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I viceré

In Classici della Letteratura, Recensioni on ottobre 20, 2008 at 9:44 am

Uscito nel 1894, ad appena 33 anni dall’unità d’Italia, “I viceré” è un romanzo eccezionale, un impressionante affresco della Sicilia di quell’epoca, che viene descritta a tinte molto forti, attraverso soprattutto i suoi personaggi, tutti rancorosi, invidiosi, avidi, pronti a prevaricare il prossimo, pur di affermare il proprio capriccio.

La classe dirigente dell’Isola viene così descritta attraverso la nobile famiglia degli Uzeda di Francalanza, da sempre abituata a comandare e a decidere del destino altrui, avendo sempre fornito all’isola i cosiddetti Vicerè.

E attraverso la descrizione delle realtà interiori dei personaggi appaiono in tutta la loro crudezza alcune realtà che da sempre hanno caratterizzato quella società: il maggiorascato e l’importanza dell’indivisione della proprietà, che destinavano l’intero potere (anche sulle altrui vite) al figlio maggiore, mentre le figlie erano destinate a rimanere “zitelle” o suore, e i cadetti erano destinati alla carriera ecclesiastica, spesso priva di vocazione, ma in compenso caratterizzata da odio, invidia e un forte desiderio di rivalsa. E di qui, l’autore ci offre un crudo spaccato della condizione di degrado e corruzione in cui versava l’istituzione Chiesa in quel periodo.

Al di là delle vicende personali di un nugolo di personaggi, ciascuno a suo modo schiacciato dalla società e dalle convenzioni (ahinoi, quanto ancora assomigliano a certe nostre piccole realtà locali!), si svolgono le vicende della Sicilia, suo malgrado annessa ad uno Stato che viene visto e sentito come estraneo, imposto dall’esterno, certamente non desiderato, e per questo temuto. E all’improvviso tutto quello che ti è stato insegnato a scuola, lo vedi sotto una luce differente: ciò che avevi sempre pensato fosse positivo non lo è più, gli eroi si trasformano in mercenari, la liberazione in invasione.

Il messaggio de “I viceré” è terribilmente attuale e moderno: impressiona la lucidità di giudizio sugli eventi narrati, a così poca distanza dal loro svolgersi, la disillusione sulla classe al potere e sull’unificazione dell’Italia, sugli esiti infelici per la Sicilia, già così chiari all’autore dopo soli 15 anni dal loro avvenire; alla fine, nonostante le guerre e le rivolte, nulla è cambiato (come dirà poi nel “Gattopardo” il giovane Manfredi: ”Affinché tutto rimanga com’è è necessario che tutto cambi”) e al potere c’è sempre la stessa classe dirigente, quei vicerè che ora semplicemente ricorrono al filtro delle elezioni per esercitare un potere che – in fondo – tutti sentono e considerano come un loro diritto, popolo incluso.

E l’autore, ironizzando sulla famosa frase di Massimo D’Azeglio, fa dire ad uno dei suoi personaggi “Adesso che l’Italia è fatta, dobbiamo fare…gli affari nostri”, facendo meritare all’opera una censura che di fatto è durata sino all’uscita del Gattopardo, nel 1958.

Ma infondo, a distanza di 150 anni, è cambiato forse qualcosa nella nostra classe politica, nella nostra società arrivista, nell’animo della gente?

Purtroppo questo libro va letto non solo perché ci istruisce sul passato, ma anche perché è tremendamente attuale, e offre oggi come non mai, mille spunti di riflessione sul nostro presente.

Rosa Lonigro

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Il presidio Primo Levi dà il benvenuto alla prima recensione “esterna” della cara amica Rosa Lonigro, grande estimatrice dei classici della letteratura italiana, sperando di poter accogliere ancora i suoi pensieri. Ancora tante grazie.

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