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I fratelli Karamàzov

In Classici della Letteratura, Recensioni, Teatro on marzo 1, 2009 at 3:54 pm

Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Cinque uomini. Un padre e quattro figli, fratellastri tra loro, che un dio crudele – egli stesso feroce patrigno – ha voluto riunire per determinarne la pressoché totale distruzione.

Cinque uomini. Cinque solitudini. Cinque pianeti che un destino crudele ha deciso di fare entrare in rotta di collisione con effetti assolutamente disastrosi.

Detto così, I fratelli Karamàzov, l’ultimo romanzo scritto da Fëdor Michajlovič Dostoevskij, appare poca cosa. Eppure chi nella sua vita è inciampato nelle sue pagine non ha mai più potuto riprendere il precedente passo; chiunque si sia accostato alla lettura di quello che viene unanimemente considerato il punto più alto della produzione, tanto in senso letterario quanto filosofico, del Genio russo, ha deciso, impudentemente o no, di valicare le colonne d’Ercole della sua anima, di imporre nuovi orizzonti alla propria conoscenza, di sottoporsi ad una seduta psicanalitica che, in frequentissimi casi, si prolunga lungo l’arco di una intera esistenza.

La potenza della parola di Dostoevskij è devastante: dopo esservi entrato in contatto si cammina tra le macerie del proprio pensiero, ove pure può capitare di perdersi, come accade a taluni personaggi dello stesso libro; ogni singola frase della sua opera meriterebbe infinite riflessioni che, qualora mai – e non lo crediamo – noi fossimo in grado di estrinsecare, non potrebbero essere riportate sulla fredda carta.

Qui diremo solo, senza tema di smentita, che non vi è alcuna possibilità per il lettore di dimenticare quel capolavoro che, nelle intenzioni dell’autore, doveva essere solo la prima parte della biografia del giovane Aleksej (il terzo dei fratelli), prima che la morte ne arrestasse la penna nel 1881. Ebbene, a nostro modesto parere non sarà facile dimenticare neanche l’adattamento teatrale che Marinella Anaclerio ne ha realizzato sotto l’egida della “Teatro e Società”, del Comune di Bari e della Regione Puglia. E tale affermazione – lo diciamo subito, a scanso di facili battute – non è determinata dalla durata della pièce (oltre quattro ore) che parrebbe aver preventivamente terrorizzato il pubblico barese – peraltro accorso numerosissimo e dimostratosi attento per l’intera durata dello spettacolo – e che, invero, aveva preoccupato anche noi, pur memori di passate similari esperienze (ad esempio con le regie del divino Ronconi o dell’Amleto integrale di Lavia in un affollato Petruzzelli), bensì dalla solidità di uno spettacolo che, pur avendo nella parola il suo punto naturale di forza, non manca di catturare anche gli occhi dello spettatore, grazie alla essenziale – benché a tratti visionaria – e, pertanto, sapiente regia della stessa Anaclerio, ben coadiuvata nell’opera dalle monumentalmente spartane scene di Pino Pipoli, dai rispettosi costumi di Stefania Cempini e dalle efficaci luci di Pino Ruggiero. E se la scommessa – come ci è parso di comprendere sin dalla scelta del titolo I Karamazov – dello spirito della carne del cuore– era quella di porre sotto la luce dei riflettori il ritratto non solo di una ributtante famiglia, bensì di una riluttante comunità in cui non è dato scorgere alcuna possibilità di comune redenzione, in cui tanto l’umano conflitto tra fede e ragione quanto la divina fedeltà alle leggi del libero arbitrio hanno dato i loro peggiori frutti, generando esclusivamente dubbi, solitudini, inquietudini, dissapori, odio, perdizione ed, infine, morte, allora occorre plaudire alla totale riuscita dell’operazione, che ha potuto godere della sempre ottima recitazione di un cast tutto pugliese che, pur essendo improntato su di una preziosa coralità, ha trovato momenti vicini alla perfezione nell’Ivan di Fulvio Cauteruccio (sublime nel difficilissimo passaggio del Santo Inquisitore), nel Fedor di Roberto Mantovani, nel Dmitrij di Totò Onnis e nella Lise di Cristina Spina; ma ciò non voglia diminuire il valore di tutti gli artisti (impegnati spesso in più ruoli) che, nonostante l’impressionante tour de force, sono riusciti a catapultarci negli inestricabili labirinti di un mondo di parole e teoremi che Dostoevskij creò per noi, rivelandoci l’esistenza di una mostruosa normalità, di una disumana umanità, che, in fondo, è anche nostra.

Pasquale Attolico

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