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La musica oltre le note

In Concerti, Musica, Recensioni on novembre 30, 2008 at 11:35 pm

Steve Reich

Steve Reich

Ho scoperto che la musica più interessante in assoluto consiste semplicemente nell’allineare i loop all’unisono e lasciarli uscire lentamente fuori fase tra loro”.

A volte, quando pensiamo alle belle menti che si celano dietro il logo di Time Zones, non possiamo evitare che una domanda si impossessi di noi: ma che lo facciano apposta? Possibile che una delle loro priorità sia spingersi sempre oltre per il solo piacere di ridersela di nascosto alla faccia delle nostre povere penne che saranno poi costrette a tentare di riportare sulla fredda carta ciò che spesso sfugge all’umana percezione?

Ebbene, se il gioco è questo, allora stavolta non ci stiamo davvero, passiamo la mano, ci diamo malati, abdichiamo, ci eclissiamo, spariamo prima di sparare fesserie. Perché il penultimo appuntamento di questa XXIII edizione del festival delle musiche possibili non si può in alcun modo “dire”; il concerto del Maestro Steve Reich andava ascoltato, partecipato, vissuto, senza limitare in alcun modo i propri sensi, anzi lasciandoli – per una volta – inerpicarsi su sentieri inesplorati.

Nata da una idea del nostro compositore e percussionista Luigi Morleo, la performance – ben lungi dall’essere propriamente inedita – proponeva un viaggio in quella che, a nostro modesto parere, resta tra le migliori produzioni del compositore newyorchese, quella che prendeva le mosse dal suo interesse per le percussioni africane, che lo portò anche a recarsi più volte nel continente ove contrasse addirittura la malaria, anzi, oggi possiamo asserire senza ombra di dubbio che non deve essersi mai del tutto ripreso dalla malattia, dato che – almeno con la musica – non disdegna di tornare sul luogo del delitto, per nostra somma fortuna. In tale accezione, il set proposto in un affollato Teatro Royal di Bari è stato un vero e proprio ritorno al futuro, in cui facevano bella mostra di sé la mitica “Clapping Music”, quella “cosetta” per soli battiti di mani che sembra nata ieri ed invece è del 1972, proposta in apertura di concerto e rubata da quel capolavoro che è (ancora oggi e sempre sarà) “Early works”, ma soprattutto gran parte di quell’opera essenziale per la musica contemporanea che fu l’album “Drumming”, registrato nel 1974 per la Deutsche Grammophone e poi ripubblicato, in versione ridotta, nel 1987 per la Nonesuch. Ora come allora, a farla da padrone è il “phasing”, la tecnica compositiva inventata da Reich che consiste nella continua ripetizione di una breve frase musicale che, ora aumentandone ora diminuendone la velocità di esecuzione, viene ripetuta all’infinito ed infinite volte replicata in modo da crearne infinite combinazioni, che fu progettata inizialmente con il solo aiuto di registratori a bobine, ben presto sostituiti da una esecuzione strumentale vera e propria affidata ad ensemble sempre di altissimo livello, tra cui può ben essere annoverato quello del concerto barese che ha goduto, oltre che della presenza dello stesso Reich, della direzione dell’ottimo David Cossin, conosciuto dalle nostre parti per essere anche curatore del Sound Res Festival a Lecce.

I musicisti impegnati, in un tripudio di tamburi e xilofoni, ma anche tastiere e voci, sempre e solo usate come fossero percussioni, hanno seguito (ed eseguito) alla perfezione la lezione del maestro, “non soltanto suonando insieme, ma addirittura respirando insieme”, permettendo alle composizioni stesse di viaggiare da un lato all’atro del nostro corpo, chiarendoci finalmente quanta differenza vi possa essere tra il sentire e l’ascoltare.

Ed ancora una volta siamo riusciti ad entrare nel gioco reichiano, che per noi piccoli umani vuol dire attraversare un muro di emozioni, pulsioni e repulsioni, lasciarsi penetrare da un flusso sonoro (non-musicale) imperturbabile eppure in continuo movimento, da suoni tribali che crediamo nati con l’uomo ma che forse erano qui prima di lui, che non potranno che essere eterni perché, pur non potendo non riconoscere nel tempo la loro genia sono paradossalmente ma inequivocabilmente senza tempo. In ogni senso.

Pasquale Attolico

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