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C’era una volta in America

In Cinema, Recensioni on marzo 6, 2009 at 10:36 pm

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  • Titolo: C’era una volta in America
  • Anno: 1984
  • Regia: Sergio Leone
  • Interpreti: Robert De Niro, James Woods, Elizabeth McGovern, Joe Pesci,  Danny Aiello, Mike Monetti, Noah  Moazezi, Jennifer Connelly, Julie Cohen.
  • Colonna Sonora: Ennio Morricone

La bellezza, la poesia, la violenza…in una parola: C’era una volta in America, il capolavoro che ebbe una gestazione quasi ventennale e che fu per Sergio Leone, una sorta di testamento spirituale.

Tratto dal romanzo Mano armata (The Hoods, 1983) di Harry Grey Aaronson  è un geniale affresco sull’apprendistato di un gruppo di delinquenti del Lower East Side di New York negli anni 20 e si sviluppa, attraverso le vicende dei protagonisti, come metafora della vita, del rapporto tra i sessi e del peso dei ricordi.

Ci sono opere a volte che affascinano in modo particolare, si ha in queste situazioni la sensazione che esse siano state fatte apposta per noi, per noi soltanto. È ciò che mi è capitato alla prima visione di C’era una volta in America.

È un film che è tanti film: un’accurata ricostruzione storica del proibizionismo, una storia d’amore, un film sull’amicizia, ma soprattutto un film sul tempo, sul tempo perduto.

Un inizio e una fine speculare, una fumeria d’oppio, a racchiudere i salti temporali della mente offuscata di Noodles (De Niro) gangster ebreo, che rievoca tra realtà e sogno i suoi amori, i suoi amici, la sua carriera malavitosa. La vita violenta di Noodles e compagni attraversa tutte le fasi di un vero e proprio romanzo di formazione: l’infanzia in un quartiere povero, i primi furti e le scorribande da ragazzi, un’amicizia che nasce da bambini e si prolunga nel tempo, tra iniziazioni al sesso e alla violenza, tra desideri di dolcezza e di serenità e il richiamo della strada.

Noodles vive esperienze forti: se da un lato tenta la scalata ai vertici della malavita dall’altra sogna l’amore di Deborah, la coetanea del quartiere. Costruirà, immaginerà e celebrerà l’amore per questa donna per tutta la vita, in carcere, in solitudine, nella fumeria d’oppio. Sempre lontano da lei o quasi.

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L’incontro fra l’aspirante star Deborah (Elizabeth McGovern) e Noodles è una delle pagine chiave del film. «Hai aspettato molto?», chiede uscendo dal teatro la bellissima Deborah, splendida in abito bianco. «Tutta la vita», risponde Noodles, che l’aspetta con macchina e autista. E via verso Long Island. «Volevi un ristorante sul mare? Fuori stagione sono chiusi e questo l’ho fatto aprire per te. I tavoli sono tutti apparecchiati per due, scegli quello che vuoi». Sorpresa ma non intimidita da tanto lusso, Deborah sceglie un tavolo. I camerieri si precipitano e sollecitano le ordinazioni in francese. Lei risponde con sicurezza e intanto un’orchestrina con i musicisti intonano “Amapola”. Tutto è bianco, luminoso. « conosci il nome dei piatti, rispondi in francese, chi ti insegna tutto questo?», Osserva Noodles che ogni sera, in prigione, leggeva la Bibbia e pensava a Deborah ragazza quando gli leggeva il Cantico dei cantici. «Tu sei la sola persona di cui mi sia mai importato. Ma so che mi vorresti chiusa in casa e che getteresti la chiave, è vero?». «Sì», risponde lui. «Il guaio è che io ci starei volentieri, ma il guaio è che ho dei progetti». «E io ci sono nei tuoi progetti?»… « Domani devo andare a Hollywood e ti ho voluto vedere stasera per dirtelo». «Vuoi che me ne vada?» . «No, non voglio che tu te ne vada». «Balliamo?», propone lei «Mi inviti?». «Ti invito». «Allora ballo». Come in un sogno, di un attimo che resta eterno.

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Un film violento e spietato, tenero e commovente. Ma anche la denuncia di una società corrotta. Tanto che quando uscì nelle sale americane, nel 1984, la censura impose una serie di tagli “politici”.

Immagine dilatabile a senso complessivo dell’esperienza di Noodles è quella, notturna e piovosa, in cui mescolato alla folla, vede i cadaveri dei tre amici che ha tradito (per salvargli la vita). Il senso di colpa lo tormenterà per tutta la vita anche di fronte ad un tradimento ben peggiore. Questa è la grandezza di quest’uomo che paga più di tutti e per tutti, forse, ma che vive e matura più di tutti…

Chi ama il cinema, non può permettersi di non vedere questo capolavoro. E’ uno di quei film che rimane dentro, nell’anima. Un puzzle complesso che trova la sua giusta combinazione solo alla fine, quando tutti i pezzi si sono perfettamente incastrati.

Un film malinconico ma di una malinconia di fondo, che a volte accompagna la storia di ognuno di noi…un film unico, vero, raccontato da quegli occhi di De Niro bambino, che poi diventa adulto, fino a diventare vecchio… Il tutto percorso da una colonna sonora fantastica che scandisce magistralmente tutte le emozioni dei protagonisti e i loro ricordi. Un film a volte anche crudo, violento…Quanta rabbia e realismo nella scena in cui De Niro “possiede” la donna che ha sempre amato e che sente sua, che deve essere sua.

Un film che è il cinema, un film che non si può dimenticare.

Rudy Miggiano

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