo della sua passione. Aveva sentito che una sirena, una tale Maruzza, si era sposata ed aveva avuto anche dei figli. Se era successo a lei poteva capitare anche a lui. Viveva in virtù di un sogno, viveva per sognare, sognava per vivere.

A questo mondo nessuno può prevedere il futuro e a volte capita addirittura che i sogni diventino realtà. I sognatori sono fatti di poesia. Vivono un attimo, eppure gli basta.

Un giorno dopo tanti sospiri e migliaia di bollicine Giulia, questo il nome di quel sogno dai capelli rossi, entrò nel negozio e comprò quel pesciolino dai colori indefinibili. Tutto ciò che ne seguì non ci è dato saperlo, eppure è di pochi giorni la notizia della scoperta di una nuova specie animale: dei pesciolini rossi con gli occhi verdi che, sembra, diventino fecondi a seconda della musica che gli si fa ascoltare.  Pare che con i Nirvana in sottofondo si ottengano dei risultati impressionanti.

Solo sulla musica galleggiano i sogni.

Giorgio Castriota