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Conversazione in Sicilia

In Classici della Letteratura, Letture, Pensiero, Recensioni on gennaio 28, 2009 at 9:03 am

vittorini

Quale differenza esiste tra i termini “sublime” e “soave”?

E’ un po’ di tempo, ormai, che Conversazione me la sento nel cuore e nella mente e per definirla ho spesso usato con i miei interlocutori il  termine sublime. Poi ieri, mentre la sfogliavo, mi ha colpito quanto spesso Vittorini per descrivere la Sicilia e i siciliani utilizzi il termine soave,  che vuol dire “attraente,  dolce,  che riesce grato e piacevole ai vari sensi, che infonde calma,  pace e tranquillità”. Sublime, invece, è voce dotta che indica “ciò che è illustre, nobile, eccelso, eccellente, insigne sugli altri”.

Forse se volessimo indicare la grandezza letteraria di quest’opera certamente sottovalutata dal grande pubblico, potremmo definirla sublime, se invece volessimo far comprendere le emozioni che trasmette leggendola, dovremmo senza dubbio definirla soave.

Soave ed emozionante è l’introduzione che ci fa accapponare la pelle, perché all’improvviso, già dalle prime righe ci travolge e ci sentiamo tutti come Silvestro: davanti alle atrocità del mondo, al genere umano offeso, chinare il capo, sentire di non avere interlocutori, di non riuscire a dire e fare nulla, provare “la quiete nella non speranza. Credere il genere umano perduto e non avere febbre di fare qualcosa in contrario, voglia di perdermi, ad esempio, con lui”. Andare avanti sotto la pioggia e sentire, con indifferenza, che l’acqua ti entra nelle scarpe rotte.

Il libro, quindi, comincia così, con la quiete nella non speranza. Ancora una volta.

Ma questo sentimento ormai non è più solo, perché comincia ad essere contrastato da astratti furori che il nostro protagonista prova per il genere umano offeso.

E così, all’improvviso, con una apparente iniziale indifferenza comincia un viaggio verso la Sicilia, fatto di fotogrammi in bianco e nero, intervallati da squarci dai colori dirompenti; e d’un tratto l’indifferenza svanisce, per lasciare il posto alla soavità delle cose reali che si confondono con i ricordi di bambino, in un viaggio nella quarta dimensione che consente a Silvestro di recuperare le sue emozioni autentiche, gli archetipi della sua memoria, la sua fede di bambino (l’aquilone che vede volare alto nel cielo), di quando il mondo era tutto una Mille e una notte.

Memorabili sono i personaggi che incontra durante il suo viaggio: il Gran Lombardo alla ricerca di altri e alti doveri, Coi Baffi e Senza Baffi, la Madre (Donna Concezione), personaggio centrale del libro, che non riesce a dare al figlio risposte strane alle sue domande strane. E poi il nonno, il padre, i malati invisibili incontrati nel giro delle iniezioni, simbolo del genere umano offeso e sofferente, l’Arrotino, l’Uomo Ezechiele, Porfirio, Colombo (ciascuno allegoria di una differente ideologia), gli operai piangenti, il soldato, la donna di bronzo.

Ciascuna di queste figure rappresenta una immagine, un simbolo che il lettore è invitato a cogliere, comprendere e sentire, perché Conversazione è un libro che dice tante cose, ma deve farlo usando il simbolismo delle immagini, per non incorrere nella censura del 1937, anno della sua pubblicazione.

E finalmente arriviamo alla conclusione di questo iperbolico viaggio, anche noi mischiati nella processione che segue e pone domande a Silvestro, il quale, ebbro, si esprime con parole suggellate, ma finalmente non è più solo: ha trovato i suoi interlocutori.

Finalmente la quiete nella non speranza ha lasciato il passo alla speranza nella non quiete.

Rosa Lonigro

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