RPL

L’anima buona del Sezuan

In Recensioni, Teatro on maggio 31, 2009 at 11:53 am
ZZ_suazen

Mariangela Melato

Spesso ci siamo chiesti cosa crei il capolavoro, da dove nasca quella forza occulta che ci costringe a restare in commossa ammirazione davanti a ciò che parla ai nostri sensi prima ancora che al nostro cervello, che agisce in modo così forte sulla nostra psiche da renderci inermi davanti al suo potere, catturarci e legarci a sé in modo indissolubile, cosa riesca in modo subconscio a trasformare ai nostri occhi una semplice opera d’arte o un’apprezzata artista in tesori di inestimabile valore che non potranno mai temere la sfida del tempo né tantomeno il mutamento dei gusti. Pur piegandoci alla ormai accertata impossibilità di trovare una ragionevole risposta a questi quesiti, ci si lasci almeno gioire della certezza di aver avuto l’inestimabile fortuna di essere stati immeritatamente testimoni di taluno di questi miracoli.

Quando tanti (forse già troppi) anni fa assistemmo nel nostro Petruzzelli alla messa in scena che Giorgio Strehler aveva realizzato del capolavoro di Bertolt Brecht “L’anima buona del Sezuan”, che vantava la presenza, tra gli altri, di Renato De Carmine, Andrea Johansson e Massimo Ranieri, nel nostro ancor imberbe immaginario di spettatore ne facemmo lo “spettacolo perfetto”, in cui confluiva ogni nostra idea di teatro, anzi d’arte nel senso più puro del termine; ogni gesto, ogni trovata scenica, ogni guizzo geniale del Maestro si impressero nella nostra mente tanto da diventare una sorta di prototipo con cui ogni pièce teatrale avrebbe dovuto negli anni confrontarsi, uscendone, il più delle volte, sconfitta. Confessiamo che da allora non abbiamo più potuto (e forse nemmeno voluto) assistere ad una rappresentazione di quell’Opera, sino a che non ci è giunta all’orecchio l’eco che, in questo finale di stagione teatrale nazionale, questa impresa veniva affrontata da colei che per noi è la perfezione, dall’unica artista che riteniamo abbia la facoltà di affrontare ciò che appartiene all’Olimpo del Teatro in quanto essa stessa ne è inamovibile abitante; venirne a conoscenza dell’impresa ed esserci è stato un tutt’uno, anche se questo ci ha “costretti” ad uscire dai nostri casalinghi e rassicuranti confini. D’altronde, non vi era alcuna possibilità di resistere al richiamo della divina Mariangela Melato e della ennesima grandissima tenzone che andava affrontando, una prova assolutamente impegnativa, diremmo titanica, non solo per la durata dello spettacolo – quasi quattro ore – ma anche per il doppio ruolo ricoperto (la prostituta Shen-Te e suo cugino Shui-Ta) che la costringeva a continui cambi di costume. La storia è nota, perfetto mosaico brechtiano sulla impossibilità tanto di essere operatori di bene senza essere schiacciati dai propri simili quanto di essere potenti senza inquinare la propria anima.

La regia di Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani ci è parsa volutamente allontanarsi dalla luminosità e pulizia della edizione strehleriana, realizzando una messa in scena più moderna, sporca, cupa, quasi dark, opprimente, nonostante fossero predominanti i colori forti, con i personaggi tutti fortemente caratterizzati, grazie anche all’apporto del convincente cast.

Ma su tutto, come era naturale che fosse, si elevava la Signora Melato, sublime come sempre, ancora una volta capace di “essere” il personaggio che altre avrebbero solo interpretato e di mettere al suo servizio tutto l’immenso bagaglio accumulato e l’innato talento che le è proprio, di creare un alone ipnotico che, anche in una serata da pubblico difficile (al limite della decenza) come quella cui ci è stato dato in sorte di partecipare, non lasciava allo spettatore possibilità di scampo, costringendolo ad immedesimarsi nella protagonista, a vivere la tragedia dell’osteggiata bontà di Shen-Te. Quando, nel commosso epilogo, la sua voce si è levata per urlare il proprio (bi)sogno di una umanità che potesse sconfiggere la nostra disumana realtà, la Melato non era più solo l’eroina brechtiana, bensì ogni uomo, ogni donna che innalza il proprio grido di dolore richiamando l’indispensabilità di un finale diverso da quello disperato consegnatoci dall’autore. Ebbene, nella nostra visibile commozione, noi non potevamo non pensare a quanto fosse per noi indispensabile e vitale l’immensa Arte della splendida Mariangela Melato, che speriamo di poter applaudire nuovamente in questa riuscita edizione de “L’anima buona del Sezuan” nella prossima stagione teatrale barese, magari nel risorto Teatro Petruzzelli, così chiudendo un cerchio che, per noi – ma crediamo anche per altri -, sarebbe foriero di un meraviglioso corto circuito emotivo. Presto, pensiamo come ciò sia attuabile!

Pasquale Attolico

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...