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Il paese delle spose infelici

In Letture, Recensioni on gennaio 22, 2009 at 10:38 pm

desiati2

È la prima volta che scelgo di parlare di un libro prima di averne completata la lettura, il motivo è, nella sua bizzara particolarità, molto semplice: “Il paese delle spose infelici” è un libro magico. Nel senso più puro del termine. La mia scelta apparirà irrazionale eppure non riesco a comportarmi altrimenti.

La forza dei libri e del meccanismo della lettura risiede nella possibilità, propria di ciascun testo, di essere filtrato dalla sensibilità e dal vissuto di chi lo legge e di vivere una vita diversa nel ricordo di ciascuno dei suoi lettori. Mario Desiati è riuscito ad andare oltre: il suo libro ha la capacità di prescindere dalla storia che ne raccontano le parole e di far immaginare al lettore un’altra storia di cui egli stesso è il protagonista, magari diversa per dinamiche ed epilogo eppure identica per emozioni e nostalgie suscitate. Incredibile.

Ulteriore elemento di fascino che mi fa amare questo libro è il fatto che è stato il libro a scegliere me: avevo del tempo da consumare prima che questo consumasse me, nient’altro da fare se non aspettare che andasse via. In giro per la città vengo portato in una caffetteria dove un giovane autore parla della sua adolescenza, della Taranto di qualche anno fa, di “spose infelici”…mi annoio, sto fermo a fatica, ho bisogno d’altro, eppure qualcosa delle letture estratte dal libro riesce a far vibrare le corde della mia memoria ed a farle suonare. Meravigliosamente. Ritorno bambino, ricordo volti e respiri che non sono più, né qui né altrove, sensazioni che il tempo ha ritenuto opportuno tenere per sé, privandomi della leggerezza propria di chi deve solo correre a perdifiato, senza preoccuparsi della meta. Parlo con l’autore e scopro che abbiamo la stessa età, compro il libro e gli chiedo una dedica: “A Giorgio che ha conosciuto bene gli anni delle spose infelici! Grazie!!!“.

“Una notte andammo al Redentore, vicino alle mastodontiche antenne radar della base militare. La nebbia avvolgeva tutto, eravamo felici e sicuri in quella bambagia di umido che ci nascondeva gli scheletri tentacolari dei sonar e l’orizzonte frastagliato del Siderurgico. Trovammo un giaciglio di felci aggrinzite dall’inverno, ci infilammo nel sacco a pelo che mi ero portato dietro. Eravamo indistinti, appena illuminati da una pila opalescente. Il profumo di quel bosco notturno e le coniche nuvole di freddo che uscivano dalle labbra di Annalisa, non li dimenticherò mai.”

Ed ora vogliate scusarmi, torno nel paese delle spose infelici. Vi aspetto.

Giorgio Castriota

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  1. come sempre giorgio emoziona con la sua scrittura
    in questo caso il libro ha conquistato lui
    inversione di ruoli…ma poi è sempre così mi chiedo?

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