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Psicologia di massa del fascismo

In Letture, Pensiero, Recensioni on febbraio 3, 2009 at 9:50 pm

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Ho incontrato questo libro molti anni fa, subito dopo la fine della mia travagliata carriera di studente universitario. Travagliata anche a causa del mio impegno politico in quell’ambito, che necessariamente mi tolse del tempo da dedicare allo studio.

Di quell’esperienza, a parte il bellissimo ricordo che ne conservo, mi impressionò la difficoltà che spesso incontravo nel coinvolgere molti colleghi nella lotta per cambiare il modo di fare didattica ed esami e per ottenere spazi, biblioteche e laboratori al fine di poter studiare e approfondire. Specie per chi come me, studente fuori sede, “viveva” in facoltà per molte ore al giorno. Molti colleghi apparivano disinteressati, apatici quando non impauriti e in qualche modo sembrava che inspiegabilmente non comprendessero come certi cambiamenti fossero palesemente nei loro interessi.

Persone con questo tipo di atteggiamento le ritroviamo in ambito lavorativo e le incontriamo tutti i giorni nella nostra vita sociale, quando, ormai sempre più raramente, capita che di sera, davanti ad una birra, si inizi a discutere di temi un po’ più seri rispetto alle consuete banalità, tipicamente di derivazione televisiva o cinematografica di bassa fattura.

In questo libro si tenta di spiegare il perché di certi comportamenti e come tali comportamenti possano produrre fenomeni terribili come quelli che furono il nazismo ed il fascismo.

“Psicologia di massa del fascismo” di Wilhelm Reich è un libro che spazia fra sociologia, psicologia e politica ed è quindi difficile sintetizzarne i contenuti. Preferisco riportarne un paragrafo che, nella sua brevità, credo sia il più significativo nell’esporre sinteticamente le tesi sviluppate nel libro: una sorta di “trailer”.

L’uomo apolitico

“Arriviamo al problema dell’uomo cosiddetto apolitico. Hitler non solo ha fondato il suo potere a priori con l’appoggio delle masse fino a quel momento essenzialmente apolitiche, ma ha compiuto “legalmente” anche il suo ultimo passo fino alla vittoria nelle elezioni del marzo 1933 con la mobilitazione di non meno di cinque milioni di persone che fino a quel momento non avevano votato, cioè di persone apolitiche. I partiti di sinistra si erano sforzati in ogni modo di conquistare masse indifferenti, senza chiedersi che cosa significa “essere indifferenti o apolitici”.

Se 1’industriale e il grande proprietario terriero sono chiaramente a destra, la cosa è senz’altro comprensibile se si tiene conto dei loro immediati interessi economici. Per loro un orientamento politico a sinistra significherebbe una contraddizione con la loro condizione sociale e sarebbe quindi spiegabile solo con motivi irrazionali. Se il lavoratore dell’industria politicamente è orientato a sinistra, la cosa è razionalmente del tutto coerente perché è determinata dalla sua posizione economica e sociale nella fabbrica. Ma se gli operai o gli impiegati o i funzionari sono politicamente orientati a destra, la cosa è dovuta alla confusione politica cioè all’ignoranza della loro posizione sociale.

Più una persona che appartiene alla grande massa dei lavoratori è apolitica e più facilmente diventa accessibile all’ideologia della reazione politica. Questa apoliticità non è però, come si crede generalmente, uno stato psichico passivo, ma un atteggiamento altamente attivo, una difesa contro il senso di responsabilità sociale. La scomposizione di questa difesa dal modo di pensare socialmente responsabile ci fornisce risultati inequivocabili che chiariscono parecchi aspetti oscuri dell’atteggiamento di larghi strati di persone apolitiche. Nella media degli intellettuali, “che non vogliono sapere di politica”, si possono facilmente dimostrare immediati interessi economici e paure per la loro esistenza che dipende dall’opinione pubblica e per i quali fanno i sacrifici più grotteschi sul piano delle loro conoscenze e convinzioni. Fra le persone che occupano un posto qualsiasi nel processo produttivo, e che, malgrado ciò, sono irresponsabili socialmente, si possono distinguere due grandi gruppi. Fra gli appartenenti al primo, il concetto di politica è inconsciamente associato all’idea della violenza e del pericolo fisico, con una grave paura che impedisce loro di orientarsi in base alla realtà. Fra gli altri, che senz’altro costituiscono la maggioranza, l’irresponsabilità sociale è dovuta a conflitti e preoccupazioni personali, fra i quali prevalgono le preoccupazioni sessuali. Se una giovane impiegata, che dal punto di vista economico avrebbe molte ragioni di avere una responsabilità sociale, è socialmente irresponsabile, in 99 casi su 100 lo si deve alle sue cosiddette “storie d’amore”, o, per parlare con parole più serie, ai suoi conflitti sessuali. Questo vale allo stesso modo per la donna piccolo borghese che deve raccogliere tutte le sue forze psichiche per dominare la propria situazione sessuale in modo tale da non crollare totalmente.

Il movimento rivoluzionario ha finora compreso male questa situazione e ha cercato di politicizzare le persone “apolitiche” cercando di rendere coscienti in loro soltanto gli interessi economici irrealizzati. La pratica ha insegnato che è difficile indurre questa massa di “apolitici” ad ascoltare, ma che essa è capace di accogliere facilmente in modo favorevole le frasi mistiche di un nazionalsocialista, senza che questi parli molto dei suoi interessi economici.

Come si spiega questo fenomeno?

Con il fatto che i gravi conflitti sessuali (in senso più lato), indipendentemente dal fatto che siano o consci o inconsci, impediscono il pensiero razionale e lo sviluppo della responsabilità sociale, rendendo la persona in questione paurosa e incapsulandola. Se poi incontra un fascista che ricorre ai mezzi della fede e della mistica, quindi ai mezzi sessuali, libidinosi, allora rivolgerà tutti i suoi interessi dalla sua parte, non perché il programma fascista le faccia maggiore impressione di quello dei movimenti rivoluzionari, ma perché nella dedizione al Führer ed alla sua ideologia trova uno sfogo momentaneo alla sua continua tensione interiore, perché in questo modo riesce a dare inconsciamente un’altra forma al suo conflitto e a risolverlo.

Non c’è bisogno di essere psicologi comprendere perché la forma eroticamente eccitante del fascismo riesca a dare una specie di soddisfacimento, anche se travisato, a una donna piccolo-borghese sessualmente disperata che non ha mai pensato alla responsabilità sociale, o a una piccola commessa che non ha mai trovato la via alla coscienza sociale a causa di un’insufficienza intellettuale, determinata da conflitti sessuali. Bisogna conoscere la vita di questi cinque milioni di persone che prendono una decisione, “apolitiche”, socialmente represse, così come si svolge in realtà, per comprendere anche quale ruolo svolge la vita privata, cioè essenzialmente la vita sessuale, sotterraneamente alla grande vita sociale. Non la si può registrare statisticamente; e non siamo nemmeno ammiratori della pseudo-esattezza statistica che ignora la vita reale, mentre Hitler con la sua negazione della statistica e sfruttando le scorie della miseria sessuale ha conquistato il potere.

L’uomo socialmente irresponsabile è l’uomo assorbito dai conflitti sessuali. Volerlo rendere socialmente responsabile eliminando la sessualità, come si è fatto finora, non solo è un’impresa senza speranza, ma il mezzo più sicuro per consegnarlo alla reazione politica che sfrutta brillantemente le conseguenze della sua miseria sessuale.”

Qualche interrogativo sorge spontaneo.

C’è da chiedersi se certa televisione “privata e commerciale”, ricca di “silicone” ed “anabolizzanti” e povera di contenuti culturali non sia stata creata per destare l’interesse e orientare l’opinione degli “apolitici e socialmente irresponsabili” definiti da Reich e quale sia in questo senso il suo peso nella situazione politica e sociale che viviamo oggi. Del resto nel film di Moretti, mentre uno stuolo di “veline ben svestite” ballano in uno studio televisivo, “il caimano” dice: “Preferivate la televisione di Stato con due canali grigi, uguali, i programmi che finivano alle 11 di sera e con quelle ballerine tutte vestite?”. Ed il pubblico: “Noooooooo”. C’è da chiedersi perché, in questa televisione, quasi tutta la pubblicità è a sfondo sessuale. Forse il mezzo meccanico, elettronico, l’indumento firmato quando non addirittura uno yoghurt che ti fa fare “l’amore con il sapore”, promettono (ma ovviamente non mantengono) di risolvere i “conflitti sessuali” di molti telespettatori, con l’effetto solo di lenire le “tensioni interiori” creando in loro dipendenza. E così questi comprano prodotti, si “fanno” chili di yoghurt e votano “l’Unto del Signore” senza sapere perché e per chi, spesso agendo palesemente contro i propri oggettivi interessi economici e sociali.

Per la giornata della memoria, infine, ancora una citazione dal libro:

“Il fascismo, nella sua forma più pura, è la somma di tutte le reazioni irrazionali del carattere umano medio. Il sociologo ottuso, a cui manca il coraggio di riconoscere il ruolo predominante della irrazionalità nella storia dell’umanità, considera la teoria fascista della razza soltanto un interesse imperialistico, per dirla con parole più blande, un “pregiudizio”. Lo stesso dicasi per il politico irresponsabile e retorico. L’intensità e la vasta diffusione di questi “pregiudizi razziali” sono la prova che essi affondano le loro radici nella parte irrazionale del carattere umano. La teoria della razza non è una creazione del fascismo. Al contrario: il fascismo è una creazione dell’odio razziale e la sua espressione politicamente organizzata. Di conseguenza esiste un fascismo tedesco, italiano, spagnolo, anglosassone….L’ideologia razziale è una tipica espressione caratteriale biopatica dell’uomo orgasticamente impotente.”

Geppo Coppola

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