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Archive for the ‘Classici della Letteratura’ Category

Le Strade di Radio Primo Levi, parte III – The Hill

In Classici della Letteratura, Pensiero, Poesia, Radio Primo Levi on agosto 17, 2010 at 12:43 am

Campi di granturco nell'Illinois, foto di Rosa Lonigro.

Le città di “Spoon River” esistono davvero. Una di queste si chiama Lewistown. E’ un villaggio di 2000 anime a 350 km a Sud-Ovest di Chicago, Illinois. Per raggiungerla si deve tagliare la concreta infinità dei campi di granoturco che ti accompagna per qualche ora lungo strade senza fine della Route 66.

Main Street è la strada principale della città, lo dice la parola stessa. Canute case di legno in stile vittoriano, una banca, qualche
negozio, un ufficio postale, un Subway e bandiere a stelle e strisce quasi ovunque, per ricordarti sempre a chi appartiene il suolo che calpesti.

Proseguendo a Nord su Main Street, il centro della città finisce dopo un paio di minuti, interrompendosi in un cimitero su una collina. Subito accanto c’è una casetta bianca. Ci vive un signore gentile di nome Dan, con i capelli bianchi, gli occhiali e un cane di cui ho sentito solo l’abbaiare attraverso il sottile legno della porta. La bellezza di questo viaggio è anche merito suo, che ci ha fatto dono di una preziosa e introvabile guida delle “pietre” di Spoon River.

Dan si sveglia ogni mattina sulla collina dove tutti dormono.

Dove dorme il Suonatore Jones che fronteggiava il nevischio a petto nudo. Dove giacciono le brevi ossa del giudice Selah Lively [1]. Dove riposa Trainor [2], il chimico che nessuna mai volle sposare.

La collina di Oak Hill ti accoglie immobile come un colpo al cuore. Le pietre sono sparpagliate senza ordine apparente. Salgono e scendono negli occhi come un’onda ferma.

The Hill, foto di Roberto Anglani

Se non presti eccessiva attenzione ti può capitare di calpestarne alcune con una sola lettera scolpita o altre incagliate nelle radici
di un acero. Alcune sono completamente anonime, ad altre furono il vento e il tempo a portare via il nome ed il ricordo.

Tuttavia man mano che leggi l’Antologia e cammini sulle foglie dell’erba, ti rendi conto di muovere dal sonno le storie della “piccola America”. A pochi metri di distanza dormono amanti e nemici, le speranze e le vendette, gli infelici al fianco di coloro cui la vita diede fortuna immeritata.

Minerva Jones [3] è la poetessa del villaggio, derisa per il suo aspetto goffo e l’occhio guercio, violentata da “Butch” Weldy e morta d’aborto. Poco più lontano si trova il padre “Indignation” Jones [4], falegname, impiastrato nella palude della vita, in cui camminava credendo fosse un prato.

Sulla collina più alta, Percy Bysshe Shelley [5]  giace con un colpo nel cuore sparato per sbaglio e, alla fine di un sentiero, sotto un obelisco c’è un ragazzo [6]. Mickey M’Grew è il suo nome, e cadde dalla torre dell’acquedotto mentre lavorava per aiutare la famiglia.

Il giudice Selah Lively, foto di Rosa Lonigro

Ad Oak Hill sono circa 40 le vite dell’Antologia che abbiamo ritrovato e che rimangono lì come monoliti per quando non ci saremo. Tutte le altre sono sparse in piccoli villaggi della contee di Fulton e Menard, nel cuore dell’Illinois.

Sopra ogni cosa avremmo voluto trovare il Suonatore Jones, che con certezza finì anch’egli su quella collina. Ma non ci siamo riusciti.

In fondo per lui che visse senza rimpianti, fregandosene di denaro amore e cielo, che importanza può avere, alla fine di tutto, un nome su una pietra?

Roberto Anglani, in viaggio con Rosa Lonigro.

Chicago, 17 agosto 2010

I nomi originali sono indicati da varie fonti tra cui: l’archivio del Knox College of Illinois; dall’edizione di Spoon River Anthology curata dal professor John Hallwaes della Western Illinois University; “Across Spoon River” e “Genesis of Spoon River” di Edgar Lee Masters; “Those people of Spoon River” di Ellen Coyn Masters; “The Prairie Journal” del 1985; Oak Hill Cemetery Sexton, Lloyd Chambers of Lewistown.

[1] Andrew N. Barnett; [2] ambiguo Philipp Randall o Nathan Painter; [3] Margaret Wheadon; [4] Jonas Staton; [5] William C. Bryant; [6] Henry Mickey McFall

Le braci

In Classici della Letteratura, Letture, Recensioni on luglio 31, 2010 at 11:22 am

Caro Sàndor,

come d’accordo ti invio le mie impressioni sul tuo manoscritto.

Desidero farti sapere, prima di addentrarmi in altre considerazioni, che i miei occhi vedono in te una persona la cui sola esistenza infonde speranza nel futuro. Il tempo sin qui trascorso insieme, ancorché limitato, non si sarebbe potuto vestire con maggiore eleganza ed il piacere che dalla tua compagnia ho tratto trova pochi eguali nel mio bagaglio di ricordi.

Le tue parole sono ricamate con il pregiato tessuto dell’eleganza e l’armonia con cui esse esprimono i concetti da te formulati mi regala la sensazione di averli compresi appieno. Hai scelto un sentimento nobile di cui parlare e lo hai fatto attraverso una storia di straordinaria normalità.

Ogni rapporto tra due persone si nutre di reciprocità, a me piace immaginarlo come una pianta che ha bisogno delle cure di entrambi per poter vivere; altrimenti la pianta non si offre alla vita. Nessun sentimento o emozione ha senso se le anime coinvolte non percepiscono vibrazioni compatibili. Se non è così una delle due è costretta a sanguinare. E la pianta muore.

Ho ascoltato, come sottofondo alla lettura, la Fantaisie polonaise di Chopin, che citi nel testo. Sarebbe un’enormità pensare che sia stata scritta perché un giorno diventasse un velo sonoro con cui avvolgere le tue parole, tuttavia è un pensiero che mi sono concessa. Lo spirito del Maestro saprà perdonarmi.

Non immaginavo di poter trovare tanto equilibrio nelle tue parole, le quali, quasi fossero dotate di vita propria, continuano ancora a sorprendermi per forza e lucidità. A volte ne ho avvertito il peso, ma ciò, anziché spaventarmi, è stato per me un invito a desiderarne altre, come se la parola successiva costituisse la risposta alla sfida lanciata dalla precedente.

Ho molto apprezzato il modo con cui hai descritto le azioni e le sensazioni dei personaggi: il soliloquio del Generale, al contempo sincero e disperato, descrive molto bene il sentimento dell’amicizia e le dinamiche che pone in essere.

Arrendersi di fronte alla tua capacità di sorprendere attraverso l’esercizio della normalità è per me inesorabile. Non c’è effetto speciale che possa eguagliare in forza e meraviglia una parola inattesa. Da te ne ho ricevute tante.

«Diventerò poeta» disse una volta, alzando lo sguardo con la testa piegata di lato. Il vento gli scompigliava i riccioli biondi, mentre contemplava il mare tra le palpebre socchiuse. La balia lo abbracciò, gli prese il capo e se lo strinse al petto. Disse: «No, tu diventerai un soldato». «Come il babbo?» disse il fanciullo scuotendo il capo. «Anche il babbo è un poeta, non lo sai? Pensa sempre ad altro». «È vero» rispose la balia sospirando. «Non andare al sole angelo mio, ti verrà il mal di testa».  Rimasero a lungo così, seduti sotto il fico. Ascoltavano il mare: il suo mormorio aveva qualcosa di familiare. Era simile a quello delle foreste di casa loro. Il fanciullo e la balia pensavano che a questo mondo vi era qualcosa in comune fra tutte le cose.

Se la bellezza è negli occhi di chi guarda è perché la bellezza quegli occhi riflettono.

A presto.

Tua Lola

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Qualche giorno fa nella redazione di Radio Primo Levi è giunta questa lettera, insieme alla preghiera di pubblicarla quanto prima. Coerenti al nostro proposito di accogliere qualunque contributo non abbiamo esitato un solo istante nel tener fede al nostro impegno. Ringraziamo la Signora Lola per l’originale contributo e ci auguriamo che possa presto darci ulteriori Sue notizie.

La Bella Estate

In Classici della Letteratura, Letture, Pensiero, Recensioni on luglio 6, 2009 at 7:46 pm

La Bella Estate di Pavese

Allora Guido se la strinse al braccio. – Tu non sei mica estate. Tu non sai cosa sia fare un quadro. Dovrei innamorarmi di te, per diventare intelligente. E allora perderei tempo. Devi sapere che un uomo lavora soltanto se ha degli amici che lo capiscono.

Mentre leggi Cesare Pavese, a volte ti può capitare di leggere frasi come queste, che sembrano scritte con inchiostro blu cobalto su un letto di neve chiara. Così rileggi due o tre volte lo stesso periodo fino a quando non capisci, fino a quando non proietti all’esterno, come una lampada a neon, quell’arbitrariamente piccola parte di vissuto che trovi in ogni libro e che ti fa sbalordire come quando impari un nuovo alfabeto.

La Bella Estate di Pavese è il racconto di una stagione di una vita. Di un breve cumulo di giorni che in una maniera o nell’altra tutti abbiamo vissuto. Parlo di quella stagione della vita che incomincia il primo mattino senza scuola, nel dubbio e nell’inoperosità di impostare delle nuove giornate e che termina svegliandoti qualche tempo dopo che sei diventato un uomo.

L’estate raccontata da Pavese è una stagione dell’amore e della scoperta della carne, non come l’esercizio erotico di un vizio insoddisfatto, ma come significato nuovo alla scorza che separa i nostri organi dall’ossigeno dell’atmosfera terrestre. Quella scorza di nervi e cellule in grado di poter cambiare una giornata o una vita intera al contatto di un nuovo mondo.

E’ così che Ginia, percorre la sua adolescenza in una manciata di mesi fino alla scoperta dell’amore di un uomo, della passione per l’odore dell’acqua ragia e di un bacio saffico dato per sbaglio una sera d’estate.

I giorni estivi di Pavese sono giorni che appartengono a ciascuno di noi, che capitano più volte, ai più fortunati, nell’arco di un’unica esistenza. Le sue sono parole che non leggi su un libro ma che ritrovi nel cassetto caotico della tua memoria incosciente e accaldata di qualche tempo fa.

– Non sei mai stato innamorato? – disse Ginia, senza guardarlo. – Di voi altre? Non ho tempo.

Roberto Anglani

Bari, 6 luglio 2009

I fratelli Karamàzov

In Classici della Letteratura, Recensioni, Teatro on marzo 1, 2009 at 3:54 pm

Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Cinque uomini. Un padre e quattro figli, fratellastri tra loro, che un dio crudele – egli stesso feroce patrigno – ha voluto riunire per determinarne la pressoché totale distruzione.

Cinque uomini. Cinque solitudini. Cinque pianeti che un destino crudele ha deciso di fare entrare in rotta di collisione con effetti assolutamente disastrosi.

Detto così, I fratelli Karamàzov, l’ultimo romanzo scritto da Fëdor Michajlovič Dostoevskij, appare poca cosa. Eppure chi nella sua vita è inciampato nelle sue pagine non ha mai più potuto riprendere il precedente passo; chiunque si sia accostato alla lettura di quello che viene unanimemente considerato il punto più alto della produzione, tanto in senso letterario quanto filosofico, del Genio russo, ha deciso, impudentemente o no, di valicare le colonne d’Ercole della sua anima, di imporre nuovi orizzonti alla propria conoscenza, di sottoporsi ad una seduta psicanalitica che, in frequentissimi casi, si prolunga lungo l’arco di una intera esistenza.

La potenza della parola di Dostoevskij è devastante: dopo esservi entrato in contatto si cammina tra le macerie del proprio pensiero, ove pure può capitare di perdersi, come accade a taluni personaggi dello stesso libro; ogni singola frase della sua opera meriterebbe infinite riflessioni che, qualora mai – e non lo crediamo – noi fossimo in grado di estrinsecare, non potrebbero essere riportate sulla fredda carta.

Qui diremo solo, senza tema di smentita, che non vi è alcuna possibilità per il lettore di dimenticare quel capolavoro che, nelle intenzioni dell’autore, doveva essere solo la prima parte della biografia del giovane Aleksej (il terzo dei fratelli), prima che la morte ne arrestasse la penna nel 1881. Ebbene, a nostro modesto parere non sarà facile dimenticare neanche l’adattamento teatrale che Marinella Anaclerio ne ha realizzato sotto l’egida della “Teatro e Società”, del Comune di Bari e della Regione Puglia. E tale affermazione – lo diciamo subito, a scanso di facili battute – non è determinata dalla durata della pièce (oltre quattro ore) che parrebbe aver preventivamente terrorizzato il pubblico barese – peraltro accorso numerosissimo e dimostratosi attento per l’intera durata dello spettacolo – e che, invero, aveva preoccupato anche noi, pur memori di passate similari esperienze (ad esempio con le regie del divino Ronconi o dell’Amleto integrale di Lavia in un affollato Petruzzelli), bensì dalla solidità di uno spettacolo che, pur avendo nella parola il suo punto naturale di forza, non manca di catturare anche gli occhi dello spettatore, grazie alla essenziale – benché a tratti visionaria – e, pertanto, sapiente regia della stessa Anaclerio, ben coadiuvata nell’opera dalle monumentalmente spartane scene di Pino Pipoli, dai rispettosi costumi di Stefania Cempini e dalle efficaci luci di Pino Ruggiero. E se la scommessa – come ci è parso di comprendere sin dalla scelta del titolo I Karamazov – dello spirito della carne del cuore– era quella di porre sotto la luce dei riflettori il ritratto non solo di una ributtante famiglia, bensì di una riluttante comunità in cui non è dato scorgere alcuna possibilità di comune redenzione, in cui tanto l’umano conflitto tra fede e ragione quanto la divina fedeltà alle leggi del libero arbitrio hanno dato i loro peggiori frutti, generando esclusivamente dubbi, solitudini, inquietudini, dissapori, odio, perdizione ed, infine, morte, allora occorre plaudire alla totale riuscita dell’operazione, che ha potuto godere della sempre ottima recitazione di un cast tutto pugliese che, pur essendo improntato su di una preziosa coralità, ha trovato momenti vicini alla perfezione nell’Ivan di Fulvio Cauteruccio (sublime nel difficilissimo passaggio del Santo Inquisitore), nel Fedor di Roberto Mantovani, nel Dmitrij di Totò Onnis e nella Lise di Cristina Spina; ma ciò non voglia diminuire il valore di tutti gli artisti (impegnati spesso in più ruoli) che, nonostante l’impressionante tour de force, sono riusciti a catapultarci negli inestricabili labirinti di un mondo di parole e teoremi che Dostoevskij creò per noi, rivelandoci l’esistenza di una mostruosa normalità, di una disumana umanità, che, in fondo, è anche nostra.

Pasquale Attolico

Conversazione in Sicilia

In Classici della Letteratura, Letture, Pensiero, Recensioni on gennaio 28, 2009 at 9:03 am

vittorini

Quale differenza esiste tra i termini “sublime” e “soave”?

E’ un po’ di tempo, ormai, che Conversazione me la sento nel cuore e nella mente e per definirla ho spesso usato con i miei interlocutori il  termine sublime. Poi ieri, mentre la sfogliavo, mi ha colpito quanto spesso Vittorini per descrivere la Sicilia e i siciliani utilizzi il termine soave,  che vuol dire “attraente,  dolce,  che riesce grato e piacevole ai vari sensi, che infonde calma,  pace e tranquillità”. Sublime, invece, è voce dotta che indica “ciò che è illustre, nobile, eccelso, eccellente, insigne sugli altri”.

Forse se volessimo indicare la grandezza letteraria di quest’opera certamente sottovalutata dal grande pubblico, potremmo definirla sublime, se invece volessimo far comprendere le emozioni che trasmette leggendola, dovremmo senza dubbio definirla soave.

Soave ed emozionante è l’introduzione che ci fa accapponare la pelle, perché all’improvviso, già dalle prime righe ci travolge e ci sentiamo tutti come Silvestro: davanti alle atrocità del mondo, al genere umano offeso, chinare il capo, sentire di non avere interlocutori, di non riuscire a dire e fare nulla, provare “la quiete nella non speranza. Credere il genere umano perduto e non avere febbre di fare qualcosa in contrario, voglia di perdermi, ad esempio, con lui”. Andare avanti sotto la pioggia e sentire, con indifferenza, che l’acqua ti entra nelle scarpe rotte.

Il libro, quindi, comincia così, con la quiete nella non speranza. Ancora una volta.

Ma questo sentimento ormai non è più solo, perché comincia ad essere contrastato da astratti furori che il nostro protagonista prova per il genere umano offeso.

E così, all’improvviso, con una apparente iniziale indifferenza comincia un viaggio verso la Sicilia, fatto di fotogrammi in bianco e nero, intervallati da squarci dai colori dirompenti; e d’un tratto l’indifferenza svanisce, per lasciare il posto alla soavità delle cose reali che si confondono con i ricordi di bambino, in un viaggio nella quarta dimensione che consente a Silvestro di recuperare le sue emozioni autentiche, gli archetipi della sua memoria, la sua fede di bambino (l’aquilone che vede volare alto nel cielo), di quando il mondo era tutto una Mille e una notte.

Memorabili sono i personaggi che incontra durante il suo viaggio: il Gran Lombardo alla ricerca di altri e alti doveri, Coi Baffi e Senza Baffi, la Madre (Donna Concezione), personaggio centrale del libro, che non riesce a dare al figlio risposte strane alle sue domande strane. E poi il nonno, il padre, i malati invisibili incontrati nel giro delle iniezioni, simbolo del genere umano offeso e sofferente, l’Arrotino, l’Uomo Ezechiele, Porfirio, Colombo (ciascuno allegoria di una differente ideologia), gli operai piangenti, il soldato, la donna di bronzo.

Ciascuna di queste figure rappresenta una immagine, un simbolo che il lettore è invitato a cogliere, comprendere e sentire, perché Conversazione è un libro che dice tante cose, ma deve farlo usando il simbolismo delle immagini, per non incorrere nella censura del 1937, anno della sua pubblicazione.

E finalmente arriviamo alla conclusione di questo iperbolico viaggio, anche noi mischiati nella processione che segue e pone domande a Silvestro, il quale, ebbro, si esprime con parole suggellate, ma finalmente non è più solo: ha trovato i suoi interlocutori.

Finalmente la quiete nella non speranza ha lasciato il passo alla speranza nella non quiete.

Rosa Lonigro

Thomas Mann, la contraddizione in persona

In Biografie, Classici della Letteratura, Pensiero on dicembre 11, 2008 at 12:20 am

Thomas Mann

Thomas Mann

Scavare dentro la propria anima è un processo faticoso e doloroso e, per questo, un numero limitato di scrittori ha rivissuto la propria vita e la propria crescita nelle loro opere. Uno di questi è il romanziere Thomas Mann, premio Nobel per la letteratura 1929, che ha fatto dell’indagine interiore, l’oggetto del suo capolavoro: “Tonio Kröger”.

L’esistenza di Thomas Mann, fu, sin dall’infanzia, un compendio di due nature opposte, quella paterna appartenente al mondo borghese, incentrato sui doveri morali, e quella materna, caratterizzata dalla sensibilità artistica, dall’amore per la musica e la fantasia. Questa sintesi generò una particolare sensibilità individuale che portò l’artista a soffrirne le più intime contraddizioni.

Rivelerà, lui stesso, i propri tormenti di adolescente alla fidanzata con queste parole:

Lei sa che io, che la mia persona umana non ha potuto svilupparsi come quella di altri giovani; sa che un talento può essere assorbente, può succhiare il nostro sangue come un vampiro; Lei sa che vita fredda, inaridita, puramente ostentativa e rappresentativa io abbia vissuto per anni; sa che per anni, e per anni importanti, come essere umano mi sono considerato uno zero e ho voluto diventar qualcuno solo come artista…(lettera a Katja, principio di giugno 1904)

La vicenda culturale di Mann si basa su questo dualismo antitetico e contrastante, ai limiti del paradossale: da un lato, la nostalgia e l’amore per la semplice vita borghese, dall’altro il fascino e l’attrazione, parliamo di una vera vocazione, per l’arte, che danno origine ad una complessa vita spirituale.

E’ importante sottolineare che quando lo scrittore tedesco affrontò le prime esperienze intellettuali, la scena culturale tedesca di fine Ottocento era dominata dalla presenza di grandi personalità filosofiche ed artistiche come Schopenhauer, Nietzsche e Wagner, che egli stesso definirà la sua “Triplice costellazione”.

Del loro pensiero, Mann condivise il rifiuto di una visione positiva della vita tipica, invece, dalla classe borghese, capitalistica, tutta dedita al progresso ed al fattore economico, estranea perciò ai valori dell’arte.

Il pensiero artistico del giovane Mann si orientò e si formò, di conseguenza, in un’atmosfera cupa, materiale, concreta ma tristemente reale, in cui egli stesso si ritrovò precocemente incline a vivere i dissidi interiori di un’anima divisa tra la vocazione artistica e le norme sociali dell’ambiente borghese, sentimento che ritroveremo poi nel suo Tonio, protagonista del romanzo breve “Tonio Kröger”.

In “Tonio Kröger” viene rappresentato quindi il disagio interiore vissuto dall’adolescente Tonio, dietro cui si cela lo scrittore, nonché il trauma dell’artista, emarginato dal mondo e sconvolto dalla contraddizione tra esistenza artistica e vita borghese e dal rapporto problematico con la vita. Nei primi due capitoli dell’opera, è rilevante, infatti, l’analisi del disagio adolescenziale derivante dalla costante indagine interiore, nel quale lo scrittore ravvisa le possibili basi del formarsi di una coscienza artistica.

Cresciuto in un ambiente borghese, Tonio è un ragazzo quattordicenne caratterizzato da un’estrema sensibilità e dall’iniziale temperamento artistico che lo porteranno a sentire forte la contraddizione tra il modo di concepire la vita tutto teso agli affari e la forte tendenza verso il mondo dell’arte; Tonio, nonostante la giovane età, manifesta interessi culturali e letterari che non solo lo distinguono dai coetanei ma, lo rendono “inadatto” alla vita felice e spensierata dei suoi compagni. Memorabile è la scena in cui il ragazzo, durante le lezioni di ballo, si rimprovera di non essere rimasto nella sua stanza a leggere Immensee di Storm. Quello sarebbe stato il suo posto. Solo crescendo, il ragazzo capirà che la sofferenza è parte integrante degli animi sensibili che tendono all’arte.

Non a caso, il romanzo breve è considerato una delle più raffinate indagini psicologiche esistenti nella letteratura europea del XX secolo, un’analisi introspettiva ed intimistica, che si può definire “autoformazione o “autoeducazione”.

Lo stesso autore asserisce in “Goethe scrittore in Nobiltà dello Spirito”, che la vocazione educativa dello scrittore si delinea come una problematicità che vuol confessarsi, come qualche cosa di non comune, e che tuttavia è destinato a diventare, dal punto di vista umano, universale.

In Mann, alias Kröger, il processo educativo avviene per mezzo delle esperienze vissute che riguardano la lotta contro se stesso e contro il mondo esteriore; “Un’educazione che voglia essere puramente obiettiva,” dice Mann, “che non parta dal presupposto della propria formazione, non è che vuota pedanteria”. L’opera ha dunque origine dalle antinomie da cui l’autore deriva e attraverso cui egli si forma, nel tentativo di trovare il loro punto d’incontro in Tonio Kröger, l’artista che ritrae con amorevolezza e nostalgia il mondo borghese, facendo di esso, così lontano e diverso da lui, l’oggetto della sua arte.

Fu un modo per Mann di giungere ad una conclusione, di porre fine ad un’eterna contraddizione e di trovarvi una giustificazione reale che seppur ben esplicata, non trovò forse mai dimora nella sua anima. Perché, in fondo, lui stesso era contraddizione.

Claudia Ruggiero

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Il Presidio Primo Levi cresce ogni giorno di più, oggi lo fa grazie a Claudia Ruggiero che ci ha voluto regalare questo suo scritto su Thomas Mann. A Claudia, che è una delle prime sostenitrici del Presidio, esprimiamo tutta la nostra riconoscenza.

Gli indifferenti

In Classici della Letteratura, Letture, Pensiero, Recensioni on novembre 22, 2008 at 1:57 pm

Gli indifferenti di Moravia

Avere 80 anni e non dimostrarli affatto.

Per essere compresa ed apprezzata, quest’opera deve essere contestualizzata nel periodo storico in cui è ambientata ed è stata concepita dal suo autore, Alberto Moravia: l’Italia degli anni Venti. Un paese dominato dall’ascesa al potere di Mussolini, culminata con l’imposizione di una dittatura che poi nel corso del tempo è stata subìta sempre più passivamente, fino a concederle un consenso quasi plebiscitario. Sono gli anni di una società borghese che cerca di dimenticare il periodo difficile della guerra e che per questo insegue il benessere e soprattutto la sua ostentazione ad ogni costo, persino quando questo benessere di fatto non esiste. L’apparenza diventa il motore che spinge gli animi, schiacciando in un angolino l’essenza delle cose.

Questa è anche la realtà sociale in cui si muovono e con la quale si confrontano i due giovani protagonisti di questa storia: Michele e Carla. Essi si sentono contagiati dalla corruzione dei costumi sociali e, seppure in modi differenti, cercano di opporvi resistenza, non riuscendo però a vedere altro intornò a sé se non il baratro, il vuoto. Ciò che maggiormente li tormenta è però la presa di coscienza di provare una assoluta indifferenza per qualcosa o qualcuno che invece dovrebbero odiare, o amare. Tutto ciò che li circonda più da vicino provoca loro un senso di disagio, una indifferenza fastidiosa che non riescono a trasformare in odio, proprio perché persino questo sentimento sembra inutile a migliorare le cose: di qui l’assoluta mancanza di aspettative, che porta in una condizione di “quiete nella non speranza”.

Il lettore li segue in questo loro percorso, in una narrazione che, se da principio può lasciarlo “indifferente e quasi infastidito” da tali personaggi, diventa via via sempre più appassionante, perché estremamente attuale. Il richiamo ai giorni nostri è pressocché immediato. Quanto spesso la gente si ritrova a ripetere con la stessa indifferenza azioni assurde, apparentemente prive di senso, talvolta dannose per sé e gli altri, solo per noia e con la speranza che possa trarne qualche beneficio?

E all’improvviso ci ritroviamo così terribilmente vicini a Michele e Carla, noi che viviamo in questo periodo storico per molti aspetti somigliante al loro, pur sempre con la speranza di riuscire a trovare dentro di noi la forza e la volontà d’animo per by-passare questo stato di “quiete nella non speranza” e provare direttamente la “speranza nella non quiete”, quello stato di irrequietezza propria di quando ti accorgi che la vita che aspetti da una vita è lì davanti a te e ti basta fare un gesto per farla tua.

Buona lettura

Rosa Lonigro

Il vecchio e il mare

In Classici della Letteratura, Letture, Recensioni on novembre 20, 2008 at 5:19 pm

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Il vecchio e il mare si è propagato in tutto il mondo come un’eco, una storia senza tempo come tutte le vicende legate al mare, come un flusso di onde che si perdono verso il blu.

È un romanzo dal “sabor” nostalgico, amaro e dolce, intrinseco in tutto ciò che ha un’anima cubana.
Ambientato nelle acque che costeggiano quella terra, cuore figurato ed emotivo del Mar dei Caraibi, narra della dualità che in esse si cela: acque turchesi che lambiscono spiagge bianche, tranquille in superficie, ma dal risvolto misterioso e insidioso in profondità.

Il protagonista è un vecchio pescatore dell’Havana, consumato dalla salsedine, col volto segnato dal sole “ma con occhi color del mare, vivi e indomiti”.
Una vita trascorsa per mare su una barchetta con “una vela rattoppata con sacchi di farina che quand’era serrata pareva la bandiera di una sconfitta perenne”, una vita legata alla dura legge del mare, il cui nutrimento dipende dai venti, dalle correnti, dalla fortuna-sfortuna.

È settembre, un mese propizio per la pesca, la corrente del golfo rende le acque ricche eppure sono ottantaquattro giorni Santiago a ogni tramonto rientra alla baracca a mani vuote; anche Manolin, l’unico affetto, il ragazzo a cui ha insegnato tutto, lo ha abbandonato per volere dei genitori, andando a pesca con altre barche, lasciandolo nello sconforto totale. Eppure il ragazzo non aveva dimenticato del tutto quel vecchio abbandonato ormai da tutti, a cui lui era sempre riconoscente, come quel giorno in cui gli consegnò tra le mani l’esca che sarebbe stata il motore dell’ultima grande sfida del vecchio con il mare.

Hemingway,  premio Nobel per la Letteratura nel 1954, narra la sfida con il grande Marlin in modo minuzioso e lento rendendo il tutto molto reale. Tre giorni e tre notti, sfida e alleanza, un lento “son” tra le onde dove a tratti si indietreggia, a tratti si avanza… due vite legate a un filo, due maschi così simili entrambi al termine dell’esistenza, coraggiosi eppure disperati ma soprattutto soli. Lo scrittore conferisce a questa danza-lotta un’umanità esasperata in cui il carnefice prega per la sua stessa vittima, dove nessuno ne esce né vincitore né vinto perché è solo il mare ad avere la meglio.

È un grande insegnamento al rispetto della natura che non bisogna mai aver la presunzione di sopraffare!

Rossella Gendarmi

I viceré

In Classici della Letteratura, Recensioni on ottobre 20, 2008 at 9:44 am

Uscito nel 1894, ad appena 33 anni dall’unità d’Italia, “I viceré” è un romanzo eccezionale, un impressionante affresco della Sicilia di quell’epoca, che viene descritta a tinte molto forti, attraverso soprattutto i suoi personaggi, tutti rancorosi, invidiosi, avidi, pronti a prevaricare il prossimo, pur di affermare il proprio capriccio.

La classe dirigente dell’Isola viene così descritta attraverso la nobile famiglia degli Uzeda di Francalanza, da sempre abituata a comandare e a decidere del destino altrui, avendo sempre fornito all’isola i cosiddetti Vicerè.

E attraverso la descrizione delle realtà interiori dei personaggi appaiono in tutta la loro crudezza alcune realtà che da sempre hanno caratterizzato quella società: il maggiorascato e l’importanza dell’indivisione della proprietà, che destinavano l’intero potere (anche sulle altrui vite) al figlio maggiore, mentre le figlie erano destinate a rimanere “zitelle” o suore, e i cadetti erano destinati alla carriera ecclesiastica, spesso priva di vocazione, ma in compenso caratterizzata da odio, invidia e un forte desiderio di rivalsa. E di qui, l’autore ci offre un crudo spaccato della condizione di degrado e corruzione in cui versava l’istituzione Chiesa in quel periodo.

Al di là delle vicende personali di un nugolo di personaggi, ciascuno a suo modo schiacciato dalla società e dalle convenzioni (ahinoi, quanto ancora assomigliano a certe nostre piccole realtà locali!), si svolgono le vicende della Sicilia, suo malgrado annessa ad uno Stato che viene visto e sentito come estraneo, imposto dall’esterno, certamente non desiderato, e per questo temuto. E all’improvviso tutto quello che ti è stato insegnato a scuola, lo vedi sotto una luce differente: ciò che avevi sempre pensato fosse positivo non lo è più, gli eroi si trasformano in mercenari, la liberazione in invasione.

Il messaggio de “I viceré” è terribilmente attuale e moderno: impressiona la lucidità di giudizio sugli eventi narrati, a così poca distanza dal loro svolgersi, la disillusione sulla classe al potere e sull’unificazione dell’Italia, sugli esiti infelici per la Sicilia, già così chiari all’autore dopo soli 15 anni dal loro avvenire; alla fine, nonostante le guerre e le rivolte, nulla è cambiato (come dirà poi nel “Gattopardo” il giovane Manfredi: ”Affinché tutto rimanga com’è è necessario che tutto cambi”) e al potere c’è sempre la stessa classe dirigente, quei vicerè che ora semplicemente ricorrono al filtro delle elezioni per esercitare un potere che – in fondo – tutti sentono e considerano come un loro diritto, popolo incluso.

E l’autore, ironizzando sulla famosa frase di Massimo D’Azeglio, fa dire ad uno dei suoi personaggi “Adesso che l’Italia è fatta, dobbiamo fare…gli affari nostri”, facendo meritare all’opera una censura che di fatto è durata sino all’uscita del Gattopardo, nel 1958.

Ma infondo, a distanza di 150 anni, è cambiato forse qualcosa nella nostra classe politica, nella nostra società arrivista, nell’animo della gente?

Purtroppo questo libro va letto non solo perché ci istruisce sul passato, ma anche perché è tremendamente attuale, e offre oggi come non mai, mille spunti di riflessione sul nostro presente.

Rosa Lonigro

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Il presidio Primo Levi dà il benvenuto alla prima recensione “esterna” della cara amica Rosa Lonigro, grande estimatrice dei classici della letteratura italiana, sperando di poter accogliere ancora i suoi pensieri. Ancora tante grazie.

La voce del conte

In Classici della Letteratura, Letture, Recensioni on ottobre 10, 2008 at 10:45 pm

Gentili ideatori di Radio Primo Levi,

vorrei approfittare del Vostro invito per dar voce ad un tormento che mi strazierebbe l’anima se mai ne avessi una. Se ho ben chiaro lo spirito della Vostra nobile iniziativa, chiunque abbia da consigliare un libro può beneficiare della Vostra ospitalità, ebbene, io vorrei segnalare ai  cortesi ospiti di questo blog un libro che mi vede, mio malgrado, silenzioso protagonista.

Mi riferisco all’opera più nota dell’inglese Bram Stocker. Uno dei libri più appassionanti che io abbia avuto la fortuna di leggere e credetemi, in centinaia d’anni di non vita ne ho letti davvero tanti.

Mi preme fare ciò soprattutto per difendermi da una moltitudine di falsità che nel corso del secolo appena  trascorso mi sono state ignobilmente attribuite da decine di registi e sceneggiatori cinematografici, pensate, miei cari signori, che mi hanno addirittura descritto come un necrofilo che dorme in una bara. Mi dispiace dover sfatare quello che con gli anni è diventato un mito consolidato, ma io non ho mai dormito in una bara, e me ne guardo bene dal farlo. Io, per necessità legate alla mia natura di vampiro, devo semplicemente riposare nella terra della mia amata Transilvania.

Un tale Coppola mi ha poi attribuito una relazione sentimentale con una fanciulla, che tra l’altro non ho mai conosciuto, e che in virtù di una delusione d’amore io abbia scelto di servire le forze del maligno. Ma come si è permesso? Diffamare così un galantuomo!

Si dice poi che io non possa circolare alla luce del sole…bah, credeteci pure se vi fa sentire più sicuri, tanto peggio per voi.

Vorrei pertanto invitare tutti coloro che dovessero decidere di conoscere il mio mondo, magari nel disperato tentativo di potersene tenere alla larga, a disdegnare la visione di qualsivoglia opera cinematografica che si ricolleghi alle mie vicende e di preferire a queste la lettura del libro del signor Stocker che non mancherà certo di far trascorrere loro delle appassionate ore immersi in una lettura piacevole ed emozionante dalla prima all’ultima pagina.

Confidando nella Vostra considerazione, pur nella imperdonabile stravaganza delle mie azioni, invoco sulla mia indegna persona la vostra preziosissima attenzione.

Dal suo castello in Transilvania nell’ottobre dell’anno di Vostro Signore 2008

Il Vostro devotissimo Conte Dracula

Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde

In Classici della Letteratura, Letture, Recensioni on settembre 24, 2008 at 12:22 pm

Leggere un classico della letteratura è come seguire la lezione di un vecchio maestro che a dispetto dell’età non è affatto stanco di dispensare utili insegnamenti e preziosi consigli ai propri allievi, sempre diversi eppure sempre uguali. Uguali a se stessi così come uguale a se stessa è l’umanità che cambia, tanto nella forma e poco, davvero poco, nella sostanza. “Mondo è stato, mondo è e mondo sarà” recita un vecchio adagio. Parole sante.

Il bene e il male sono componenti imprescindibili dell’animo umano, ciascun uomo può essere buono o cattivo ed è proprio di questa inscindibile dualità che parla R.L. Stevenson in uno dei capolavori che lo hanno reso celebre: “Lo strano caso del dottor Jekyll e di mister Hide”, pubblicato per la prima volta nel 1886 e che racconta della incredibile disavventura occorsa al rispettabile dottor Jekyll.

Il dottor Jekyll è uno scienziato che durante degli studi sulla psiche umana scopre che è possibile, attraverso una pozione, separare le due nature dell’animo umano: quella buona e quella malvagia. Commette però l’errore di sperimentare su di sé la propria scoperta: la sua personalità viene così scissa in due entità che, alternativamente, bevendo la pozione o l’antidoto, prendono possesso del suo corpo, stravolgendone anche l’aspetto: Jekyll infatti è una persona perbene, distinta ed educata; Hyde al contrario è malvagio, tozzo, sgradevole e capace di inimmaginabili nefandezze. Jekyll è rassicurante, Hyde incute paura.

Il racconto è davvero appassionante e risulta difficile chiudere il libro prima di raggiungerne la fine, l’autore è in grado di montare un thriller dai risvolti inquietanti che probabilmente nessuna trasposizione cinematografica o teatrale potranno mai rendere, semplicemente perché il lettore quando legge è solo. E quando si è soli si ha paura.

Leggere questo classico senza tempo significa conoscere di più e meglio la natura umana, quella degli altri e, soprattutto, la propria.

Giorgio Castriota