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Resistere a Mafiopoli

In Biografie, Letture, Pensiero on novembre 19, 2010 at 6:39 pm

Bari, 18 novembre 2010.

Resistere a Mafiopoli. Più che un esercizio retorico, sembra un ossimoro per sognatori. Però qualcuno ce l’ha fatta. Quasi sempre a prezzo della vita: perduta sul tritolo o nel purgatorio di un’esistenza sotto scorta.

Testimonianza vivente è Giovanni Impastato, che ieri ha presentato il suo ultimo libro in un incontro pubblico presso l’Istituto Margherita, moderato da Massimo Melpignano, e con la partecipazione di Michele Emiliano per la sua esperienza di giudice antimafia.

Il libro “Resistere a Mafiopoli” scritto a quattro mani con Franco Vassio, edito da Stampa Alternativa, ripercorre tutte le fasi della vita di Peppino attraverso gli occhi di un fratello “affascinato” e compagno di lotta. Dall’infanzia fino all’assassinio, il 9 maggio 1978. E’ un libro-intervista fatto di domande, talune molto private, alle quali Giovanni risponde con onestà intellettuale e dovizia di particolari.

La storia di Peppino Impastato è difficilmente incasellabile. Egli è stato un uomo delle istituzioni travestito da trentenne, che ha mosso guerra alle radici più profonde e oscure dell’animo umano. Si è rivoltato contro l’autorità dell’etica condivisa, della deferenza al potere, del rispetto al padre mafioso, in nome di un’eccellenza civica che è andata eccezionalmente oltre la banale onestà.

Peppino ha sollevato le pietre del “quieto vivere” e del “tengo famiglia” per stracciare le pagine di una tranquillità borghese, patriarcale e connivente. Ha dovuto sacrificare tutto, compresa la propria paura di morire, per essere integralmente un uomo di Stato.

Quando si pensa a uomini come Peppino Impastato spesso si chiude la partita chiamandoli “eroi”. Anticamente con questo termine si indicavano uomini nati dall’unione di una divinità e di un essere umano, dotati di capacità e abilità straordinarie. La realtà è che quando li chiamiamo “eroi” gli stiamo dicendo che essi sono lontani, anomali, diversi dal nostro modo di vivere e pensare.

Si dice, parlando di costoro, che siano stati tutti uomini lasciàti morire “soli”. Forse sarebbe meglio definirli cittadini liberi lasciati morire in una comunità di sottocittadini diversamente onesti.

Roberto Anglani

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