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Le mie ultime parole – Lettere dalla Shoah

In Letture, Pensiero, Recensioni, Storia contemporanea on gennaio 28, 2009 at 10:55 am

ultime-lettere

Una lettera è un’anima, un’eco fedele della voce che parla (Honoré de Balzac).

Quello che affidiamo a po­che righe o a migliaia di pa­ro­le su una pagina è sicuramente quanto di più intimo, delicato, profondo abbiamo . Le lettere diventano le mappe nella personale geografia dei sentimenti di ciascuno e come una fotografia semantica, fermano un tempo nella sua assolutezza.

Sen­ti­menti che rimangono lì, intoccabili, difesi dalla labilità dei ricordi, dalle rughe che segnano il viso, e che spesso rivivono nella loro bellezza o drammaticità quando quelle stesse frasi tornano a farsi sentire e a farsi leggere. Così come regalano emozioni forti quelle racchiuse nello straordinario volume Le mie ultime parole – Lettere dalla Shoah (Editori Laterza) a cura di Zwi Bacharach (l’edizione italiana è a cura di Fiorella Gabizon): testimonianze di quello che è avvenuto ma da una prospettiva particolare, quella privata, in cui le singole vicende, narrate dalla voce, accorata, appassionata dei protagonisti si intrecciano come spesso accade con i grandi avvenimenti della storia (in questo caso da cancellare perchè è quella legata allo sterminio di milioni di persone nei campi di concentramento nazista).

So­no pagine di amore verso la famiglia uno degli elementi che da sempre caratterizza l’eb­rais­mo: lo strazio degli abbracci mancati, a volte dell’impossibilità di non aver avuto modo di salutare i propri cari o di averli visti andar via lontano, la consapevolezza della fine imminente o il non sapere nulla del destino terribile che si stava compiendo. Proba­bil­mente nessuno degli au­to­ri di questi frammenti d’anima avrà avuto la consapevolezza che quello che veniva scritto alla madre, alla sorella, alla moglie, agli amici sarebbe diventato documento, de­nuncia, narrazione dell’orrore: quello che qui emerge è l’esperienza personale di ciascuno che permette di ritrovare però degli elementi comuni, primo fra tutti il tentativo di l’eliminazione graduale di ogni forma di umanità.

Scritte tra il ’38 e il ’42, le lettere, sono state spedite da chi abitava nelle grandi città europee prima dei rastrellamenti di massa, da chi invece era nei lager e da quelli che vivevano in clandestinità. An­che se (quando lo sterminio diventò sistematico), erano sottoposte a censura e spesso i messaggi erano cifrati, molte si sono salvate e sono custodite negli archivi dopo essere state donate dai familiari o dagli stessi deportati sopravvissuti: molte, tra quelle recuperate,  vennero gettate dagli ebrei che si trovavano sui treni diretti ai campi. Quasi miracolosamente qualcuno le ha raccolte e le ha inviate all’indirizzo indicato: un gesto che, per chi non ha più ri­vi­sto i suoi cari, sarà stato im­pa­gabile.

In quasi tutte le lettere (la maggior parte vengono dal­la Polonia) da un lato la spon­taneità delle sensazioni, i pensieri di ‘cura’ per gli scampati all’orrore e dall’altro un u­ni­co grande coro nell’essere ri­cor­dati dalle generazioni future. La stessa lettera diventa un yizkor, quella che viene definita preghiera commemorativa in cui il morto è chiamato per nome e per colui che la recita, l’identificazione con chi non c’è più, diventa intima e significativa. Così come spesso viene chiesto ai parenti di organizzare un yahrzeit, un giorno per il ricordo (i riferimenti sono alla data di deportazione o a quello che precede l’esecuzione), che inevitabilmente ci ricollega alla giornata della memoria istituita il 27 gennaio.

Sono lettere toccanti, lunghissime, brevi riflessioni sul senso dell’esistenza (escluse quelle, pochissime, che invece sono degli ebrei che non potendo più sopportare le atrocità subite decidono di togliersi la vita), pensieri che riescono ad andare oltre il filo spinato attraverso le  ali eterne della speranza e a guardare ad un futuro migliore.

A parlare, a raccontare, a scrivere, uomini e donne che non sono più tornati, a cui è stato sottratto tragicamente e preventivamente il nuovo di un tempo non ancora giunto. Quello che ci pia­ce pensare è che quelle parole, che possiamo ora rileggere per non dimenticare, ab­biano aiutato chi ha dovuto continuare a vivere con un vuo­to così grande per sempre accanto, ad andare avanti, ad innamorarsi ancora, a guardare verso il cielo ogni mattina, a stupirsi di ogni bimbo che nasce. Nonostante tutto.

Gilda Camero

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