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Il prete giusto

In Letture, Pensiero, Recensioni on aprile 24, 2010 at 10:41 pm

“Sono nato a Limone, nel 1907, e porto il nome Raimondo, del mio nonno paterno e del mio fratellino morto forse nel 1901 a un anno e mezzo di età. Noi siamo i Viale di Mundatti, della tribù dei Mundu, dei Raimondi. Mia madre voleva che portassi il nome di suo padre, Giovanni, ma quando sono nato mia madre era a letto, e così mio padre ne ha approfittato – era l’unico momento in cui poteva comandare – e mi ha chiamato Raimondo.”

“Il prete giusto” si presenta come facevano gli uomini di una volta, i quali non si limitavano a fornire nome e cognome ma dicevano anche di chi erano figli, da dove venivano e il perché del proprio nome, quasi volessero mostrare consapevolezza dell’importanza delle proprie radici.

Don Viale è un uomo buono e coraggioso che di abbassare lo sguardo di fronte alle ingiustizie non ne ha mai voluto sapere, rimanendo della stessa idea anche dopo le bastonate dei fascisti, l’arresto, il carcere, gli anni di confino, il disprezzo da parte delle gerarchie ecclesiali, la diffidenza dei fedeli e la solitudine. Esser liberi ed integri, a volte, comporta anche questo.

Don Raimondo nell’estate del 1982 decide di affidare le proprie memorie a Nuto Revelli raccontandosi allo scrittore piemontese che le raccoglie non dimenticando di annotare, ed interpretare, gli eloquenti silenzi del parroco ribelle di Borgo San Dalmazzo. Don Raimondo racconta i drammi collettivi che il suo secolo gli ha imposto: la dittatura fascista, la guerra, l’8 settembre, la lotta partigiana, le stragi naziste e fasciste, la persecuzione degli ebrei. E il suo affrontarli esponendosi sempre in prima persona per cercare di aiutare Abele in fuga da Caino. Quello che ne scaturisce è un libro in cui niente risulta essere superfluo e, giunti alla fine, si ha la stessa sensazione che regala il colloquio con un vecchio incontrato per caso, il quale è ben lieto di offrire una lezione di vita a chi è disposto ad ascoltarlo.

Leggendo questa testimonianza ho trovato una delle più belle definizioni di “resistenza”, definita e descritta in maniera sublime dalle parole di un uomo che sa cosa dice senza mostrare esitazioni nell’affermare il proprio pensiero:

“Appartengo al clero e mi vanto di appartenerci. Ma tra il clero sono pochi quelli che sanno capire la mentalità degli altri. La mia mentalità è evangelica nel senso vero del termine: la resistenza. Sì, la resistenza che è una dote dell’uomo maturo, dell’uomo che rifiuta tutto ciò che è ingiusto, e si ribella, si ribella…La Bibbia è piena di resistenza, da Mosè, da Giacobbe…, fino all’Apocalisse che è tutta una resistenza. La resistenza è perciò cosa sacra, è un elemento di vita che conserva la vita e respinge tutto quello che è contrario alla dignità umana e alla vita stessa. E’ resistenza non farmi intimidire da un vescovo, da un prefetto, da un questore. Qualsiasi cittadino, cristiano o non cristiano, deve poter dire a chi detiene il potere: <Non voglio offenderla, ma su questo punto io sono convinto del contrario>. “

“La libertà è come l’aria, ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare” disse Piero Calamandrei nel 1955 agli studenti di Milano. Parole eterne, sempre attuali. Non tutti gli uomini ne sono consapevoli e i più riescono a farne a meno, lasciandosi avvolgere dalle nebbie dell’indifferenza e dal desiderio del quieto vivere, accontentandosi di una vita forse lunga e tranquilla ma tanto vuota quanto miserabile. Don Viale non rinuncia alla sua libertà neanche in vecchiaia:

La chiesa deve disporre di un suo capitale per vivere dignitosamente. Ma che poi vada a braccetto con i grandi speculatori finanziari, con dei banchieri tipo Sindona, tipo Calvi, ah questo no…E allora cancelli anche la festa di San Francesco, cancellatela, toglietela, regalatela piuttosto ai buddisti. Questa mia sincerità è discutibilissima. Io non solo sono discusso ma condannato dalla maggioranza. Ma io morirò così, spero di morire così.

Il mondo è dei puri di cuore. Questa è Resistenza.

Giorgio Castriota

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