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Archive for the ‘Cinema’ Category

Alice in Wonderland

In Cinema on marzo 17, 2010 at 11:33 pm


  • Regia: Tim Burton
  • Interpret: Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Mia Wasicowska, Anne Hathaway
  • Genere: Avventura, fantastico
  • Durata: 110’

C’è molta licenza narrativa in questo nuovo e tanto atteso lavoro del maestro della dark animation, Tim Burton. E’ bene saperlo perché altrimenti c’è il rischio che i bambini portati in sala si annoino e, giustamente, reclamino il loro “cartone di Alice nel paese delle meraviglie”, quello bello della Disney.

Innanzitutto, Burton fa crescere d’età la stessa protagonista del film: non è una bambina ma nemmeno un’adulta, forse neanche un’adolescente. Convogliata e costretta alle nozze con lord Hamish, rifiuta, perché tale unione è evidente materializzazione di un certo conformismo e perbenismo, di cui la sua vita è circondata. In realtà, la logica che guida il mondo costruito da Burton è che “I matti sono i migliori”, per cui qualsiasi consuetudine tradizionale o normalità è sinonimo di massificazione, tant’è che la stessa crescita di Alice sarà un continuo rifiuto a scendere a patti con la realtà.

Nonostante la favola di Caroll sia intrisa di grandi sentimenti, compresa la paura, Burton, forse per privilegiare quest’ultima soltanto, tralascia tutti gli altri, omettendo anche tutto quanto di poetico c’è nel testo di una delle storie più importanti dell’infanzia di tutti (o quasi). Infatti, quelli che mancano nel film sono i sentimenti e la poeticità di un’infanzia ch’è già adulta, abituata ad avere rapporti con mostri e draghi cattivi. E’ vero che sempre ritorna in Burton l’incontro/scontro fra normalità e mostruosità, come anche nell’ultimo non eccezionale Sweeney Todd, ma in Alice eliminare quell’ingenuità di sguardo tipica delle favole, a favore dell’artificio e dell’artificiale, compresi gli inutili e brutti effetti 3D, almeno in questo film, è piuttosto spiacevole. Alla fine quello che a tutti rimane del film è il castello in cui abita la Regina di cuori, l’unico capace di farci ricordare che un tempo si era bambini e si guardavano i “cartoni animati”. Forse perché il castello è proprio quello della Disney, sebbene avremmo voluto vederlo sgombro da nubi, fossati e putride acque scure con teste mozzate, a cui costringe Tim Burton il suo pubblico. Sembra che egli voglia a tutti i costi dare per scontato come il nonsense, il gusto per lo strampalato e per le cose fuori dall’ordinario siano tutto ciò che governa il mondo. E’ vero che abbiamo alcuni personaggi politici, è vero anche che tanta “anormalità” guida le cose della terra, e anche quelle dello Spirito, ma qualcuno, per sbaglio, rientrerà a far parte pure di quella quotidianità delle cose, ch’è fatta di valori, sentimenti, poesia, desiderio di libertà, di quel paese delle meraviglie così ben raccontato nel film d’animazione della Disney cinquant’anni fa?

Purtroppo Alice non è così bello come avrebbe potuto e forse dovuto essere, perché la storia non scorre, i dialoghi non incidono, non c’è pathos, i personaggi sono freddissimi come gli effetti 3D. La scena del prefinale, quella con la “danza” di Depp, che desta molto imbarazzo, magari potrebbe essere un omaggio a Michael Jackson, così al non sense aggiungeremmo il sense del non sense. Tuttavia, da evitare.

Giancarlo Visitilli

La bocca del lupo

In Cinema on marzo 5, 2010 at 10:46 pm

  • Regia, soggetto, sceneggiatura, fotografia: Pietro Marcello
  • Interpreti: Vincenzo Motta, Mary Monaco
  • Genere: drammatico
  • Durata: 67’

“Ti amo, bastarda” è solo un verso di questa bellissima poesia-film, La bocca del lupo, titolo che si riferisce ad un celebre romanzo ottocentesco di Remigio Zena. Ambientato nei luoghi cari al primo De André, al Guttuso più intimo e al Pasolini di sempre, il film di Pietro Marcello è tra le migliori opere italiane del 2010, vincitore allo scorso Festival di Torino e presentato nei giorni scorsi a Berlino. Questo film documentario-non-documentario prende le mosse da un’idea della Fondazione “San Marcellino”, dei padri Gesuiti, che da anni assistono le comunità di emarginati e indigenti di Genova.

All’orizzonte il mare, sulla scogliera gli avanzi di case e nella campagna una casetta in cui due persone consumano il loro sogno. I notturni e i ritorni che fanno pensare al poeta di Recanati, le lunghe assenze di Pascoli, le macerie di paesaggi ungarettiani. In questi ambienti un amore, quello tra Enzo e Mary, insieme dallo stesso momento in cui, tanti anni prima, si conobbero dietro le sbarre di un carcere. Due persone con una storia alle spalle molto diversa: lui è figlio di un contrabbandiere siciliano, trapiantato a Genova, condannato a ventisette anni di prigione per aver quasi ammazzato due poliziotti; lei è una transessuale, anni prima appartenente alla borghesia romana, ma rifuggita nel capoluogo ligure per rincorrere la sua sessualità. Il loro sarà un continuo aspettarsi e ritrovarsi, al tempo e al ritmo della nostalgia di luoghi impressi nella memoria, in cui la città di Genova è continuamente rivisitata e mai definitivamente abbandonata. Un amore che si alimenta tra nastri registrati, lettere ingiallite e continui messaggi, di cui si aspetta fremente l’arrivo e l’invio. In essi l’unico linguaggio è quello dell’amore allo stato puro, classico, antico, di quello raccontato dai poeti latini e greci: vivere lontani dalla città, al calore di un fuoco e in compagnia di quel domestico ch’è fatto di presenze animali e sentimentali.

Un cinema che deve ancora venire, ma che nel frattempo è già passato, è quello di La bocca del lupo. Raccontarne è riduttivo, definirlo ancora più superfluo. Un’intima ballata, costruita con molti ‘pianissimo’ e pochi ‘andante’, in quanto la sinfonia è quella di due solitudini, fra amore e redenzione, interpretate da due attori-non-attori (in quanto veri), di eccezionale e naturale bravura.

Il regista casertano, Pietro Marcello, classe 1976, aveva già dato prova della sua bellissima poeticità nel racconto, attraverso il mediometraggio Il passaggio della linea, giustamente premiato alla Mostra del Cinema di Venezia del 2007. Dopo l’esperienza di questa seconda ed importante prova, l’attesa di un lungometraggio si fa importante. E la stessa fremente attesa, per la prossima prova di questo eccezionale regista, rimanda a quello che lo stesso Remigio Zena scrisse nel suo romanzo: “Dopo il pasto viene il guasto, dopo il canto viene il pianto, diceva quello, e diceva bene”.

Giancarlo Visitilli

Totò – Tocchi e ritocchi

In Cinema, Letture on febbraio 18, 2010 at 4:00 pm

Maschera, mito, signore della risata, Principe di Bisanzio, marionetta, simbolo per eccellenza del cuore di Napoli. Totò, Antonio De Curtis, è tutto questo ma anche molto, molto altro. Perchè i suoi personaggi, la sua vita, reale e sul palcoscenico (difficile definire il limite, il confine tra le due), le sue battute diventate assiomi, rappresentano una filosofia ben precisa dell’esistenza. Ad un uomo straordinario, che ha saputo far sgorgare il sorriso anche da situazioni tragiche e paradossali, iconografia di un’intera città e non solo, è dedicato il bel libro (un vero saggio) pubblicato dalla casa editrice leccese Il Raggio Verde in cui si ricostruisce come in puzzle la personalità dell’attore attraverso differenti punti di vista e angolazioni. Si parte dall’analisi di Peppino Ortoleva (docente di storia dei mezzi di comunicazione all’Università di Torino) in cui Totò viene messo a confronto con Chaplin: il primo legato al sonoro e soprattutto sintesi della tradizione, della cultrura napoletana, capace di raffigurare (vedi Totò Diabolicus) tutti i ruoli sociali, al contrario del secondo, artista globale prima della globalizzazione, espressione del muto e assolutamente outsider perchè fuori dalla società, fuori dagli schemi, capace di una critica feroce a quelle stesse regole e ad un sistema (si pensi a Tempi moderni) massificante e alienante. Estremamente legata invece allo spirito plautino l’opera del Principe, così come viene ribadito da Ferruccio Bertini (docente di Letteratura latina all’Università di Genova) e i riferimenti sono ad Uccellacci Uccellini o ancora ad altre pellicole in cui si ritrova il tema dei simillimi (Bacchides, Amphitruo), i gemelli che in Totò terzo uomo sono addirittura tre  o ancora Totò cerca casa che ricorda nella trama la Mostellaria dell’autore latino.

In generale ritroviamo gli stessi discorsi retorici, i doppi sensi, la trasformazione delle parole, i riferimenti alla politica e una comicità motoria, affidata all’espressione corporea. Il capitolo di Dino Cofrancesco (docente di Storia del pensiero politico all’Università di Genova) si muove sul concetto di sublimazione poetica del qualunquismo (vedi la lettera dei fratelli Caponi): contrariamente a quanto ha sostenuto la critica dell’epoca Totò era l’espressione della commedia dell’arte (bisognava concedergli carta bianca) e la sua grandezza è testimoniata dal fatto che ha lavorato con grandi registi da Zampa a De Sica e con interpreti di levatura internazionale (è stato accanto alla Magnani in Risate di gioia un film splendido di Monicelli, apprezzato da un critico come Morando Mo­­ran­di­ni). Michela Nacci (docente di Storia del pensiero politico all’Università de ll’Aquila) si è soffermata su Totò come espressione delle due anime dell’Italia, di due mondi, il Nord e il Sud (il primo è un territorio molto esteso ‘ho fatto il militare a Cuneo’, il secondo si identifica solo con Napoli). Nel contatto con lo straniero invece questa differenza scom­pare e To­tò diventa l’italiano furbo, men­­tre le classi sociali si riducono a due ovvero ‘Miseria e Nobiltà’. Ad indagare il rapporto con le donne, amatissime, ci ha pensato Marisa Forcina (docente di Storia del pensiero politico nell’Università del Salento): tra gli aneddoti quello su Malafemmina che ufficialmente l’attore scrisse per la moglie che voleva lasciarlo ma secondo altre versioni, dedicata a Silvana Pam­panini che lo avrebbe rifiutato. Nessuna misoginia per la Forcina, anzi i film sono antesignani degli studi di genere che appassioneranno le femministe.

Non poteva mancare uno sguardo puramente filosofico e, in questo caso, l’analisi è di Giovanni Invitto (docente di Filosofia teoretica all’Università del Salento), curatore della collana, in cui Totò appare come personificazione della critica all’esistenzialismo (vedi l’ironia sul movimento in Fifa e arena o in Totò all’inferno in cui è ancora più esplicita) o il concetto della morte nella famosa poesia ‘A livella che rende tutti uguali. Ma Totò è soprattutto una città. Il suo cuore, la sua anima, la sua cultura, sono quelli di Napoli così come ci ricorda Antonietta Fulvio (che ha creato con Giusy Petracca la casa editrice Il Raggio Verde e che realizza con questo libro un suo piccolo grande sogno) descrivendo, poeticamente e da napoletana verace (chi avrebe potuto farlo meglio?)  il rapporo tra l’attore e il luogo in cui è nato e ha vissuto. In questo capitolo viene ricostruita la vita dell’attore partendo dalla sua morte, il 15 aprile del ‘67, da quell’uscita ‘spettacolare’ dalla vita che segnava l’ingresso nel mito.

Totò continua ad essere parte di una terra dalle mille contraddizioni che non l’ha dimenticato (come potrebbe?): immagine del visibile e del non visibile (la Napoli sotterranea dei decumani), della pietas per le anime pezzentelle ‘quelle che non visita nessuno’, dei vicoli del Rione Sanità, di quel rapporto costante con la morte che esiste ‘come la pioggia e bisogna accettarla’, della capacità di affrontare con ironia le grandi tragedie e della teatralità che si respira continuamente, ogni giorno e ovunque. Poesie, canzoni, detti, per un uomo che non diventò mai napolide, ma realizzò la favola a di Cenerentola, al maschile in cui il bimbo povero riconosciuto solo dalla madre, diventa Principe di Bisanzio. Totò è Napoli luogo in cui tutto rinasce e ricomincia (così come canta Ivano Fossati), dove ‘una lacrima è solo l’altra faccia del sorriso’.

Ultimo tassello del puzzle quello sul rapporto tra Totò e i giovani d’oggi di Liliana De Maria (studentessa di Psicologia) in cui questa figura è ancora oggi un simbolo per contrastare ingiustizie e diseguaglianze. Libro nel libro, i meravigliosi disegni di Giancarlo Montelli (a Lecce sono stati esposti gli originali al Museo Provinciale Castromediano) in cui vengono riproposti i personaggi con i loro tratti caratteristici.

Leggendo il libro, guardando i ritratti sembra che Totò non sia mai andato via e che un giorno o l’altro magari lo vedremo nuovamente apparire e con una smorfia ci farà ancora sorridere. Dove? Beh, a Napoli naturalmente…

Gilda Camero

Lourdes

In Cinema on febbraio 17, 2010 at 3:47 pm

Lourdes (Austria, 2009)

  • Regia: Jessica Hausner
  • Interpreti: Sylvie Testud, Lèa Seydoux, Bruno Todeschini
  • Genere: drammatico
  • Durata : 99’

Felicità è tenersi per mano andare lontano la felicità… E’ il tuo sguardo innocente in mezzo alla gente la felicità”. Non c’era testo più profano di questo che potesse commentare in modo straordinario questo importantissimo film, presentato in anteprima mondiale all’ultimo Festival del Cinema di Venezia e che non finisce di entusiasmare il pubblico e la critica di ogni paese. E’ un film che piace ai credenti e agli atei, ai figli di Dio e ai figli degli uomini. Per questo, è fortemente spirituale.

La storia è quella di Christine, giovane ragazza confinata su una sedia a rotelle. Nel tentativo di ricevere il miracolo, l’unico che potrebbe farle cambiare la sua vita, Christine compie un pellegrinaggio in uno dei più grandi e più affollati luoghi della spiritualità del mondo, Lourdes. Qui riesce a vivere, come tutti i pellegrini, quella sorta di (auto)suggestione, forte emotività, caricata dalle tante pratiche religiose che spesso fanno gridare al miracolo. Il pellegrinaggio è guidato da un quarantenne, un volontario dell’Ordine di Malta. Finanche l’interesse e la cura di quest’ultimo nei confronti di Christine apparirà come un altro miracolo. Perciò, intorno alla ‘miracolata’ si concentreranno la curiosità, l’invidia e l’ammirazione per essere stata “graziata” dalla Madonna.

Dopo un lungo lavoro di convincimento, da parte della giovane regista, Jessica Hausner, nei confronti delle autorità ecclesiastiche, a concederle i permessi per filmare i luoghi sacri, il lavoro ultimato è un documento importante su quanto non era mai stato detto, soprattutto nella ‘religiosissima’ Italia, sul miracolo. Una riflessione laica, obiettiva, implacabile, che mostra ma non fa vedere (come le tantissime inquadrature sovrastate da colonne, muri e tende che impediscono di osservare, ma non di capire) quel che accade in una sorta di danza di anime disperate e felici. La Hausner utilizza uno stile molto personale, sebbene i richiami a Ordet siano travisabili, ma non fondamentali. La regista austriaca studia tutto nei minimi particolari, e tutto diventa metafora di un pensiero, trattandosi di una dialettica in cui gli opposti si materializzano nella visione di potenti ossimori. Della protagonista Christine non sentiamo mai il nome, nel corso di tutto il film, quasi per sottolineare l’indicibilità del miracolo e della miracolata, quest’ultima da studiare, analizzare e preservare. Interpretata da un’attrice di una bravura incredibile, Sylvie Testud (ha lavorato con veri ammalati di sclerosi multipla), Christine è l’unica pellegrina, nel gruppo di cui fa parte, ad essersi recata nella cittadina mariana, senza cercare qualcosa di preciso. Tant’è che la miracolata vivrà il suo primo giorno da donna normale, godendosi un’infelicità instabile come le sue gambe, fra “un bicchiere di vino con un panino”, e la compagnia di un uomo, ovvero la Felicità secondo Al Bano.

Il meraviglioso e unico miracolo che avviene nel film è la sorpresa con cui lo spettatore, alla fine, si alza e lascia la sala con i pesanti dubbi che appesantiscono i suoi passi: Christine è caduta? E’ inciampata? Ha avuto semplicemente un capogiro? E il miracolo, quindi, è avvenuto o no? E perché, allora, il suo sorriso e la sua felicità (con tanto di sottofondo musicale) mentre si mette a sedere sulla sedia che l’aveva tenuta immobile per tanto tempo? Irrazionalità e speranza, bigottismo e disillusione, devozione e antidoto, fanno di questo film un capolavoro del cinema moderno, capace di parlare di noi e di loro, ma anche di quelli che arrancano fra la vita e la morte, con l’unica certezza, il dubbio, da adesso, e fin nell’ora della nostra morte.

Giancarlo Visitilli

Fortapàsc

In Cinema on novembre 28, 2009 at 8:33 pm

  • Regia: Marco Risi
  • Interpreti: Libero De Rienzo, Valentina Lodovini, Michele Riondino, Ernesto Mahieux
  • Genere: drammatico
  • Durata: 106’

“Questo non è un paese per giornalisti giornalisti, ma per giornalisti impiegati”. Dura sentenza, quella di Marco Risi, per bocca di Giancarlo Siani, un giornalista che in questi tempi di cambiamento politico avrebbe detto le cose “pane pane e vino al vino”, senza antipasti alcuni, come si è piuttosto soliti leggere, ascoltare e ingoiare in questo nostro paese.

Un sogno, durato tanti anni, quello di Marco Risi, di portare sullo schermo la vicenda del giornalista napoletano ucciso dalla camorra nel 1985 ad appena ventisei anni, ora concretizzatosi in Fortapàsc.

Inevitabili i confronti con Gomorra, ma solo per pochissimi aspetti contenutistici, e con il miglior cinema di denuncia del nostro paese, compresi gli altri importanti lavori di Marco Risi, da Ragazzi fuori a Mery per sempre, passando anche per Il muro, Il branco, ma in Fortpasc c’è anche molto del cinema di Gianni Amelio e di Franco Rosi (Le mani sulla città sembra fortemente citato durante le riprese del Consiglio comunale). Un film importante, perché non solo dà l’opportunità di conoscere la vita straordinaria di un giornalista coraggioso, non utilizzando i panegirici, come si è soliti fare nel nostro paese, ma offre anche l’immagine di una Napoli insolita, in cui anche le sedi giornalistiche, da quella del Mattino, alla periferia, e quella in città, conservano gli odori di sigarette, i rumori delle Olivetti e le migliaia di pagine sbiadite o volutamente annerite.

Il film ricostruisce gli ultimi quattro mesi di vita dell’intraprendente Giancarlo Siani, reporter d’assalto abusivo de Il Mattino, che da Torre Annunziata aveva pubblicato un articolo coraggioso sull’arresto del boss Valentino Gionta, rivelando scottanti retroscena nella guerra di cosche che in quegli anni imperversava in quei territori. Lo scoop gli vale la promozione da precario di provincia a giornalista con suo ufficio e scrivania nella redazione di Napoli, mosso da tanta passione per la verità e con quel pizzico di incoscienza di chi si trova a mettere il naso in affari più grandi di lui.

Molto interessante anche la scelta del cast, sebbene due accorgimenti non sembrano inopportuni: Libero De Rienzo è bravissimo nell’essere timido, ma non è convincente nell’interpretazione della testardaggine che apparteneva al vero Siani. Non saremmo rimasti dispiaciuti se al suo posto ci fosse stato Luigi Locascio. Assolutamente inespressiva e fortemente ‘mocciana’, come sempre, l’interpretazione della Lodovini. A differenza di tutti i comprimari: dall’impareggiabile Ennio Fantastichini, corrottamente bravo nel personaggio del sindaco di Castellamare, a Massimiliano Gallo, sebbene questi faccia troppo l’occhiolino a Gandolfini (Soprano).

Strepitosa la scelta musicale nel film. Nell’anno in cui Vasco Rossi scrisse il gran successo di “Ogni volta”, Siani ne cantava spesso le strofe, anche con la propria vita, autoaccusandosi di “ogni volta che era stato coerente”, ma il giornalista ventiseienne cantava spesso anche: “Non vi fermate, dovete costruire la vostra torre di Babele, si deve fare e serve a dimostrare che l’uomo è superiore ad ogni altro animale” di Bennato. Era una canzone che negli anni Ottanta non lasciava molto spazio ai finti cantanti di “Amici”, ma lasciava anch’essa il modo e il tempo di pensare, sebbene standosene sotto la doccia o facendosi la barba.

Tanti i motivi per cui questo film importante merita di essere visto da molti, compresi coloro che sono a favore della forza della pistola (le ronde, la polizia, i controlli, ecc.) o della macchina da scrivere. Quest’ultima, un’arma ancora più potente, per niente a salve, se utilizzata al modo di un giornalista coraggioso e coerente come Giancarlo Siani.

Giancarlo Visitilli

Lebanon

In Cinema on ottobre 26, 2009 at 8:58 am

Lebanon

  • Regia: Samuel Maoz
  • Interpreti: Zohar Shtrauss, Michael Moshonov, , Yoav Donat
  • Genere : drammatico
  • Durata: 92’

Negli anni Sessanta Pier Paolo Pasolini realizzò lo straordinario film La terra vista dalla luna. Raccontava le avventure donchisciottesche e del viaggio di Ciancicato Miao e di suo figlio Baciù, tra miserie, sfortune, vita e morte. Nel 2009, il regista israeliano Samuel Maoz, realizza un film che ha molte attinenze con quello di Pasolini: la vita e la morte, la fuga e il terrore di quel che avverrà. E se nel primo c’era la poesia della vita, in quest’ultimo é evidente la tragicità di una scelta. ‘La guerra vista da un carro armato’ é la storia dell’ottimo film Lebanon, vincitore del Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia 2009.

Il racconto é quello tristemente vero della guerra tra Israele e Libano, nel giugno 1982. Fra i tanti combattenti, quattro ragazzi ebrei inesperti, rinchiusi in un carro armato: Shmulik l’artigliere, Assi il capocarro, Hertzel il servente e Yigal il pilota. Hanno un compito difficile, devono perlustrare una città nemica, bombardata dalle truppe israeliane. In fondo, si tratta di “una passeggiata”, come la definisce il durissimo luogotenente Jamil. Non ci sarà tempo da perdere, perché prestissimo la situazione e la vita sfuggirà di mano allo stesso comandante. Infatti, il carro armato si ritroverà isolato in una trappola mortale.

Neanche la discesa agli inferi dantesca spaventa, come invece accade in questo preziosissimo film, che non è solo un film sulla guerra. E’ un film sul cinema e sulle sue responsabilità: cosa far vedere, su cosa puntare l’attenzione e da quale punto di vista, soprattutto? Qui tutto è girato da un occhio attento all’impercettibile, nascosto nel buio e nel tanfo della guerra. Tranne qualche raro controcampo, il carro armato funge da vera e propria camera oscura, con tanto di macchina da proiezione (il mirino mobile). E si è pubblico noi spettatori e l’artigliere, all’interno del carro, perché per entrambi la visione è sempre più parziale, le reazioni sempre più abbondanti e grondanti paura e rabbia.

Lebanon è un film che non si dimentica, come ogni guerra. Possiede delle potenziali scene che fanno male quanto le ferite irachene, iraniane, afghane, rwandesi, ecc: lo strazio della donna a cui hanno ucciso sua figlia, il capitano che aiuta il prigioniero siriano a urinare, tutto all’interno di un carro-loculo, in cui dall’inizio alla fine, tutto è presagio di morte. Gli odori, le sensazioni e le situazioni, ma anche la claustrante visione. Spettatori e attori si è insieme ai soldati, con i piedi a mollo nella loro stessa immondizia, fra le lattine di birra vuote, cicche di sigarette e sangue di compagni feriti. Si trema con loro, si suda per loro e il vomito sale, insieme alla voglia di scappare via dalla sala. Ma perché correre ed evitare di guardare l’orrore nella sua vera espressione? Con il puntatore si spara, ci si ammazza, con la speranza che domani, si possa tornare a casa e ritornare a sentire l’odore dei cedri del Libano.

Samuel Maoz é stato capace di raccontare la guerra senza filtri, senza censure e in tutto il suo splendore terrificante. Un film che rientrerà fra quelli che nella storia del cinema lasciano un segno importante, alla pari di Apocalypse now, No man’s land e pochi altri. Ma solo nella storia del cinema, perchè la storia degli uomini va avanti da sé, con gli stessi orrori, tempi e visioni.

Giancarlo Visitilli

Miracolo a Sant’Anna

In Cinema on settembre 20, 2009 at 3:37 pm

miracolo-a-santanna

  • Regia: Spike Lee
  • Interpreti: Derek Luke, Laz Alonso, Pierfrancesco Favino, Valentina Cervi
  • Genere: storico
  • Durata: 144’

Quante polemiche! Politiche, sociologiche, giudiziarie, di parte, inutili. Poche in rapporto al prodotto cinema e alla capacità della produzione italiana di seppellire anche uno dei più grandi cineasti di un certo cinema americano, Spike Lee.

A due anni di distanza dallo straordinario documentario, When the Levees Broke (presentato a Venezia e lì confinato), che documentava, dopo appena un anno dalla catastrofe dell’uragano Katrina a New Orleans, ciò che ha immediatamente preceduto e seguito tale catastrofe, Spike Lee, prendendo spunto dall’omonimo romanzo di James McBride, nel film anche sceneggiatore, ha riaperto una pagina di storia, in realtà mai conclusasi. Almeno per quanto concerne la giustizia.

I fatti sono quelli dell’agosto del 1944, in cui quattro compagnie di SS compirono un massacro, pari a quelli di cui solo oggi ce n’è in giro, nel paese di Sant’Anna di Stazzema, in provincia di Lucca. Furono trucidate 650 persone, fra cui donne, bambini e anziani, intere famiglie furono cancellate per sempre.

Tante le tesi, intorno agli avvenimenti: chi sostiene che l’eccidio sarebbe stato compiuto dalle SS come rappresaglia in risposta ad azioni partigiane, e in modo particolare, di  partigiani di cui erano a caccia le SS, non appena giunsero nel paese; altri sostengono che fu un atto di terrorismo, premeditato e privo quindi di motivi scatenanti, come ha sentenziato il tribunale militare de La Spezia due anni fa. Motivazione che in questo caso, pur lasciando immutata l’orribile vicenda, cambia di molto la storia.

Lee abbandona la guerriglia urbana e si misura per la prima volta con la guerra, quella vera. In realtà, l’unica certezza è che Miracolo a sant’Anna non è affatto un film sui partigiani, sui nazisti, sulla Resistenza o quant’altro. Esso ha come tema principale la questione razziale, quella dei neri mandati a morire come soldati. Lo stupore è anche il modo attraverso il quale il regista newyorkese racconta, eccedendo nel sentimentalismo, veramente imbarazzante. I 144 minuti dell’estenuante film si avvale di una pessima messa in scena e di un didascalismo pesantissimo, che sovrabbonda da ogni parte. La stessa forza ipnotica e stancante ha il commento sonoro del film: anch’esso stufa e dura 144 minuti. Non uno di meno.

Un commento a parte meritano gli attori: il piccolo protagonista, Angelo, interpretato dall’esordiente Matteo Sciabordi, è una sintesi riuscita malissimo tra il figlio del Benigni de La vita è bella e di Marcellino, pane e vino, finanche Luigi Lo Cascio qui è poco più di una macchietta.

In sostanza, un’opera alquanto deludente, con un finale ridicolo, difficile da considerare fatica del regista di grandi capolavori, basterebbe citarne solo due: 25 ora e Fa la cosa giusta.

Tuttavia, uno spettatore preparato, alla citazione di un film eccezionale, con John Wayne, posto all’apertura del film di Lee, avrebbe giusta ragione di considerarla una sorta di premonizione, trattandosi del titolo Il giorno più lungo. Ma anche lo spettatore non attento, alla fine, aggiungerebbe: …e più noioso.

Giancarlo Visitilli

Chéri

In Cinema on settembre 15, 2009 at 7:30 am

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Chéri (Regno Unito, Francia, Germania, 2009)

  • Regia: Stephen Frears
  • Interpreti: Michelle Pfeiffer, Kathy Bates, Rupert Friend, Felicity Jones, Frances Tomelty
  • Genere: commedia sentimentale

Le reunion, come le ciambelle, a volte escono con il buco: Stephen Frears, Christopher Hampton e Michelle Pfeiffer, rispettivamente come regista, sceneggiatore e attrice protagonista, dopo circa vent’anni dal bellissimo Le relazioni pericolose, si sono riuniti. Ma l’età cambia tante cose e la belle epoque é ormai abbastanza lontana, anche dal cinema di un regista inglese che ha sempre stupito il suo pubblico. Christopher Hampton, dopo aver cercato di scrivere una sceneggiatura su Colette, adatta, invece, l’omonimo suo romanzo del 1920, rendendolo una commedia sentimentale, tutta giocata sulla sagacia, sulla malinconia borghese stereotipata e, nello stesso tempo, sulla frivolezza melodrammatica, tipica di quel periodo che, non a caso, vide lo stile liberty affiorare ovunque, sopratutto nella Parigi inizi Novecento.

Appunto, in piena belle epoque, é ambientata la storia del giovane rampollo dell’alta borghesia, Fred Peloux, detto Chéri, che vive un rapporto d’amante, anch’esso liberty, con una dama dell’alta corte borghese, bellissima, sebbene non più giovanissima, Lea, amica della madre di Chéri. Rapporto estremamente difficile e  passionale, quello fra Lea e Chéri, straripante di giornate trascorse nell’ozio, all’ombra di incantevoli giardini, fra le lenzuola di seta che non fanno rumore e non lasciano neanche spazio all’immaginario del pubblico, con una Lea-Pfeiffer eccessivamente pudica. Ma il rapporto fra i due amanti, come nei migliori romanzi di genere, presto si interromperà, quando Chéri, costretto da sua madre, sposerà un’altra giovane fanciulla aristocratica. Anche Lea imparerà a scoprire che la sua relazione, più che pericolosa, é impossibile, data l’età.

Tutto il film é costruito sulla bellissima e bravissima Michelle Pfeiffer, coadiuvata dall’altrettanto immensa Kathy Bates. Due attrici e due donne che risultano di gran lunga distanti, quanto ad attorialità, rispetto a il solo bello Rupert Friend, del cui pianto, durante il film, abbiamo espressamente riso.

Si nota un’eccessiva distanza non solo di genere fra Chéri e l’ultimo lavoro di Frears, The Queen, un capolavoro graffiante e politicamente scorretto, al modo giusto. Di Chéri, si apprezzano di più i costumi (Consolata Boyle) e le musiche (Alexandre Desplat), rispetto alla sceneggiatura e alla regia troppo poco concentrate, invece, sulla gestualità dei personaggi, riflesso poi della loro psicologia. Tutto é eccessivamente patinato e abbastanza scontato, vuoi per l’invadenza, dall’inizio alla fine del film, della voce off, che più che sottolineare l’ironia e la satira, senza dimenticare il dramma, a cui ci ha abituato questo regista attraverso altri suoi film, rende l’operazione ridondante .

Semmai, pensandoci, la mancata e reale separazione di Lea e Chéri (anche quando sono distanti, o in altre situazioni, si rincorrono con il loro stesso ricordo) rimandano ad un altro film del regista inglese, Alta fedeltà, ma soprattutto rievocano un problema antico e sempre nuovo. Non c’é giorno che passi senza che una verità come quella pronunciata nel film, non fa proseliti: “Il divorzio sarà senz’altro più allegro del matrimonio”.

Giancarlo Visitilli

Wall-E

In Cinema on luglio 7, 2009 at 8:05 pm

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Un film cartone, premiato con l’oscar 2009 quale miglior film d’animazione, assolutamente geniale, perché con tenerezza e semplicità riesce a stimolare una coscienza ambientale dai più piccini ai più anziani, dando come forte messaggio la responsabilità che abbiamo tutti nei confronti della sostenibilità del nostro pianeta del quale siamo ospiti e non padroni!

2105. Titolo di prima pagina su un quotidiano statunitense: “LA TERRA INVASA DAI RIFIUTI”.

Il film inizia con uno scenario sconcertante: montagne di immondizia, fabbriche abbandonate, pale eoliche sommerse fino all’apice dalla spazzatura, terra bruciata, cielo grigio, nessun albero, nessuna forma di vita e solo i WALL-E (sollevatori terrestri di carichi di rifiuti), robot con la mansione di comprimere e ammassare rifiuti e assemblarli in quelli che sono i mattoni  dei moderni edifici!

E gli umani? Dove sono andati a finire?

Dopo aver disboscato per far spazio a mega strutture, grattacieli, centri commerciali, industrie, dopo aver ipersfruttato tutte le risorse fino ad esaurirle, sono andati in crociera nello spazio per 5 anni sulla Axiom, un’astronave a 5 stelle dotata di tutti i confort, nel frattempo che i robot ripulissero il pianeta.

2110. Qualcosa è andato storto: i WALL-E non sono riusciti nell’opera di smaltimento. L’Axion non può far rientro sulla Terra. I robot vengono tutti disattivati tranne uno: il nostro protagonista.

Eppure, wall-e, in quella solitudine di oggetti acquisisce la sua umanità: nell’ordinare la Terra istintivamente differenzia, riconosce, apprezza e custodisce nella sua casa degli oggetti che percepisce come particolari…giocandoci scopre l’universo umano: un semplice accendino, una lampadina, una forchetta, una vecchia vhs del film “Hello Dolly” da lui tanto amato che vede e rivede ballando per imitazione!!!

Il regista Andrew Stanton torna a raccontare un’odissea d’amore: nel 2805 la quiete quotidiana è turbata dall’arrivo di una nuova amica Eve , sonda mandata dalla Axiom per rilevare un’eventuale presenza di forme di vita sulla Terra. Da qui inizia un’amicizia speciale fatta di approcci impacciati, di pochi dialoghi, ma di infinita comprensione e gesti romantici totalmente disarmanti, come se Wall-e volesse conquistare la sua amata mostrandole orgoglioso tutte le sue collezioni di rifiuti/oggetti particolari… quando d’improvviso le pone d’avanti il rifiuto più speciale: il germoglio di una pianta in uno scarpone!!!

La missione riservata della spedizione di Eve sul pianeta terra è compiuta. Il robot ingloba nel suo cuore la forma di vita e un satellite lo riporta  sulla Axiom.

La seconda parte del film è ambientata sulla navicella degli umani che, nel frattempo, dopo 700 anni sono diventati un ammasso di obesi standardizzati: l’evoluzione dell’eccessivo benessere e di uno stile di vita sedentario li ha portati a non esser più in grado nemmeno di deambulare, o semplicemente di voltare il capo per interfacciare tra loro attraverso degli schermi.

Il comandante della navicella è entusiasta perché capisce che quella piccola pianta è la prova vivente del ritorno alla sostenibilità sulla Terra: finalmente gli uomini potranno smettere di sopravvivere e ritornare a Vivere!!!

..perchè vivere , è camminare, è respirare ossigeno alla luce del sole, è lavorare la terra, è ripopolarla di verde.

Pochi dialoghi, inesistenti effetti speciali, assenza di rumori di fondo… la forza di questo film è nell’immagine che scuote e fa riflettere sugli stili sbagliati che abbiamo e su ciò che possiamo fare per bloccare la tendenza dei rifiuti ad aumentare e permettere ai nostri figli di godere della stessa biodiversità animale e vegetale di cui godiamo noi!

Siamo ospiti e non padroni di questo meraviglioso pianeta, e dobbiamo imparare a convivere in equilibrio e armonia con le altre forme di vita altrimenti i veri animali saremo soltanto noi!

Rossella Gendarmi

L’amore nascosto

In Cinema on giugno 28, 2009 at 9:38 pm

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  • Regia: Alessandro Capone
  • Interpreti: Isabelle Huppert, Greta Scacchi, Mélanie Laurent, Olivier Gourmet
  • Genere: drammatico
  • Durata: 100’

Più che di amore nascosto, questo risultava essere il “film nascosto”, essendo stato girato, montato e finito già nel 2007. Che peccato, sarebbe stato privarci di un così bellissimo film, tratto dal romanzo “Madre e ossa” di Danielle Girard.

La storia è quella di Danielle, ricoverata in una clinica privata, dopo il terzo tentativo di suicidio. La donna odia sua figlia, Sophie, con la quale non è mai riuscita a costruire un rapporto, e per questo si è inflitta un silenzio inviolabile, autorelegandosi in un mondo chiuso e sterile, senza reazioni, senza bisogni, senza futuro. La giovane psichiatra che l’ha in cura, però, non vuole rassegnarsi a perderla, e la convince a tentare, almeno, di mettere per iscritto i suoi pensieri. Tanto basta alla psichiatra per comprendere che Danielle è ancora totalmente assorbita dal ruolo di madre, a tal punto e così enigmaticamente da considerare sua figlia come una figura invasiva e lacerante nella sua attuale realtà. Intanto Danielle, con estrema fatica, ma in modo sempre meno sconnesso, e sempre più coinvolgente emotivamente, riesce a trovare le parole per raccontare e mettere solo la lente di ingrandimento il suo odio di donna e di madre.

Molto Sveviano il film di Capone, regista italiano che ha attraversato la musica, la pittura, la pubblicità, la fotografia e il design, prima di dedicarsi al cinema, al teatro e alla televisione. Il regista ha saputo sfruttare molto bene quell’unione che ha reso grandi altri registi come Bergman, Haneke, Lynch: la psicanalisi e il cinema. L’analisi introspettiva di Danielle, attraverso i flashback, come ricordi indelebili, sebbene sbiaditi (funziona molto bene la fotografia in bianco e nero) e la voce fuoricampo bene s’intrecciano fra loro, tessendo una fitta rete di sentimenti, d’odio e amore, che non fanno mai perdere di vista il presente di Danielle, abitato da Sophie, dalla perdita degli affetti, susseguitisi alla maternità. Quest’ultima è la principale causa di una malattia, che ha le sue origini nella mancanza di attenzioni materne nei suoi confronti. La genitorialità non è semplice sentimento o una qualità che la si compra al mercato: se si vive la privazione di essa nei propri confronti, saranno già prospettabili ed evidenti le conseguenze. Danielle, alla fine, a troppe verità giunge, compreso l’eclatante gesto d’amore, l’unico che riceve, da parte di Sophie: l’invito a separarsi dal pensiero ostile di basare qualsiasi gesto della sua esistenza sulla prospettiva di ferire lei.

Interessante la costruzione narrativa e la quasi totale assenza delle figure maschili in un universo abitato dall’inettitudine a vivere al femminile, tutte donne costrette a vivere la solitudine del dolore.

Comunque, trattasi di donne interpretate da eccellenti attrici: Isabelle Huppert, come sempre, riesce a calamitare l’attenzione della macchina da presa sul suo personaggio, riuscendo a sprizzare dolore da ogni poro della sua persona. Coadiuvata da un’ambientazione elegante, ma asettica, angosciante, dinanzi alla quale è possibile affermare con le parole di Danielle che “non ho nessuno, non voglio niente, non spero più in nulla”, dopo aver preso coscienza della situazione possibile, secondo la quale una donna, madre, potrebbe anche arrivare alla conclusione con tale domanda: “Perché una donna, che ha partorito come una cagna, non può liberarsi del suo piccolo se ne prova fastidio, eliminandolo o divorandolo?”. Esistono madri che arrivano a odiare i loro figli, casi come questi sono oggetto di attenzione, analisi, studi e curiosità. Peccato che in un paese come il nostro fan parte anche del gossip da prima serata, tra l’altro sulle tv pubbliche.

L’amore nascosto merita di essere cercato lì dove lo si tenterà di nascondere ancora, perché è un film che difficilmente lo si potrà trovare in quei luoghi malsani e affollati di insetti, che si chiamano arene.

Giancarlo Visitilli

Vincere

In Cinema on maggio 31, 2009 at 10:50 pm

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Film perfetto.

Giorgio Castriota


Tutta colpa di Giuda

In Cinema on aprile 19, 2009 at 5:23 pm

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Tutta colpa di Giuda – Una commedia con musica (Italia, 2009)

  • Regia: Davide Ferrario
  • Interpreti: Kasia Smutniak, Fabio Troiano, Gianluca Gobbi, Cristiano Godano, Luciana Litizzetto
  • Genere: commedia
  • Durata: 1’42

Un film scritto sullo spartito, ma la cui penna è la cinepresa. I suonatori ci sono tutti: da Godano all’intero ensemble dei Marlene Kuntz, che suonano insieme agli autentici detenuti del carcere “Le Vallette” di Torino.

Il racconto, invece, a mo’ di musical, racconta la genesi di uno spettacolo teatrale, basato sulla passione di Cristo, che una giovane regista mette in scena all’interno del carcere. Qui non si parla, però, di copione, respirazione diaframmatica, interpretazione, e di tutto quanto concerne l’arte attoriale, ma di religione, dell’irrisolto conflitto fra ragione e fede e c’è spazio e tempo finanche per una storia d’amore.

Il regista che aveva già sperimentato tali soluzioni formali, l’altra volta con la musica dei CSI (Tutti giù per terra), questa volta con i Marlene, in realtà mette sullo schermo un melting-pot in cui vi è di tutto e di più: dalla religione al tema della libertà, e quest’ultima vista dal punto di vista di chi vuol sentirsi libero in quell’ora d’aria al giorno, ma anche libero da certe sovrastrutture che impongono all’arte forma e sostanza. Ne deriva una certa ed eccessiva libertà, dai toni della fotografia, all’uso delle inquadrature, che il più delle volte non aggiungono nulla, anzi sottraggono anche quel poco di emozione che ci sarebbe stata, altrimenti. A farla da padrona è la musica, poiché ogni rumore diventa ritmo, ogni strofa e ritornello dialogo, l’improvvisazione invenzione e racconto, il teatro (e per nulla il cinema) terapia. Comprensibilissimo, vista l’esperienza diretta di Davide Ferrario, che  ha maturato lungo quasi dieci anni di lavoro in carcere. Ferrario, infatti, è un bravo documentarista, che ha sempre applicato la sua tecnica mista per la realizzazione di film: dalla scelta degli attori non professionisti, alla resa sporca del camcorder che dà l’idea di vita realmente vissuta, insieme ad una certa ironia ed autocitazionismo ‘da bravo’, quando per esempio, durante la scena in cui il sacerdote esclama “molto pasoliniano!” di fronte a una regista molto costernata.

Bravo (il regista); furbo (il film): mancavano solo Arisa e Morgan tra i protagonisti e poi sarebbe stato perfettamente opera contemporanea; insolito; altamente musicale (vista la scelta dei testi e delle canzoni dei Marlene), il film di Ferrario merita una sola visione. Ma se la perdete al cinema, aspettate di noleggiare (e non comprare) il dvd.

Giancarlo Visitilli

Il divo

In Cinema on aprile 10, 2009 at 5:29 pm

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Il divo (Italia, 2008)

  • Regia: Paolo Sorrentino
  • Interpreti: Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Piera Degli Esposti, Paolo Graziosi, Giulio Borsetti
  • Genere: grottesco
  • Durata: 110′

“Se non potete parlare bene di una persona, non parlatene”. Ha ragione la madre di Giulio, l’uomo più ‘divo’ d’Italia. L’ha capito anche Sorrentino: non poteva azzardare, inventare, tergiversare, sulla Storia, quella che nessuno storico, o addetto alla storiografia, avrebbe il coraggio di raccontare o scrivere, pena la messa in onda, la non pubblicazione dell’opera. Ed eccoci qui con un’opera d’arte, di cui s’è scritto già tanto, ma ancora troppo poco s’è assimilato. Il Divo di Paolo Sorrentino, finora la sua opera più matura, il suo capolavoro, è un film che dovrebbero vedere tutti: a scuola, in casa, nelle comunità d’ogni sorta, finanche in Parlamento, perché la storia non è più quella del ‘caimano’ o dei ‘cadaveri eccellenti, ma dell”amico di famiglia’, quello con cui noi italiani abbiamo e facciamo ancora “pappa e ciccia”. Il racconto del regista ha la stessa valenza della pop-art di Warhol. Uno stile personale, riconoscibile. I titoli di testa e le inquadratura, per buona parte dei primi dieci minuti di film, sono semplicemente sballo, goduria, emozioni. Grandissimo cinema. Si può fare di un errore un orrore? Si. Sorrentino, intorno alla figura del senatore a vita, ai tempi del suo settimo e ultimo governo, costruisce l’orrore di un popolo che, nonostante abbia imparato a memoria il glossario italiano (Loggia P2, Brigate Rosse, Aldo Moro, ecc.), vive ancora nell’ombra della morte e delle tante morti che ancora s’hanno da fare. In nome della democrazia, che poi Democrazia non é.

E’ un film, questo di Sorrentino, che sta a dimostrare come non siano bastati il cinema civile di Rosi e il coraggio di Petri per raccontarci. Perché Sorrentino non parla più, o solo, del passato. E’ racconto del presente: tutto ciò che avviene, ci appartiene. Perciò, insieme al governatore, avvertiamo le emicranie, ci raggiriamo insieme a lui, ma con un atteggiamento senz’altro differente, quando danziamo alla presenza di spettri come Moro, Pecorelli, ecc. Si tratta di una danza che si fa marcia. Funebre. Come quando in una assolata Roma, la sua scorta, lo accompagna, lo segue, lo preserva, come un’urna preziosa. L’uso serrato della macchina da presa, fa solo da cornice all’altissima interpretazione di Sorrentino (capace di recitare col solo battito delle ciglia) e la sua (ri)lettura, grottesca, della vita dell'”uomo più perseguitato d’Italia”, capace di essere imitato dall’attore fin nell’uso meccanico della voce. Straordinarie le musiche, che meriterebbero un commento a se stante (dall’inizio al finale spiazzante con la spiazzante canzone dei Trio), insieme all’eccellente fotografia di Bigazzi, capace di essere più reale dello sguardo di cui siamo tutti capaci.

Tante le battute che meriterebbero di essere menzionate, qualcuna, sicuramente potrebbe rientrare a far parte della storia, non solo del cinema: “De Gasperi e Andreotti andavano in chiesa insieme. De Gasperi parlava con Dio, Andreotti col prete” e la relativa risposta del Divo: “I preti votano, Dio no!”. E poi tanto imbarazzo, specie quando si racconta dell’intimità della vita del senatore, quando con la moglie Livia stanno guardando insieme la tv e hanno un momento di sincera tenerezza mentre sullo schermo ci sono le immagini del concerto di Renato Zero che canta “I migliori anni della nostra vita”. Stesso imbarazzo, quando il divo fa il distributore di pacchi, rende onore e merito a chi ha messo una ics sul suo nome e lo ha omaggiato per la settima volta presidente del parlamento. Orgiastico, spudorato, realistico.

Il film di Sorrentino è una pagina di storia che a pieno titolo rappresenterà per sempre il “made in Italy”, al positivo (nell’arte cinematografica), al negativo (perché questo è realmente il nostro paese). Non resta che ammettere “Sorrentino: santo subito!”.

Giancarlo Visitilli

The wave – L’onda

In Cinema, Pensiero, Recensioni on marzo 13, 2009 at 12:09 am

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  • Regia: Dennis Gansel
  • Interpreti: Jurgen Vogel, Frederick Lau, Max Riemelt, Jennifer Ulrich
  • Genere: drammatico
  • Durata: 93′

Se con La classe di Cantet eravamo dentro le mura, qui, nonostante la classe e la scolaresca, l’onda prorompe i muri e, come ogni cattiva ideologia, non sa quali vie scegliere. L’omonimia del film con il recente movimento studentesco italiano, antiriforma Gelmini, nulla ha in comune.

Potentissimo, ma soprattutto di grande attualità, il film di Dennis Gansel, in tempi in cui il dubbio lascia perplessi anche gli uomini di grande fede (?).

Come sarebbe oggi il nazismo, in un paese liberale come l’attuale Germania? E’ possibile che tale mostruosità e il suo impeto, come un’onda, un uragano, possa ritornare? Il pretesto a tali interrogativi è la lezione di storia di un insegnante punk-rock, diviso tra Ramones e Clash, in un istituto di scuola superiore tedesco, che per spiegare la storia del partito nazionalsocialista e la dittatura di Hitler dà vita ad un esperimento, originando, praticamente in classe, un movimento chiamato “L’Onda”. Tutto, nell’aula e nei luoghi da essi frequentati, è caratterizzato dalla rigida disciplina, che trasforma l’aula scolastica in una stanza da caserma e gli alunni in una specie di soldati, obbedienti in tutto al loro capo-insegnante, dal modo di salutarlo fino all’osservazione ampia e per niente motivata di una serie di regole rigidissime. Come se non bastasse quanto già conosciamo di realmente accaduto, mediante lo studio della storia, sulle origini e le conseguenze della Germania nazista e dell’Italia fascista, sappiamo anche che anche il film è basato sulla storia realmente accaduta nel 1967, in una scuola di Palo Alto in California, che ha ispirato “Il segno dell’onda”, di Ted Strasser, un testo scolastico conosciutissimo in Germania.

Ma il film non è solo il discredito di un orrore che si vorrebbe per sempre cancellare, non dalla memoria, piuttosto dalla storia contemporanea di ogni popolo, ma è anche una vera e propria indagine sulle ragioni del vuoto esistenziale e il disagio, appartenente soprattutto alle giovani generazioni, e di come questi possano diventare gli stimoli per alcuni per ergersi come i paladini e i risolutori di tante insoddisfazioni, generando apocalittici scenari, di cui in parte, come italiani paghiamo ancora un forte debito culturale, religioso e politico.

Sarà per smentire le voci dei cardinali che screditano l’Olocausto, o addirittura mettono in dubbio l’esistenza di tale barbarie, ma il cinema contemporaneo, mai è stato tanto prolifico in film sull’argomento: da Le vite degli altri, a La caduta, passando per i più recenti Operazione Valchiria a The Reader, sono tutti ‘documenti’ di una storia ch’è vera non solo sul grande schermo, ma ha lasciato i segni potentissimi nelle vite di milioni di persone. Tutti i film sull’argomento sembrano mettere in discussione le origini del pensiero riformistico di ogni buon ministro, ancora legato ai simboli (che non sono mai come le metafore della poesia), al saluto, ma soprattutto alla divisa. La vera grande lezione di questo film sta nel mettere molto bene in evidenza le suggestioni a cui spesso, a prescindere dal colore politico, non sappiamo ancora resistere, quelle che costituiscono la base di ogni potere politico. Temporale o spirituale, la storia ci ha sempre insegnato che il potere non ha mai utilizzato altri mezzi per enunciarsi, che il carisma del capo, i dogmi, le verità indissolubili, l’indottrinamento e le conversioni forzate, fino ai saluti e alle divise.

Bella la regia e l’uso sempre proficuo del montaggio visivo e sonoro, nel film, oltre alla caratterizzazione dei protagonisti, di gran lunga lontani dai nostri adolescenti mocciani, instupiditi e incatenati ai soliti concetti dell’autarchia dell’amore stupido, a cui ci si lega per sempre, finanche con un lucchetto. E il rischio è che come paese lì si rimanga ancorati.

Giancarlo Visitilli

C’era una volta in America

In Cinema, Recensioni on marzo 6, 2009 at 10:36 pm

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  • Titolo: C’era una volta in America
  • Anno: 1984
  • Regia: Sergio Leone
  • Interpreti: Robert De Niro, James Woods, Elizabeth McGovern, Joe Pesci,  Danny Aiello, Mike Monetti, Noah  Moazezi, Jennifer Connelly, Julie Cohen.
  • Colonna Sonora: Ennio Morricone

La bellezza, la poesia, la violenza…in una parola: C’era una volta in America, il capolavoro che ebbe una gestazione quasi ventennale e che fu per Sergio Leone, una sorta di testamento spirituale.

Tratto dal romanzo Mano armata (The Hoods, 1983) di Harry Grey Aaronson  è un geniale affresco sull’apprendistato di un gruppo di delinquenti del Lower East Side di New York negli anni 20 e si sviluppa, attraverso le vicende dei protagonisti, come metafora della vita, del rapporto tra i sessi e del peso dei ricordi.

Ci sono opere a volte che affascinano in modo particolare, si ha in queste situazioni la sensazione che esse siano state fatte apposta per noi, per noi soltanto. È ciò che mi è capitato alla prima visione di C’era una volta in America.

È un film che è tanti film: un’accurata ricostruzione storica del proibizionismo, una storia d’amore, un film sull’amicizia, ma soprattutto un film sul tempo, sul tempo perduto.

Un inizio e una fine speculare, una fumeria d’oppio, a racchiudere i salti temporali della mente offuscata di Noodles (De Niro) gangster ebreo, che rievoca tra realtà e sogno i suoi amori, i suoi amici, la sua carriera malavitosa. La vita violenta di Noodles e compagni attraversa tutte le fasi di un vero e proprio romanzo di formazione: l’infanzia in un quartiere povero, i primi furti e le scorribande da ragazzi, un’amicizia che nasce da bambini e si prolunga nel tempo, tra iniziazioni al sesso e alla violenza, tra desideri di dolcezza e di serenità e il richiamo della strada.

Noodles vive esperienze forti: se da un lato tenta la scalata ai vertici della malavita dall’altra sogna l’amore di Deborah, la coetanea del quartiere. Costruirà, immaginerà e celebrerà l’amore per questa donna per tutta la vita, in carcere, in solitudine, nella fumeria d’oppio. Sempre lontano da lei o quasi.

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L’incontro fra l’aspirante star Deborah (Elizabeth McGovern) e Noodles è una delle pagine chiave del film. «Hai aspettato molto?», chiede uscendo dal teatro la bellissima Deborah, splendida in abito bianco. «Tutta la vita», risponde Noodles, che l’aspetta con macchina e autista. E via verso Long Island. «Volevi un ristorante sul mare? Fuori stagione sono chiusi e questo l’ho fatto aprire per te. I tavoli sono tutti apparecchiati per due, scegli quello che vuoi». Sorpresa ma non intimidita da tanto lusso, Deborah sceglie un tavolo. I camerieri si precipitano e sollecitano le ordinazioni in francese. Lei risponde con sicurezza e intanto un’orchestrina con i musicisti intonano “Amapola”. Tutto è bianco, luminoso. « conosci il nome dei piatti, rispondi in francese, chi ti insegna tutto questo?», Osserva Noodles che ogni sera, in prigione, leggeva la Bibbia e pensava a Deborah ragazza quando gli leggeva il Cantico dei cantici. «Tu sei la sola persona di cui mi sia mai importato. Ma so che mi vorresti chiusa in casa e che getteresti la chiave, è vero?». «Sì», risponde lui. «Il guaio è che io ci starei volentieri, ma il guaio è che ho dei progetti». «E io ci sono nei tuoi progetti?»… « Domani devo andare a Hollywood e ti ho voluto vedere stasera per dirtelo». «Vuoi che me ne vada?» . «No, non voglio che tu te ne vada». «Balliamo?», propone lei «Mi inviti?». «Ti invito». «Allora ballo». Come in un sogno, di un attimo che resta eterno.

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Un film violento e spietato, tenero e commovente. Ma anche la denuncia di una società corrotta. Tanto che quando uscì nelle sale americane, nel 1984, la censura impose una serie di tagli “politici”.

Immagine dilatabile a senso complessivo dell’esperienza di Noodles è quella, notturna e piovosa, in cui mescolato alla folla, vede i cadaveri dei tre amici che ha tradito (per salvargli la vita). Il senso di colpa lo tormenterà per tutta la vita anche di fronte ad un tradimento ben peggiore. Questa è la grandezza di quest’uomo che paga più di tutti e per tutti, forse, ma che vive e matura più di tutti…

Chi ama il cinema, non può permettersi di non vedere questo capolavoro. E’ uno di quei film che rimane dentro, nell’anima. Un puzzle complesso che trova la sua giusta combinazione solo alla fine, quando tutti i pezzi si sono perfettamente incastrati.

Un film malinconico ma di una malinconia di fondo, che a volte accompagna la storia di ognuno di noi…un film unico, vero, raccontato da quegli occhi di De Niro bambino, che poi diventa adulto, fino a diventare vecchio… Il tutto percorso da una colonna sonora fantastica che scandisce magistralmente tutte le emozioni dei protagonisti e i loro ricordi. Un film a volte anche crudo, violento…Quanta rabbia e realismo nella scena in cui De Niro “possiede” la donna che ha sempre amato e che sente sua, che deve essere sua.

Un film che è il cinema, un film che non si può dimenticare.

Rudy Miggiano

Il dubbio

In Cinema on febbraio 23, 2009 at 7:39 am

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La trama di questo film è una storia conturbante ovvero il dramma di un sospettato caso di pedofilia in un istituto religioso che diviene scontro personale tra la madre superiora ed il sacerdote additato della presunta colpa. La donna viene rappresentata come ostile nei confronti di un’istruzione progressista e di un’apertura della Chiesa, l’uomo come l’incarnazione del più perverso dei mali; un carattere intermediario è quello della giovane maestra forse l’unica a risolvere, inconsciamente, il nodo della questione.

Il significato del film sta nel rapporto tra i due personaggi che viene interpretato come conflitto tra sicurezza ed instabilità socio-culturale. Quello che vediamo nel film di John Patrick Shanley, premio oscar per Stregata Dalla Luna, è proprio il crollo delle certezze dell’atmosfera culturale del tempo così come sta succedendo oggigiorno con i grandi cambiamenti sociali che stiamo vivendo dall’elezione di Barack Obama alla recessione economica, dall’influenza del web nelle nostre vite all’emergenza ambientale. Ancora, l’opera diventa emblema delle tensioni che oramai si perpetuano da centinaia d’anni tra l’istituzione ecclesiastica, rigida persecutrice dei dogmi religiosi e capace della rassegnazione perché qualsiasi piano fa “parte di un disegno divino” e la società fiduciosa nelle capacità dell’uomo di dominare la propria vita. Il dubbio ci offre, così, una panoramica sulla società americana degli anni sessanta in un’analisi profonda ma, allo stesso tempo, enigmatica ed oscura della mentalità del tempo che va a riflettere la nostra modernità attraverso la dialettica dubbio-certezza, chiave di lettura attuale dell’opera ambientata invece nella New York del 1964.

Una grande capacità di cogliere le sfumature interiori delle persone e un’attenta sensibilità quella del regista e sceneggiatore che ha creato per la storia dialoghi densi di significato, si veda, a tal riguardo, il discorso tra la direttrice della scuola e la madre del bambino ritenuto vittima di Padre Flynn. Scioltezza e maestria nel dirigere grandi attori: Meryl Streep, Philip Seymour Hoffman e Amy Adams, rispettivamente candidati agli Oscar per miglior attrice protagonista, miglior attore non protagonista e miglior attrice non protagonista. Il film potrebbe venire ancora premiato agli Academy Awards per la miglior attrice non protagonista Viola Davis e per la migliore sceneggiatura non originale.

Infine la critica sostiene che quella di Meryl Streep sia una delle migliori interpretazioni della storia del cinema e il regista dice dell’attrice: “Meryl Streep è come un pianoforte: ha tutte le chiavi per suonare qualsiasi musica. Durante le prove, progressivamente, lei ha scoperto quale parte di essa utilizzare per il mio film. Un giorno, mentre provavamo, ha chiuso di colpo il copione e ha detto a se stessa “Sono nata per interpretare questa parte”. Personalmente credo sia vero.“.

Claudia Ruggiero

Il curioso caso di Benjamin Button

In Cinema, Recensioni on febbraio 19, 2009 at 11:48 pm

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Il curioso caso di Benjamin Button (Usa, 2008 )

  • Regia: David Fincher
  • Interpreti: Brad Pitt, Cate Blanchett, Tilda Swinton, Julia Ormond, Jason Flemyng
  • Genere: fantasy
  • Durata: 159′

Mio padre sarebbe ancora vivo e giovane. I miei nonni sarebbero poco più che ventenni. Mia moglie avrebbe una decina d’anni. Le lancette di tutti gli orologi andrebbero tutti controcorrente. Tutto diverrebbe un rewind: quindi, anche i soldati morti in guerra tornerebbero in vita, tutti gli ammalati di tumore… Un sogno il nostro. Una genialata, quella messa in scena da un regista eccezionale, che non smette mai di stupire il pubblico, David Fincher (Seven, Fight Club).

Il curioso caso di Benjamin Button, film che s’è guadagnato un’incetta di candidature agli Oscar è un bellissimo film, ma soprattutto importante riflessione sul senso della vita e della morte e di tutto quanto avviene nel frattempo, compreso l’amore.

Descrivendo la storia di Benjamin Button, della sua vita che procede al contrario, nascendo vecchio e abbandonato dai genitori sulla porta di un ospizio, con gli anni ringiovanisce e riesce anche a fare esperienza dell’amore e della felicità a fianco di Daisy, il regista s’è avvalso, come fonte d’ispirazione, di un romanzo di Scott Fitzgerald, coadiuvato nella sceneggiatura da due scrittori di grosso calibro: Eric Roth e Robin Swicord. E’ il film che potrebbe garantire la laurea con l´Oscar a Brad Pitt.

L’amore, la morte e l’evanescenza umana qui sono sotto la lente d’ingrandimento dello spettatore, che fa i conti con la propria vita, ma soprattutto su quanto essa avrebbe potuto avere in più o in meno, rispetto a quella vissuta già fino ad ora. Intorno e fuori, il paesaggio è quello devastato dall’uragano Katrina, che bussa alle finestre di una stanza d’ospedale dove è ricoverata Daisy, assistita dalla figlia. Qui c’è chi aspetta la morte e l’arrivo della tempesta che, come un’ira divina, seppellirà ogni cosa e arrugginirà anche le lancette degli orologi, che rimarranno ferme per sempre, a testimoniare la voracità del tempo. Un tempo che fino a poco prima testimoniava la vita di Benjamin, mediante le pagine scritte da lui stesso, dal giorno della sua nascita, che corrisponde a quello che segna nelle pagine della storia la fine della guerra conclusasi nel 1918, all’immediata morte della madre, durante il parto, e dall’abbandono di suo padre. Benjamin, perciò, è l’immagine dell’America del tempo, colpita dalla grande depressione. Tant’è che Benjamin cadrà, inciamperà, riprenderà con entusiasmo a vivere, ma non potrà continuare il suo progresso e segnarlo sulla linea del tempo, che conduce all’oggi, in cui anche quel Paese è in ginocchio.

Il film, in questi giorni di grande discussione (?) sulla vita e la morte assistita o meno, è una meditazione sul tempo, quello appunto biologico, ma anche sui tempi della macchina cinema. Ne viene fuori che anche la concezione del tempo, altro non è che una pura convenzione. Coincidenze, inversioni di marcia, “corsi e ricorsi”, bivi, tornanti e incidenti. In esso l’orologio naturale, quello che conduce le nostre fragili macchine umane, accade che può arrestarsi, regredire, progredire, ma anche rallentare quel cammino naturale che, quando è abitato dall’amore, si vorrebbe fermare per sempre. A tal proposito, tutto il film, fa venire in mente una splendida ed azzeccata poesia di Borges, che potrebbe essere la naturale ‘colonna sonora’ per questo film: «Se io potessi vivere nuovamente la mia vita, nella prossima cercherei di commettere più errori. Non tenterei di essere tanto perfetto, mi rilasserei di più, sarei più stolto di quello che sono stato, in verità prenderei poche cose sul serio. Correrei più rischi, viaggerei di più, scalerei più montagne, contemplerei più tramonti e attraverserei più fiumi. Andrei in posti dove mai sono stato, avrei più problemi reali e meno problemi immaginari». Immensa l’interpretazione di Brad Pitt, invecchiato e ringiovanito, mediante la tecnica innovativa di motion capture. Bravissima come sempre anche la Cate Blanchett.

Il film che si vorrebbe tenere ogni giorno con sé, sul comodino, essendo un giusto rimedio per tutti a riflettere sulla sensanzione di invecchiamento interiore, ma che non ci fa resistere alla solita tentazione di  sentirsi «giovani dentro».

Giancarlo Visitilli

Milk

In Biografie, Cinema, Pensiero, Politica, Recensioni on febbraio 5, 2009 at 12:10 pm

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Milk ( Usa, 2008 )

  • Regia: Gus Van Sant
  • Interpreti: Sean Penn, Emile Hirsch, Josh Brolin, Diego Luna, James Franco
  • Genere: biografico
  • Durata: 128′

In tempi in cui gli uomini di potere, in Italia, si dividono tra chi è dalla parte delle leggi di Dio e chi, invece, dalla parte di quelle dell’uomo, un film come questo è il giusto modo per comprendere che può esistere un’altra possibilità: la persona, prima di tutto. Anche prima delle leggi.

Milk è il film ideale per riflettere, in questi giorni in cui facciamo memoria su quello ch’è stato e su quello ch’è ancora oggi, fomentato dalla terribile idea della persecuzione della diversità.

“Da qualche parte, a Des Moines o a San Antonio, c’é un ragazzo gay che ha improvvisamente realizzato di essere gay. Sa che se i suoi parenti lo scoprono lo cacciano di casa, i suoi compagni di classe lo scherniscono e gli Anita Bryant e i John Briggs (ndr politici omofobi dell’epoca) fanno la loro parte in tv. Per il ragazzo si prospettano diverse soluzioni: nascondersi nello sgabuzzino e suicidarsi. Trasferirsi in California o restare a San Antonio e combattere”. Questa è la premessa che accompagna il destino di un uomo che oggi potrebbe avere il nome di altri uomini in carne ed ossa: da Nichi Vendola ad Obama, da Oscar Pistorius a Mandela. Uomini che hanno fatto della loro diversità la bandiera per superare, con la verità, le leggi terrene e celesti.

Quasi suddiviso in due parti, il film è l’unione di un interessante documentario storico, con molte scene tratte da filmati del tempo, insieme al racconto che lascia spazio solo all’emozioni. Un movimento di “diversi” che lotta e cresce, utilizzando solo l’arma della propria dignità e dei propri diritti: gay, poveri, marginali, uomini e donne.

Il regista, Gus Van Sant, che ci aveva lasciato con il bel Paranoid Park, riesce con abilità ad armonizzare documentario e fiction. A raccontare la vita di Harvey Milk, nato a Woodmere (Long Island, New York) e laureatosi all’Albany State College. Nel ’52 si arruola in marina, ma presto é congedato. Fu lo stesso Milk a rivelare che in quella occasione era stato vittima di una discriminazione, dato che le forze armate americane non tolleravano la presenza di omosessuali al loro interno. Trasferitosi, nel ’72, a San Francisco, la città più accogliente per i gay, si stabilì con il compagno Scott Smith e, nel quartiere di Castro, aprì un negozio di fotografia, il Casto Camera. Emerse ben presto come leader della comunità gay, fondando la “Castro Valley Association” dei commercianti locali, e fungendo da rappresentanti per gli interessi del quartiere, nelle relazioni con il governo cittadino. Il clima, a livello nazionale, non era certo favorevole agli omosessuali (non diversamente da quello di oggi, specie nel nostro paese cattolico), ma Milk osò candidarsi tre volte. Fu sempre un insuccesso. Ma il suo impegno pubblico lo portò ad essere il portavoce della comunità gay di San Francisco, venendo per questo soprannominato “Sindaco di Castro Street”. Nel ’77 fu eletto consigliere comunale, risultando così il primo rappresentante eletto di una delle maggiori città degli Stati Uniti ad essere apertamente gay. In undici mesi si batté in difesa di una legge per i diritti dei gay. Fu anche decisivo nel rigetto della “Proposition 6”, supportata dal senatore dello stato Briggs, che avrebbe permesso agli insegnanti dichiaratamente gay di essere licenziati in base alla loro identità sessuale. Milk dibatté pubblicamente con Briggs sull’argomento, rivelandosi in questo modo, per acutezza e per intelligenza all’intera nazione. Nel novembre 1978 la “Proposition 6” fu fermamente respinta dai californiani. La sua vittoria non è stata solo una vittoria per i diritti dei gay, ma ha aperto la strada a coalizioni trasversali nello schieramento politico. L’incarnazione e un modello per chi, ancora oggi, combatte per i diritti civili.

Non è difficile comprendere perché questo film ha già ottenuti importanti riconoscimenti (il New York Film Critics Circle gli ha assegnato il premio come miglior film dell’anno. Sean Penn e Josh Brolin hanno vinto, rispettivamente, il premio come migliore attore protagonista, oltre al fatto ch’è anche candidato ai Golden Globe, e quello come migliore attore non protagonista). Immenso Penn. Credibile, perché autenticamente sofferente e passionale, nello stesso tempo morente, al modo di alcuni fra i migliori personaggi utilizzati dal nostrano Puccini nelle sue opere, in modo particolare, in Tosca.

Un film impedibile per chi intende la memoria non come un qualcosa di legato al passato, ma piuttosto ancorato ad un presente che si vorrebbe cambiare.

Giancarlo Visitilli

Valzer con Bashir

In Cinema, Politica, Recensioni, Storia contemporanea on gennaio 25, 2009 at 9:59 am

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Valzer con Bashir – Israele, 2008

  • Regia: Ari Folman
  • Animazione: Yoni Goodman
  • Genere: drammatico
  • Durata: 87′

I lupi inferociti che corrono, pronti per colpire. Annusano: non è quello che cercavano. Si arrestano dinanzi ad una finestra. Tutto rimanda ai ‘lupi’ di questi giorni, in guerra a Gaza, neanche poi per metafora. Il regista israeliano Ari Folman, con un linguaggio poetico affatto ermetista, ma denso di sangue e lacrime, racconta la vera esperienza di uomini che nel Libano hanno sognato la possibilità di una svolta. Per la maggior parte dei quali segnata per sempre dal suggello della morte. Per altri un tormento che ancora dura nei lancinanti ricordi. Valzer con Bashir è un film sull’atrocità della memoria dei morti e dei vivi. Sulla memoria collettiva.

Sono precisamente 26 le bestie dell’incredibile sequenza iniziale, le stesse uccise venticinque anni prima in Libano, e che tormentano le notti di un vecchio commilitone. La memoria del pianto e del dolore dei profughi palestinesi scampati al massacro di Sabra e Chatila, nel non lontano 1982, ad opera dei cristiani falangisti, sono la materia densissima affidata al ricordo reale, vissuto in prima persona dallo stesso regista, oltre che all’animazione di Yoni Goodman e al suono minimalista di Max Richter (premiato con l’EFA).

L’impatto visivo è decisamente impressionante, quanto le immagini reali di questi giorni diffuse dai media. La stessa idea del titolo, che per tutta la prima parte del film, non si riesce a collocare da nessuna parte, poi è assolutamente una grande sorpresa, oltre che una genialata da parte di chi ha scelto il titolo anche in italiano (una volta tanto!), perché il valzer rimanda all’esperienza realmente vissuta dal regista, allora diciannovenne, costretto a sparare ‘danzando’ in mezzo al fuoco incrociato e al cospetto di giganteschi manifesti con l’immagine dell’appena ucciso presidente cristiano, Bashir Gemayel. In tutto il film, dall’inizio alla fine, si respira molta disperazione.

L’anno scorso toccò a Persepolis di Marjane Satrapi ad entusiasmare il pubblico della Croisette, allo stesso modo di come quest’anno è toccato a quest’altro film di animazione, ma che inspiegabilmente non è riuscito a portarsi a casa nessun premio. Eppure bellezza ed originalità da vendere ce le ha tutte: dalla scelta del tratto grafico, lontanissimo rispetto a tutte le tecniche più in voga, questa unisce le tavole disegnate ed effetti digitali, mettendo in bella mostra lo spessore e la nettezza dei tratti, i chiaroscuri e i colori dal forte impatto emotivo, che si arricchiscono perché accompagnati dal commento musicale pop e post-punk di inizio anni Ottanta. Tutto amalgamato dalla poeticità propria della cultura del nostro tempo, ancora fortemente nichilista e ossessivamente legata all’onirico e a tutto ciò che avrebbe l’esigenza di essere focalizzato e analizzato da analisti che vadano oltre la psicanalisi di freudiana memoria. Non si tratta neanche di interpretazione di sogni, o semmai, nel film Folman ne rimanda continuamente uno, fortemente politico, inteso alla maniera di chi interpreta i sogni, senza distinzione di razza, cultura e religione, per il raggiungimento di quel grande sogno che ancora si distingue per la sua utopisticità: la pace. Senza ma e senza però, ma solo a ritmo di danza. Meglio s’è un valzer a due, senza l’arma come compagna ballerina.

Giancarlo Visitilli

Canone inverso

In Cinema, Recensioni on gennaio 14, 2009 at 11:08 pm

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Non capita spesso nella vita di guardare un film e rimanerne colpiti.

Questo è quanto accade con la visione di “Canone Inverso – Making Love” di Ricky Tognazzi, un film di qualche anno fa, probabilmente del 2000. La prima volta in cui l’ho visto ricordo di esserne stata catturata. Tutto è perfetto. Gli attori, la sceneggiatura, l’ambientazione, la musica.

Eccoci arrivati a Lei.

Questa magica musica che pervade lo spettatore e che attraversa il film, accompagnandolo dall’inizio alla fine. Assolutamente indimenticabile.

Praga, 1968. Il giovane violinista Jeno Varga incontra Costanza, una giovane donna, in un locale e suona una musica che la fa tornare indietro nel tempo, ai suoi ricordi confusi di bambina. Questa musica è per lei e per “tutte le donne che hanno negli occhi la memoria del mondo”.

Da questo momento in poi si torna indietro agli anni dei nazisti di Hitler, anni durante i quali nasce un’amicizia tra due magici violinisti, due giovani “folli”, due che quando suonano fanno all’amore, “making love” appunto. Anni difficili durante i quali nasce una splendida quanto tormentata storia d’amore tra uno dei due violinisti ed una famosa pianista.

E come un canone inverso , che lo si può suonare a ritroso, che fa tornare indietro, più il film avanza e più la mente ripercorre gli anni passati.

Un film perfetto. Assolutamente consigliato a chi non solo ama la musica, ma la considera parte integrante di sé .

Claudia Cappello

Come dio comanda

In Cinema, Recensioni on dicembre 22, 2008 at 8:20 pm

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Come dio comanda (Italia, 2008)

  • Regia– Gabriele Salvatores
  • Interpreti– Filippo Timi, Alvaro Calca, Elio Germano, Fabio De Luigi, Angelica Leo.
  • Genere– drammatico
  • Durata– 113′

Io ho paura. Tutti si ha paura, durante la visione di questo bellissimo film di Salvatores, che si manipola tra suspence, attese, gravitazioni e sospensioni, così come il cielo vuole.

L’avevamo lasciato con l’inconsistente Quo vadis baby? (2005), il regista originario di Napoli, che ora torna nuovamente con una storia scritta dal bravissimo Ammaniti e dal regista stesso ridotta al minimo, per regalarci il massimo che una sceneggiatura possa esprimere. Si, perché, nonostante il film sia molto ellittico, rispetto alla storia del romanzo, tutto torna, tutto funziona e anche le location hanno un ritorno visivo consistente con quanto il romanzo lascia immaginare al lettore.

Trattasi di quella provincia del Nord Italia, precisamente del Friuli: una sorta di landa desolata, disseminata di pendici di maestose montagne e di cime ferrose, da cui si sprigiona il veleno industriale. Case sparse e costruite lungo una superstrada in mezzo ad enormi depositi di legna, centri commerciali e neon. Qui vivono un padre e un figlio. Rino e Cristiano Zena. Rino è un disoccupato, che vive la precarietà famigliare e sociale. Cristiano è uno studente: scuola media inferiore. Il loro è un rapporto d’amore tragico e oscuro. Soli combattono contro tutto e tutti. Rino educa suo figlio come può. Come sa. Cristiano lo ama, lo venera, lo considera il suo faro, la sua guida spirituale, alla maniera di quel che De André diceva di quell'”innocente lo seguì, senza le armi lo seguì, sulla sua cattiva strada”. Si tratta di un amore sbagliato, ma potentissimo. Entrambi, in comune hanno un solo amico, Quattro Formaggi, che consuma la sua vita, i suoi desideri e i suoi amori, tra presepi coi Puffi e bambole che assomigliano a la ragazza di Lars.

Il film è molto musicale, non solo per quello che sempre accade nei lavori di Salvatores, la ricerca musicale (molto interessante il rock dei romani Mokadelic, che firmano la colonna sonora del film), ma per i rimandi che provoca. A proposito del padre, per esempio, come fare a meno di pensare a quello che Ferretti scriveva: “come un animale che non sa capire, guardo il mondo con occhio lineare, come un animale che non sa cos’è il dolore, che non può capire, nel tempo di morire, cerco un posto che non si può trovare”. Infatti, padre e figlio, come in Io non ho paura, vivono come in quelle antiche favole, densamente abitate nei boschi, dove il ‘lupo’ e ‘cappuccetto rosso’, non sanno d’appartenere alla stessa famiglia e guardano il mondo “con occhio lineare”, quasi privato della possibilità del male. Non sarà un caso anche che il film è girato praticamente tutto con la macchina in spalla: ci si muove con gli attori, li si spia, li si segue sotto la pioggia o nel fango, ci si intromette finanche nelle loro risse o nei loro abbracci. Guai a farsi accorgere (la maestria del regista che osserva senza farsi guardare), interromperli. Piuttosto, ci si infradicia e sporca di fango con loro. E non c’è verso neanche di riprendersi con un respiro, dalle forti emozioni, alle quali si resta sempre ancorati, per merito di un ferratissimo e straordinario montaggio (Massimo Fiocchi).

Si notano le preferenze del Salvatores cinefilo: dall’amore omaggiato per Hitchcock, a Van Sant, passando per Cronenberg. Ottimo anche il cast, dal bravissimo esordiente Alvaro Calca, all’immenso, come sempre, Filippo Timi: difficile non emozionarsi nella scena finale per la veridicità della prova; invece, un po’ troppo sopra le righe (troppe smorfie), la prova di Elio Germano.

Quella di Salvatores è l’ennesima prova di come il cinema italiano, checché ne possano pensare i grandi ‘esperti’ di cinema, non è affatto in crisi, anzi vive nuovamente il suo momento migliore, perché forse libero da certi vizi capitali, ma anche paesani, di considerare “nemo profeta in patria”.

Insomma, finalmente, un film come dio comanda.

Giancarlo Visitilli

Ultimo tango a Parigi

In Cinema, Recensioni on dicembre 18, 2008 at 3:22 pm

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Ultimo tango a Parigi (Italia, 1972)

  • Regia : Bernardo Bertolucci
  • Interpreti : Marlon Brando, Maria Schneider, Maria Michi, Massimo Girotti, Jean-Pierre Léaud
  • Genere : Drammatico
  • Durata : 132

Parigi, fine anni ’60. Due sconosciuti, un uomo di mezza età (Marlon Brando) e una giovane donna (Maria Schneider) si incontrano in un appartamento decadente sfitto.

Poche parole: “Lo prendi tu? Ti piace?”, “Non lo so, e a te piace?”, e quell’appartamento diventa il set del loro amore surreale, un luogo dove l’angoscia, la rabbia e la disperazione dell’uomo vengono leniti dalla leggerezza e dalla giovinezza della donna.

Un luogo dove dimenticare sé stessi, la propria storia, non raccontarsi niente. Non servono i nomi, contano solo le percezioni, le emozioni, la carnalità del sesso, che è dolce e violento insieme.

Il sesso come anestetico e droga contro la solitudine, contro la inevitabile fine dei rapporti e di tutte le cose terrene. Un ritorno agli istinti primordiali, prendere esempio dagli animali per non soffrire, tenersi lontani dai sentimenti.

Ma i due amanti finiscono col cedere alle regole della ragione: per capire, conoscere, vogliono credere che si possano abbattere le pareti di quell’appartamento senza che niente tra loro cambi.

“Ho 45 anni, gestisco un albergo non proprio ben frequentato, non che sia un bordello, però… Mia moglie si è suicidata, bevo e la mia prostata è gonfia come un pallone”.

Il sogno si infrange, la realtà è dura e ne prende il posto, ma non ci si arrende, si insegue ancora affannosamente il sogno, e dopo un’estenuante corsa lo si riafferra, lo si trattiene con forza, ma fugge di nuovo.

E’ l’ultimo tango, il sogno è finito, non può ricominciare, deve solo finire.

Il film in Italia fu sequestrato per “esasperato pansessualismo fine a se stesso”, e nel 1976 condannato al rogo dalla Cassazione. Ne furono salvate solo alcune copie.

Il regista, accusato di offesa al comune senso del pudore, venne privato per cinque anni dei diritti civili, tra cui quello di voto, e fu condannato a quattro mesi di reclusione (mai scontati).

A distanza di anni, nel 1987, il film venne riabilitato e proiettato nelle sale italiane, riscuotendo un vasto successo da parte del pubblico.

Stefania Bux

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Una nuova firma arricchisce ulteriormente di contenuti e nuovi punti di vista il Presidio Primo Levi. La cara amica Stefania Bux ha voluto regalarci la sua prima recensione attraverso la quale racconta un classico del cinema. Benvenuta.

The millionaire

In Cinema, Recensioni on dicembre 13, 2008 at 1:55 pm

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The millionaire (Uk, Usa, 2008)

  • Regia – Danny Boyle
  • Interpreti – Dev Patel, Freida Pinto, Anil Kapoor, Madhur Mittal, Irfan Khan
  • Genere – drammatico
  • Durata – 120’

Com’è difficile smitizzare un artista ch’è divenuto un mito, come nel caso di Danny Boyle, dal grande pubblico conosciuto come il regista britannico del troppo osannato Trainspotting, e che ora ha confezionato anche il suo film bollywoodiano.

La storia, ispirata al bestseller “Q&A”, dell’indiano Vikas Swarup, è quella di Jamal Malik, un giovane che si guadagna da vivere facendo l’assistente, al modo di chi piuttosto altro non è che “il ragazzo del the”, in uno dei numerosissimi call center di Mumbai, che offrono servizi telefonici a tutto il pianeta. L’unica speranza che gli resta per ritrovare l’amore della sua infanzia e poterle offrire un qualche futuro è quella di partecipare a “Chi vuol esser milionario?” e vincere più soldi possibile. Incredibilmente, il ragazzo ha più fortuna di quanto non potesse lui stesso immaginare.

Il film di Boyle è un’accozzaglia di generi: dallo sperimentato glamour finto-indy della Nair (il coregista di Boyle, Loveleen Tandan è il responsabile del casting di Monsoon Wedding), al musical dell’ultimo Friedlander (Ti va di ballare?), fino all’horror, modello De Filippi-Costanzo-Isola-Mediaset. Nel film, addirittura poco convincente appare anche la stessa cornice dello show in tv, tanto da far rimpiangere anche il nostro peggiore Gerry Scotti. E’ un film, perciò, che fa molto inquietare, anche lo spettatore meno afferrato nelle ‘cose’ di cinema (perché dal punto di vista della tecnica cinematografica è assolutamente impeccabile, anzi…), vista la moda di molti registi di paesi, ex grandi potenze coloniali che, anziché raccontare della condizione degli stranieri nei propri paesi, preferiscono loro stessi andare direttamente a riprendere ciò che accade, nelle favelas indiane, in questo caso.

The millionaire non funziona perché è eccessivamente pretestuoso: vuol coniugare i troppi e diversi registri, dalla favola del protagonista al plot, eccessivamente sentimentale, del finale, passando anche dall’infanzia tragica dei bambini delle favelas indiane e la spietatezza di coloro che li sfruttano. Tuttavia, impeccabile, come sempre la fotografia di Anthony Dod Mantle e il montaggio di Chris Dickens, che insieme all’accurata ricerca musicale (Rahman), e nonostante la sceneggiatura risulti un ‘melting pot’, rendono il film almeno sopportabile, tenendo conto della durata anche eccessiva, tant’è che, durante i titoli di coda, ancorché il film continua, gli spettatori lasciano le sedie che ardono. A differenza di chi, invece, dopo già un’ora ha compreso bene che per film come questi non val la pena uscire di casa. Specie in questi giorni di freddo. Purchè non li si passi dinanzi al piccolo schermo, tanto meno in compagnia di Gerry Scotti. Altrimenti, è meglio andare a vedere The millionaire al cinema.

Giancarlo Visitilli

Galantuomini

In Cinema, Recensioni on novembre 28, 2008 at 9:53 am

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Galantuomini (Italia, 2008)

  • Regia– Edoardo Winspeare
  • Interpreti– Donatella Finocchiaro, Fabrizio Gifuni, Beppe Fiorello, Gioia Spaziani, Giorgio Colangeli
  • Genere– drammatico
  • Durata– 100′

“Vanno vengono ogni tanto si fermano e quando si fermano sono nere come il corvo sembra che ti guardano con malocchio”: sono le parole di una poesia con cui Fabrizio De André faceva cominciare un immenso suo disco, dal titolo “Le nuvole”. Sembrerebbe che anche Edoardo Winspeare si sia ispirato a questa poesia di Fabrizio. Il cielo e le nuvole, il regista talentino sceglie come ‘punto di vista’, per raccontare la sua stessa terra. Ora vista da lassù, poi concretizzatasi negli uomini e nelle donne, che insieme fanno i Galantuomini.

Il film, presentato al Festival del Cinema di Roma, non solo ha permesso di vincere un importante premio alla straordinaria attrice, e qui all’apice della sua bravura, Donatella Finocchiaro, ma continua a riscuotere ampi consensi fra il pubblico (ovunque risulta che si fa la fila al cinema, in questi giorni, per i Galantuomini) e la critica.

Ambientato nei primi anni Novanta, la storia mette bene in mostra l’escalation criminale della Sacra Corona Unita in Puglia. Nella terra degli ulivi, del sole e del mare, le cosche si contendono il territorio e portano avanti una guerra di mafia sanguinaria. Carmine Za’ gestisce i suoi affari dal Montenegro, delegando il controllo della sua zona ad una donna della mala, Lucia. Quest’ultima porterà avanti il suo lavoro con la dovuta ferocia fino a quando l’altro boss, Barabba, non tenterà di conquistare, riuscendoci, il suo territorio. Dopo una strage dalla quale esce viva, Lucia non trova altro di meglio da fare che rifugiarsi da Ignazio, suo amico di infanzia, ora magistrato antimafia.

Finalmente, non più il racconto di una terra tutta ‘allievi, ricci e cozze di mare’, fra cognati e ‘cape che girano’, al ritmo di pizzicate e tarantolate. Winspeare, dotato di un talento visivo impressionante, mette in primo piano l’infanzia di una terra che non è più. Ha smesso la sua innocenza. Il regista del non riuscito Il Miracolo (2003) mette in atto una storia contaminata dall’amore per la legge e le regole dell’amore. A vincere sarà la passione di chi rimane abbandonato in una terra, quella leccese, ch’è una finestra sul mondo: è qui che “finisce l’Italia e inizia il mondo”. A Nord di essa tutto il resto del mondo, ed in esso le città come Milano, in cui “di bello c’è una cosa sola: il treno per Lecce”. C’è una sorta di riappropriazione del territorio, la rivendicazione di un legame fra un Paese che si vuole sempre più diviso in Nord e Sud. Perciò si festeggiano le ultime feste, ma in lacrime, con tanto di spari. In cielo non più nuvole, ma fuochi che consumano l’artificio di storie impossibili, proprio come quella fra una criminale e un uomo della giustizia.

Eccellente la prova attoriale di Donatella Finocchiaro, che non ne sbaglia una (l’avevamo già notata in ruoli simili in Angela e Sulla mia pelle), accanto ad un’ottima e riuscita interpretazione di Fabrizio Gifuni e di Beppe Fiorello. Anche Giorgio Colangeli dà prova della sua grandissima espressività, del tutto naturale, peccato che sia poco presente sul grande schermo, a differenza di tanti altri, che invece, si vorrebbero per sempre confinati nella scatola casalinga. Grande merito alla fotografia di Paolo Carnera, capace di rendere algidi i ricordi, perché in conflitto con una terra che non ha più gli stessi colori e sapori dell’infanzia.

Giancarlo Visitilli

La banda Baader Meinhof

In Cinema, Politica, Recensioni, Storia contemporanea on novembre 19, 2008 at 1:33 am

La Banda Baader Meinhof

La banda Baader Meinhof (Germania, 2008)

  • Regia– Uli Edel
  • Interpreti– Martina Gedeck, Moritz Bleibtreu, Johanna Wokalek, Bruno Ganz
  • Genere– storico, drammatico
  • Durata– 155′.

Noi abbiamo imparato che continuare a parlare, senza agire, è un errore”. Questo è stato il principio ispiratore di tanti movimenti, pacifisti, armati, di Destra, Sinistra, Centro, ecc. La storia, però, c’insegna che qualsiasi azione, senza una direzione, un pensiero, è fine a sé stessa. Può essere, talvolta, anche negativa, specie quando ci scappa il morto. E di esempi così, la storia del mondo è piena.

In Germania, negli anni Settanta, tre giovani, Ulrike Meinhof, Andreas Baader e Gudrun Ensslin fondano una cellula terroristica denominata: Banda Baader-Meinhoff. I giovani si scagliano contro le istituzioni tedesche, accusate di essere complici dell’imperialismo americano. La banda si trasforma velocemente in un movimento politico/terroristico noto con la sigla RAF, sorella delle BR italiane. Dopo numerose azioni violente, i capi della RAF saranno catturati dalla polizia tedesca e rinchiusi nel carcere di massima sicurezza di Stammheim, dove trovano la loro morte in un suicidio collettivo, le cui reali modalità non sono mai state chiarite.

La banda Baader Meinhof, tratto dal libro di Stefan Aust, fondamentale saggio scritto nel 1985, non è un film capolavoro, ma importantissimo. Non solo per la sostanza del suo contenuto, tratto da vicende storicamente documentate, ma anche per gli aspetti registici, comunque pregevoli. A partire dal cast, tutto di massimo livello e in stato di grazia (chi perché proviene da un lavoro duro come Quattro minuti, chi perché già attore del bellissimo Le vite degli altri, chi, come Bruno Ganz, perché non ne sbaglia uno), per le scenografie con le quali sono stati ricostruiti gli ambienti degli anni di piombo tedeschi, l’eccellente fotografia con la quale tali ambienti sono stati resi, ma soprattutto per la particolarità di come sono state ricostruite le vicende, non seguendo una linea perfettamente cronologica e consequenziale. Per cui, quello a cui assiste lo spettatore è una sorta di mostra che concatena quadri drammaturgici, intervallati da altrettanti quadri, che hanno la funzione di incorniciare l’opera, perché si tratta di materiali di repertorio. E’ evidente come Uli Edel e lo stesso co-sceneggiatore, Aust, abbiano lavorato per sottrazione: ci sono meno dialoghi e tante vere e proprie scene d’azione, la cui tensione ha una resa incredibile grazie ad una regia asciutta, priva di qualsiasi rigore estetizzante. Anche se il film esteticamente eccelle.

Sorprende lo stesso lavoro degli sceneggiatori e della loro capacità di non elevare affatto i rivoluzionari tedeschi come degli eroi o delle vittime dello Stato imperialista. Piuttosto sono la meglio gioventù tedesca, raffigurati come degli idealisti il cui scopo era quello di riuscire a creare una società più umana, senza accorgesi che sbagliavano nell’uso degli strumenti, disumani e violenti. Convinti che bastava capire solo alcune differenze: “una pietra lanciata contro una vetrina è un atto criminale, mille pietre sono un’azione politica”. Molte, curiosamente le affinità che si possono ravvisare con il gruppo terroristico italiano, a partire dalla descrizione delle azioni dei rapimenti, che tanto ricordano quello di Aldo Moro.

Negli ultimi anni il cinema tedesco si è spesso trovato a ragionare sul passato e sulle ferite ancora aperte del secolo scorso. Tutto è avvenuto mediante pellicole di ampia visibilità, di grandi produzioni, in cui il gusto narrativo accompagna l’esposizione storica. Basti pensare a film come La caduta e il recente Le vite degli altri, fino a Goodbye, Lenin. La banda Baeder Meinhof si inserisce perfettamente nella lista di una grande ed importante produzione cinematografica, di assoluta valenza storica, oltre che artistica. E quando è possibile tale connubio, si tratta di grande cinema. Perché è quello che cambia le vite degli altri, specie dopo le tante cadute a cui la storia costringe. Ce n’è per tutti in questo meraviglioso film, per chi è convinto pacifista, ma anche per chi crede ancora, ostinatamente, nella ‘guerra giusta’, perché è vero quello che nello stesso film si afferma pesantemente: “coloro che fanno violenza sui popoli, quando tale violenza se la ritrovano a casa, impazziscono”. Chi ha orecchi, intenda. Ma è dato capire anche ai sordi, perché l’orrore della guerra, dell’odio e della violenza, priva lo sguardo a chiunque.

Giancarlo Visitilli

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Il Presidio Primo Levi allarga gli orizzonti e si arricchisce di nuovi contenuti grazie alla prestigiosa firma di Giancarlo Visitilli, critico cinematografico e scrittore, nonchè invidiato collezionista di ottima musica.  Benvenuto.