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Archive for the ‘Biografie’ Category

Il disco del mondo

In Biografie, Musica on febbraio 5, 2013 at 10:27 pm

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Attraverso questo libro, scritto in maniera discreta e toccante, ho scoperto la musica di Luca Flores. Musicista sensibile e geniale morto suicida nel marzo del 1995.

Cos’è la musica? Si può definire? Credo non compiutamente. Se ne può parlare tanto, ma ogni parola non sarebbe altro che un argine parziale, inadatto allo scopo. Musica e vita si intrecciano, strette in un abbraccio umido e caldo. Graffiandosi, ferendosi, con violenza e con dolcezza.

Osceno e insopportabile è il silenzio urlato di una vita soffocata. Sublime e stupefacente la musica di una vita scagliata e infranta contro le barriere imposte a contenerla.

Sarà Golia a vincere, come sempre, e ci guarderà col suo ghigno sicuro e beffardo. Ma almeno una pietra, almeno una, attende impaziente nella fionda di Davide.

Le anime belle di questo mondo vibrano in sincrono con la poesia delle note di Luca Flores. Che Dio l’abbia in gloria.

Giorgio Castriota

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Resistere a Mafiopoli

In Biografie, Letture, Pensiero on novembre 19, 2010 at 6:39 pm

Bari, 18 novembre 2010.

Resistere a Mafiopoli. Più che un esercizio retorico, sembra un ossimoro per sognatori. Però qualcuno ce l’ha fatta. Quasi sempre a prezzo della vita: perduta sul tritolo o nel purgatorio di un’esistenza sotto scorta.

Testimonianza vivente è Giovanni Impastato, che ieri ha presentato il suo ultimo libro in un incontro pubblico presso l’Istituto Margherita, moderato da Massimo Melpignano, e con la partecipazione di Michele Emiliano per la sua esperienza di giudice antimafia.

Il libro “Resistere a Mafiopoli” scritto a quattro mani con Franco Vassio, edito da Stampa Alternativa, ripercorre tutte le fasi della vita di Peppino attraverso gli occhi di un fratello “affascinato” e compagno di lotta. Dall’infanzia fino all’assassinio, il 9 maggio 1978. E’ un libro-intervista fatto di domande, talune molto private, alle quali Giovanni risponde con onestà intellettuale e dovizia di particolari.

La storia di Peppino Impastato è difficilmente incasellabile. Egli è stato un uomo delle istituzioni travestito da trentenne, che ha mosso guerra alle radici più profonde e oscure dell’animo umano. Si è rivoltato contro l’autorità dell’etica condivisa, della deferenza al potere, del rispetto al padre mafioso, in nome di un’eccellenza civica che è andata eccezionalmente oltre la banale onestà.

Peppino ha sollevato le pietre del “quieto vivere” e del “tengo famiglia” per stracciare le pagine di una tranquillità borghese, patriarcale e connivente. Ha dovuto sacrificare tutto, compresa la propria paura di morire, per essere integralmente un uomo di Stato.

Quando si pensa a uomini come Peppino Impastato spesso si chiude la partita chiamandoli “eroi”. Anticamente con questo termine si indicavano uomini nati dall’unione di una divinità e di un essere umano, dotati di capacità e abilità straordinarie. La realtà è che quando li chiamiamo “eroi” gli stiamo dicendo che essi sono lontani, anomali, diversi dal nostro modo di vivere e pensare.

Si dice, parlando di costoro, che siano stati tutti uomini lasciàti morire “soli”. Forse sarebbe meglio definirli cittadini liberi lasciati morire in una comunità di sottocittadini diversamente onesti.

Roberto Anglani

La musica in testa

In Biografie, Letture, Musica on febbraio 23, 2009 at 7:52 am

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“Ma chi te lo fa fare?”.

A volte qualcuno pone a Giovanni Allevi questa domanda: ma chi te lo fa fare? La risposta è tutta contenuta all’interno del suo libro, “La musica in testa”, edito da Rizzoli.

Ed è forse la medesima risposta che ognuno di noi si dà quando si pone la stessa domanda: ma chi ce lo fa fare? Cos’è che ci porta ad inseguire un sogno, a voler raggiungere a tutti i costi l’obiettivo che ci siamo prefissati? Cos’è che ci spinge a partire, a lasciare la nostra casa, i nostri genitori, i nostri amici, per trasferirci in un’altra città, e a fare di tutto per emergere, farci accettare?

Probabilmente è la “Strega capricciosa”, soprannome che Giovanni Allevi dà alla Musica, ma che ognuno di noi può attribuire alla propria ambizione, allo sport, ai nostri desideri, alla voglia di realizzarsi ed essere sé stessi.

Questo piccolo libro è la descrizione dettagliata di come si possa raggiungere uno scopo se in esso si crede davvero. E di sicuro Allevi crede nella Musica. Nella sua Strega capricciosa.

E’strano come ci si possa riconoscere nel suo monolocale, nella Metropolitana di Milano, nella descrizione emozionante di piazza del Duomo. Nella fatica per farsi conoscere, per ottenere un’audizione, nella paura che lo assale prima di ogni concerto. Somiglia tanto alla tenacia che bisogna avere nel credere in sé stessi al punto da mandare ogni giorno il proprio curriculum a qualche azienda, nella speranza che proprio il tuo non sia uno dei tanti che sarà cestinato. Somiglia un po’ alla storia di ognuno di noi , di chi si costruisce il proprio futuro, o almeno cerca di farlo.

L’amore-odio smisurato che Giovanni Allevi prova per il pianoforte mi fa venire in mente una canzone di Paul Mc Cartney di  qualche anno fa, dal titolo “Ebony and ivory“:

“Ebony and ivory

Live together in perfect armony

Side by side on my piano keyboard

Oh Lord, why don’t we?

We all know

That people are the same

Wherever you go

There is good and bad

In everyone

When we learn to live

We learn to give each other

What we need to survive

Together alive”

E’ un libro che si legge tutto d’un fiato, che fa venir voglia di amare la vita, sotto qualunque forma essa si presenti. Rende l’immagine di un geniale pianista assolutamente vicina ad ognuno di noi, con le sue paure, i suoi attacchi di panico, le sue gioie, le sue soddisfazioni, le sue amnesie. Con i suoi applausi.

Claudia Cappello

Milk

In Biografie, Cinema, Pensiero, Politica, Recensioni on febbraio 5, 2009 at 12:10 pm

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Milk ( Usa, 2008 )

  • Regia: Gus Van Sant
  • Interpreti: Sean Penn, Emile Hirsch, Josh Brolin, Diego Luna, James Franco
  • Genere: biografico
  • Durata: 128′

In tempi in cui gli uomini di potere, in Italia, si dividono tra chi è dalla parte delle leggi di Dio e chi, invece, dalla parte di quelle dell’uomo, un film come questo è il giusto modo per comprendere che può esistere un’altra possibilità: la persona, prima di tutto. Anche prima delle leggi.

Milk è il film ideale per riflettere, in questi giorni in cui facciamo memoria su quello ch’è stato e su quello ch’è ancora oggi, fomentato dalla terribile idea della persecuzione della diversità.

“Da qualche parte, a Des Moines o a San Antonio, c’é un ragazzo gay che ha improvvisamente realizzato di essere gay. Sa che se i suoi parenti lo scoprono lo cacciano di casa, i suoi compagni di classe lo scherniscono e gli Anita Bryant e i John Briggs (ndr politici omofobi dell’epoca) fanno la loro parte in tv. Per il ragazzo si prospettano diverse soluzioni: nascondersi nello sgabuzzino e suicidarsi. Trasferirsi in California o restare a San Antonio e combattere”. Questa è la premessa che accompagna il destino di un uomo che oggi potrebbe avere il nome di altri uomini in carne ed ossa: da Nichi Vendola ad Obama, da Oscar Pistorius a Mandela. Uomini che hanno fatto della loro diversità la bandiera per superare, con la verità, le leggi terrene e celesti.

Quasi suddiviso in due parti, il film è l’unione di un interessante documentario storico, con molte scene tratte da filmati del tempo, insieme al racconto che lascia spazio solo all’emozioni. Un movimento di “diversi” che lotta e cresce, utilizzando solo l’arma della propria dignità e dei propri diritti: gay, poveri, marginali, uomini e donne.

Il regista, Gus Van Sant, che ci aveva lasciato con il bel Paranoid Park, riesce con abilità ad armonizzare documentario e fiction. A raccontare la vita di Harvey Milk, nato a Woodmere (Long Island, New York) e laureatosi all’Albany State College. Nel ’52 si arruola in marina, ma presto é congedato. Fu lo stesso Milk a rivelare che in quella occasione era stato vittima di una discriminazione, dato che le forze armate americane non tolleravano la presenza di omosessuali al loro interno. Trasferitosi, nel ’72, a San Francisco, la città più accogliente per i gay, si stabilì con il compagno Scott Smith e, nel quartiere di Castro, aprì un negozio di fotografia, il Casto Camera. Emerse ben presto come leader della comunità gay, fondando la “Castro Valley Association” dei commercianti locali, e fungendo da rappresentanti per gli interessi del quartiere, nelle relazioni con il governo cittadino. Il clima, a livello nazionale, non era certo favorevole agli omosessuali (non diversamente da quello di oggi, specie nel nostro paese cattolico), ma Milk osò candidarsi tre volte. Fu sempre un insuccesso. Ma il suo impegno pubblico lo portò ad essere il portavoce della comunità gay di San Francisco, venendo per questo soprannominato “Sindaco di Castro Street”. Nel ’77 fu eletto consigliere comunale, risultando così il primo rappresentante eletto di una delle maggiori città degli Stati Uniti ad essere apertamente gay. In undici mesi si batté in difesa di una legge per i diritti dei gay. Fu anche decisivo nel rigetto della “Proposition 6”, supportata dal senatore dello stato Briggs, che avrebbe permesso agli insegnanti dichiaratamente gay di essere licenziati in base alla loro identità sessuale. Milk dibatté pubblicamente con Briggs sull’argomento, rivelandosi in questo modo, per acutezza e per intelligenza all’intera nazione. Nel novembre 1978 la “Proposition 6” fu fermamente respinta dai californiani. La sua vittoria non è stata solo una vittoria per i diritti dei gay, ma ha aperto la strada a coalizioni trasversali nello schieramento politico. L’incarnazione e un modello per chi, ancora oggi, combatte per i diritti civili.

Non è difficile comprendere perché questo film ha già ottenuti importanti riconoscimenti (il New York Film Critics Circle gli ha assegnato il premio come miglior film dell’anno. Sean Penn e Josh Brolin hanno vinto, rispettivamente, il premio come migliore attore protagonista, oltre al fatto ch’è anche candidato ai Golden Globe, e quello come migliore attore non protagonista). Immenso Penn. Credibile, perché autenticamente sofferente e passionale, nello stesso tempo morente, al modo di alcuni fra i migliori personaggi utilizzati dal nostrano Puccini nelle sue opere, in modo particolare, in Tosca.

Un film impedibile per chi intende la memoria non come un qualcosa di legato al passato, ma piuttosto ancorato ad un presente che si vorrebbe cambiare.

Giancarlo Visitilli

Thomas Mann, la contraddizione in persona

In Biografie, Classici della Letteratura, Pensiero on dicembre 11, 2008 at 12:20 am

Thomas Mann

Thomas Mann

Scavare dentro la propria anima è un processo faticoso e doloroso e, per questo, un numero limitato di scrittori ha rivissuto la propria vita e la propria crescita nelle loro opere. Uno di questi è il romanziere Thomas Mann, premio Nobel per la letteratura 1929, che ha fatto dell’indagine interiore, l’oggetto del suo capolavoro: “Tonio Kröger”.

L’esistenza di Thomas Mann, fu, sin dall’infanzia, un compendio di due nature opposte, quella paterna appartenente al mondo borghese, incentrato sui doveri morali, e quella materna, caratterizzata dalla sensibilità artistica, dall’amore per la musica e la fantasia. Questa sintesi generò una particolare sensibilità individuale che portò l’artista a soffrirne le più intime contraddizioni.

Rivelerà, lui stesso, i propri tormenti di adolescente alla fidanzata con queste parole:

Lei sa che io, che la mia persona umana non ha potuto svilupparsi come quella di altri giovani; sa che un talento può essere assorbente, può succhiare il nostro sangue come un vampiro; Lei sa che vita fredda, inaridita, puramente ostentativa e rappresentativa io abbia vissuto per anni; sa che per anni, e per anni importanti, come essere umano mi sono considerato uno zero e ho voluto diventar qualcuno solo come artista…(lettera a Katja, principio di giugno 1904)

La vicenda culturale di Mann si basa su questo dualismo antitetico e contrastante, ai limiti del paradossale: da un lato, la nostalgia e l’amore per la semplice vita borghese, dall’altro il fascino e l’attrazione, parliamo di una vera vocazione, per l’arte, che danno origine ad una complessa vita spirituale.

E’ importante sottolineare che quando lo scrittore tedesco affrontò le prime esperienze intellettuali, la scena culturale tedesca di fine Ottocento era dominata dalla presenza di grandi personalità filosofiche ed artistiche come Schopenhauer, Nietzsche e Wagner, che egli stesso definirà la sua “Triplice costellazione”.

Del loro pensiero, Mann condivise il rifiuto di una visione positiva della vita tipica, invece, dalla classe borghese, capitalistica, tutta dedita al progresso ed al fattore economico, estranea perciò ai valori dell’arte.

Il pensiero artistico del giovane Mann si orientò e si formò, di conseguenza, in un’atmosfera cupa, materiale, concreta ma tristemente reale, in cui egli stesso si ritrovò precocemente incline a vivere i dissidi interiori di un’anima divisa tra la vocazione artistica e le norme sociali dell’ambiente borghese, sentimento che ritroveremo poi nel suo Tonio, protagonista del romanzo breve “Tonio Kröger”.

In “Tonio Kröger” viene rappresentato quindi il disagio interiore vissuto dall’adolescente Tonio, dietro cui si cela lo scrittore, nonché il trauma dell’artista, emarginato dal mondo e sconvolto dalla contraddizione tra esistenza artistica e vita borghese e dal rapporto problematico con la vita. Nei primi due capitoli dell’opera, è rilevante, infatti, l’analisi del disagio adolescenziale derivante dalla costante indagine interiore, nel quale lo scrittore ravvisa le possibili basi del formarsi di una coscienza artistica.

Cresciuto in un ambiente borghese, Tonio è un ragazzo quattordicenne caratterizzato da un’estrema sensibilità e dall’iniziale temperamento artistico che lo porteranno a sentire forte la contraddizione tra il modo di concepire la vita tutto teso agli affari e la forte tendenza verso il mondo dell’arte; Tonio, nonostante la giovane età, manifesta interessi culturali e letterari che non solo lo distinguono dai coetanei ma, lo rendono “inadatto” alla vita felice e spensierata dei suoi compagni. Memorabile è la scena in cui il ragazzo, durante le lezioni di ballo, si rimprovera di non essere rimasto nella sua stanza a leggere Immensee di Storm. Quello sarebbe stato il suo posto. Solo crescendo, il ragazzo capirà che la sofferenza è parte integrante degli animi sensibili che tendono all’arte.

Non a caso, il romanzo breve è considerato una delle più raffinate indagini psicologiche esistenti nella letteratura europea del XX secolo, un’analisi introspettiva ed intimistica, che si può definire “autoformazione o “autoeducazione”.

Lo stesso autore asserisce in “Goethe scrittore in Nobiltà dello Spirito”, che la vocazione educativa dello scrittore si delinea come una problematicità che vuol confessarsi, come qualche cosa di non comune, e che tuttavia è destinato a diventare, dal punto di vista umano, universale.

In Mann, alias Kröger, il processo educativo avviene per mezzo delle esperienze vissute che riguardano la lotta contro se stesso e contro il mondo esteriore; “Un’educazione che voglia essere puramente obiettiva,” dice Mann, “che non parta dal presupposto della propria formazione, non è che vuota pedanteria”. L’opera ha dunque origine dalle antinomie da cui l’autore deriva e attraverso cui egli si forma, nel tentativo di trovare il loro punto d’incontro in Tonio Kröger, l’artista che ritrae con amorevolezza e nostalgia il mondo borghese, facendo di esso, così lontano e diverso da lui, l’oggetto della sua arte.

Fu un modo per Mann di giungere ad una conclusione, di porre fine ad un’eterna contraddizione e di trovarvi una giustificazione reale che seppur ben esplicata, non trovò forse mai dimora nella sua anima. Perché, in fondo, lui stesso era contraddizione.

Claudia Ruggiero

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Il Presidio Primo Levi cresce ogni giorno di più, oggi lo fa grazie a Claudia Ruggiero che ci ha voluto regalare questo suo scritto su Thomas Mann. A Claudia, che è una delle prime sostenitrici del Presidio, esprimiamo tutta la nostra riconoscenza.