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Archive for the ‘Musica’ Category

Il disco del mondo

In Biografie, Musica on febbraio 5, 2013 at 10:27 pm

luca flores

Attraverso questo libro, scritto in maniera discreta e toccante, ho scoperto la musica di Luca Flores. Musicista sensibile e geniale morto suicida nel marzo del 1995.

Cos’è la musica? Si può definire? Credo non compiutamente. Se ne può parlare tanto, ma ogni parola non sarebbe altro che un argine parziale, inadatto allo scopo. Musica e vita si intrecciano, strette in un abbraccio umido e caldo. Graffiandosi, ferendosi, con violenza e con dolcezza.

Osceno e insopportabile è il silenzio urlato di una vita soffocata. Sublime e stupefacente la musica di una vita scagliata e infranta contro le barriere imposte a contenerla.

Sarà Golia a vincere, come sempre, e ci guarderà col suo ghigno sicuro e beffardo. Ma almeno una pietra, almeno una, attende impaziente nella fionda di Davide.

Le anime belle di questo mondo vibrano in sincrono con la poesia delle note di Luca Flores. Che Dio l’abbia in gloria.

Giorgio Castriota

Pennacchio di fumo d’una nave all’orizzonte

In Musica on luglio 6, 2011 at 10:44 pm

Nessuna premessa. Tutti sanno tutto. Devono saperlo, non possono non saperlo. Pink Floyd, Roger Waters, David Gilmour, Comfortably Numb, The Wall. Il muro. Opprime o difende? Chissenefrega. Oggi non ha importanza. Oggi interessa accogliere le emozioni di una musica senza tempo. Poesia libera dalle parole, poesia affrancata dai limiti. Poesia che preme, compatta, schiaccia e poi, libera, vola via.

“Da bambino colsi
Con la coda dell’occhio
Un fuggevole movimento
Mi girai a guardare ma era sparito
Non riesco ad afferrarlo adesso
Il bambino è cresciuto
Il sogno è finito
E io sono diventato
Piacevolmente insensibile.”
 

Lo avevano promesso: l’avrebbero suonata ancora una volta insieme in una delle tappe del tour di Waters. Un’altra volta soltanto. È accaduto, 12 maggio 2011, ora esiste anche una registrazione ufficiale di quel momento di pura estasi. Le parole non servono, cliccate su “play”. Sbrigatevi, dannazione.

Giorgio Castriota

Nada & Zamboni – L’apertura

In Musica, Recensioni on settembre 4, 2010 at 8:48 pm

A volte nel mondo della musica accadono dei miracoli. Irripetibili vibrazioni che si accordano con consapevole complicità. “L’apertura” è uno di questi miracoli, un disco che non riesco a non definire affascinante, il cui valore va ben oltre l’indiscutibile “peso” che i due nomi stampati sulla copertina lascerebbero presagire. Nada/Zamboni, se qualcuno li avesse accostati venticinque anni fa avrebbe rischiato parecchio. Per fortuna il tempo cambia tutto, dagli uomini alle pietre.

Il disco, registrato dal vivo nella primavera del 2005, contiene brani tratti da “Sorella Sconfitta”, lo splendido esordio solista di Massimo Zamboni, una rivisitazione “dilatata” di un brano dei CCCP (Trafitto) e brani della produzione più recente della cantante livornese, le cui interpretazioni, con la maturità, continuano ad arricchirsi di intense sfumature.

Nada qui si trasforma in una meravigliosa signora punk che, con la sua voce, “trafigge” e veste di credibilità parole che neanche Giovanni Lindo Ferretti, che alcune delle parole qui cantate ha salmodiato per anni, sarebbe ormai in grado di rendere con altrettanta forza e convinzione.

“Trafitto sono, trapassato dal futuro, fragili desideri, a volte indispensabili, a volte no.”

Ascoltare la “chitarra armoniosa” del suonatore indipendente Zamboni fa pensare che il passato, qualunque passato, per quanto emozionante ed intenso, ormai non è più, e che, nonostante ciò (o forse proprio grazie a ciò), si può rimanere “fedeli alla linea”. Anche ora, che la linea non c’è. L’importante è continuare a “tifare rivolta”.

“Miliardi di ossa di occhi perduti
in queste città immense
in queste montagne senza padroni
senza niente con le braccia aperte
e un grido sarà un richiamo d’amore,
dalle orecchie potrai sentirne il dolore
come, come se fosse in te io non sono più in me
tu non sei più in te
non c’è bisogno di te non c’è bisogno di me
neanche te di me.”

Sono tanti i gioielli contenuti in questa raccolta di canzoni, ma non si può non citare, su tutti, “Miccia prende fuoco”, un brano dove la perfezione trova un comodo giaciglio su cui posare le proprie grazie. Non c’è che da augurarsi, infine, che aperture come questa continuino a spaccare, in due, in quattro, in sei miliardi di piccoli pezzi, questa dannata terra che ci ostiniamo a calpestare.

Giorgio Castriota

Tabula Rasa Elettrificata

In Musica on aprile 13, 2010 at 1:10 am

Ci sono emozioni talmente forti che fanno male, ti chiedi il perché ma le risposte tardano ad arrivare. Le risposte sono sempre in ritardo, forse non ci sono affatto oppure ci sono ma non arriveranno mai perché alle risposte capita di rado di voler incontrare le domande. Sembra preferiscano la solitudine a qualsivoglia compagnia. Non importa. Bastino le emozioni. Ed in questo disco ce ne sono a valanga. Ne sputerò fuori qualcuna. Questa è la prima recensione “punk” di Radio Primo Levi. Se ne sentiva il bisogno.

Il lieto fine l’ha inventato chi non ne aveva la necessità, agli altri risulterà scomodo persino sognarlo, pena un risveglio amaro, sgradevolmente fuori luogo. Greve è la terra, madre e puttana, culla e tomba. Che la terra è pesante, non si può sollevare. Preme, compatta, schiaccia.

Due anime in fuga l’una dall’altra si incontrano per caso per le scale di un condominio, lei scende lui sale, cosa distingua il sopra dal sotto non s’è mai capito. Una chitarra e un sorriso bastano a intendersi. Sono anime fiammeggianti, ognuna a suo modo pronta. Si scaldano a vicenda ma non ne hanno consapevolezza. Quando un vento freddo più forte dei loro sogni le spegnerà entrambe sapranno, in cuor loro, di aver voluto, almeno per un istante e in sincrono, ardere insieme. Appare la bellezza, mai assillante né oziosa, languida quando è ora e forte lieve ed austera.

“Non so cosa voglio ma so come ottenerlo” cantavano indisponenti e folli i primi punk. Era il 1978. Ora siamo nel 1997, al più tardi nel 2010. La follia ha lasciato il posto alla convenienza, lo sgradevole all’orrido. E se ora sapessi cosa volere e non sapessi come ottenerlo? A cosa affidarsi? Alla forma o alla sostanza? Non ne ho idea, so solo che voglio ciò che mi spetta. E’ mio, cazzo, lo voglio. Ora lontano, ora vicino. Tornerà, m’aspetta, lo aspetto. Aspetta chi è aspettato che sia compiuta l’attesa di chi attende.

Vicini per chilometri, vicini per passioni, vicini nei suoni, stretti nelle parole. Una cosa sola nella telepatica vicinanza tecnologica. Vicini eppure lontani. Vicini per anni, i piedi in testa; lontani per il resto della vita. Difficile da accettare, impossibile da comprendere, imbarazzante da spiegare. Ancora una volta è il vuoto la sostanza. Il verde è negli occhi di entrambi, il verde è il colore della speranza. Sublime inganno. Eterna attesa.

La felicità è senza limiti, viene e va. Viene e poi se ne va.

In fondo la ricetta è vecchia di secoli: basta far nulla. Ciò che deve accadere accade. Inutile cercarne altre, le ricette sono come le risposte, fanno loro compagnia e attendono la morte delle domande a cui pure devono la vita per sentirsi finalmente libere senza imbarazzanti richiami alla ragione. La passione, nel frattempo, regna sovrana. Ragione e passione hanno litigato prima che il buon Dio riuscisse a dar loro un nome, di far pace, pare, non sia ancora giunto il tempo. Attendiamo fiduciosi, del resto, se ancora non s’era capito, c’importa una sega. Ma fatta bene, che non si sa mai.

Giorgio Castriota

A cavallo dell’arcobaleno

In Musica on novembre 21, 2009 at 10:47 pm

Uli John Roth

Ci si può emozionare sino alle lacrime ascoltando il suono di una chitarra? A me è successo. Proprio ora. Non pensavo potesse accadere, eppure è successo. Anche questo è il potere della musica.

Credo che la grandezza di un artista che si esprime senza usare le parole valga doppio perché doppio è il rischio cui si espone: quello di non essere capito e quello, ancora peggiore, di essere frainteso. Difficile usare la musica per comunicare, difficile eppure possibile. Qualcuno ci riesce. Ci riusciva Jimi Hendrix, ci riesce Ritchie Blackmore, ci riesce Brian May e ci riescono tanti altri maestri che hanno formato la sensibilità musicale di chi scrive. Da qualche giorno ne ho scoperto un altro di questi maestri, ancora una volta un protagonista degli anni settanta. Favolosi e terribili quegli anni la cui anima vibra ancora, presente, viva, inquieta. Non va via, forse perché dannata. Benedetta sia quell’anima dannata. Bruci ancora a lungo.

Conoscevo Uli John Roth ma non il suo suono, ero a conoscenza della sua militanza negli Scorpions degli anni d’oro, quelli a cavallo tra il 1973 e il 1978, ricordo di averne sentito parlare per la prima volta nel 1998 in quanto membro di una delle tante incarnazioni del G3 di Joe Satriani. Pensavo, misero e presuntuoso, che fosse uno dei tanti guitar hero che popolano il variegato mondo della musica rock. Quanto sbagliavo! C’è voluto l’entusiasmo di una persona preziosa quanto l’emozione che muove ora le mie mani a farmi scoprire che dietro quel nome si celava un chitarrista geniale e raffinato come pochi. La musica di Uli John Roth è commovente e poetica come una poesia di Alda Merini. Così come commovente e poetica è  la passione di Cecè, lo splendido untore di cui sopra, che mi ha iniziato all’ascolto di Tokyo Tapes in una serata autunnale che farò davvero fatica a dimenticare.

Tra qualche giorno potrò ascoltare dal vivo la poesia musicale di Uli John Roth e, sono sicuro, altre lacrime righeranno il volto invisibile dell’anima mia, e non me ne vogliate se tornerò su questo spazio per parlarvene ancora. Le emozioni sono più belle quando sono condivise. Buona musica a tutti.

Giorgio Castriota

La musica in testa

In Biografie, Letture, Musica on febbraio 23, 2009 at 7:52 am

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“Ma chi te lo fa fare?”.

A volte qualcuno pone a Giovanni Allevi questa domanda: ma chi te lo fa fare? La risposta è tutta contenuta all’interno del suo libro, “La musica in testa”, edito da Rizzoli.

Ed è forse la medesima risposta che ognuno di noi si dà quando si pone la stessa domanda: ma chi ce lo fa fare? Cos’è che ci porta ad inseguire un sogno, a voler raggiungere a tutti i costi l’obiettivo che ci siamo prefissati? Cos’è che ci spinge a partire, a lasciare la nostra casa, i nostri genitori, i nostri amici, per trasferirci in un’altra città, e a fare di tutto per emergere, farci accettare?

Probabilmente è la “Strega capricciosa”, soprannome che Giovanni Allevi dà alla Musica, ma che ognuno di noi può attribuire alla propria ambizione, allo sport, ai nostri desideri, alla voglia di realizzarsi ed essere sé stessi.

Questo piccolo libro è la descrizione dettagliata di come si possa raggiungere uno scopo se in esso si crede davvero. E di sicuro Allevi crede nella Musica. Nella sua Strega capricciosa.

E’strano come ci si possa riconoscere nel suo monolocale, nella Metropolitana di Milano, nella descrizione emozionante di piazza del Duomo. Nella fatica per farsi conoscere, per ottenere un’audizione, nella paura che lo assale prima di ogni concerto. Somiglia tanto alla tenacia che bisogna avere nel credere in sé stessi al punto da mandare ogni giorno il proprio curriculum a qualche azienda, nella speranza che proprio il tuo non sia uno dei tanti che sarà cestinato. Somiglia un po’ alla storia di ognuno di noi , di chi si costruisce il proprio futuro, o almeno cerca di farlo.

L’amore-odio smisurato che Giovanni Allevi prova per il pianoforte mi fa venire in mente una canzone di Paul Mc Cartney di  qualche anno fa, dal titolo “Ebony and ivory“:

“Ebony and ivory

Live together in perfect armony

Side by side on my piano keyboard

Oh Lord, why don’t we?

We all know

That people are the same

Wherever you go

There is good and bad

In everyone

When we learn to live

We learn to give each other

What we need to survive

Together alive”

E’ un libro che si legge tutto d’un fiato, che fa venir voglia di amare la vita, sotto qualunque forma essa si presenti. Rende l’immagine di un geniale pianista assolutamente vicina ad ognuno di noi, con le sue paure, i suoi attacchi di panico, le sue gioie, le sue soddisfazioni, le sue amnesie. Con i suoi applausi.

Claudia Cappello

Impressioni di settembre

In Musica, Recensioni on febbraio 1, 2009 at 5:44 pm

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Gli uomini calpestano la terra, il loro sangue la impasta. Da secoli è così, per secoli sarà così. Niente è diverso da ciò che è stato e da ciò che sarà, così vanno le cose, così devono andare. L’uomo si sveglia al mattino, consapevole del proprio ruolo, arranca insoddisfatto verso il crinale della propria esistenza, si dimena inutilmente nel proprio alveo, ringhia e, almeno finchè avrà un filo d’aria nei polmoni, coltiva la speranza. Immateriale linfa vitale.

Impressioni di settembre è una canzone sulla speranza, un caposaldo della musica italiana, capolavoro insuperato ed insuperabile della Premiata Forneria Marconi datato 1971, il suono di figli dei fiori ancora assopiti nel loro meraviglioso torpore. Non sarebbe durato ancora molto, ma si sa, certe cose bisogna godersele finchè durano, senza porsi tanti problemi. L’emozione non sente ragioni, se non la vivi per tempo vola via. E non torna.

Impressioni di settembre ora è una cover dei Marlene Kuntz, Cristiano Godano non è il buon Franco Mussida, e si sente. Godano urla la rabbia di una speranza tradita, di chi sa bene come vanno le cose e non crede che la speranza sia una pietanza che possa essere offerta gratuitamente, ma sa bene che dovrà andarsela a prendere. A strapparla. Senza indugi.

Le chitarre stridono, impazienti, compresse, la voce è cupa, come cupo è diventato il suono del moog. Parla di speranza ma non ha dimenticato la sofferenza che la speranza in un riscatto ha fatto tanto desiderare. Questa è la musica del nostro tempo. Un tempo in cui, secondo alcuni benpensanti del vacuo, l’esercizio della speranza dovrebbe lasciare il posto alla triste consapevolezza di ciò che mai sarà.

Per la prima volta la stessa canzone mi comunica stati d’animo completamente antitetici: Impressioni di settembre della PFM è un inno solare, il suono del moog ti accarezza con la dolcezza dell’amore,  parla di una speranza che lenisce i mali; Impressioni di settembre dei Marlene Kuntz non è niente di tutto ciò, le chitarre  ti ringhiano addosso rabbia, le tinte sono più scure, non dolce d’amore ma rosso di passione. Sangue. Le stesse parole mi fanno pensare ad altro, le stesse parole descrivono e regalano emozioni molto forti. Intense. Non se ne esce indenni. Comunque.

Giorgio Castriota

Darwin

In Musica, Politica, Recensioni, Teatro on dicembre 10, 2008 at 11:00 pm

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Tra i tanti meriti che andrebbero unanimamente riconosciuti a Charles Darwin c’è anche quello di aver dato al Banco Del Mutuo Soccorso l’ispirazione per questo meraviglioso concept-album, concetto sempre più lontano dal comprensibile visto che oggi tutto serve subito, meglio se prima di subito, per poi essere gettato via e quindi, inesorabilmente, dimenticato.

Darwin è un capolavoro della musica rock progressiva, italiana e non solo. Il prog-rock è musica per menti progressive, per menti che, anche a costo di sbagliare, “provano a pensare un po’ diverso”.

Correva l’anno di grazia 1972. Il Banco aveva già deliziato pubblico e critica con un esordio favoloso contenuto in una confezione a forma di salvadanaio. Meraviglia tra le tante meraviglie del prog. Meravigliosi anni settanta.

Difficile parlare di questo o di quel brano, tuttavia non si può non fare una menzione particolare per “750.000 anni fa…l’amore?”, una delle più belle canzoni d’amore che io abbia mai ascoltato. Poesia allo stato puro. Racconto di un amore impossibile: quello tra uno scimmione preistorico e una creatura meravigliosa “corpo steso dai larghi fianchi…possederti, sì possederti. Anche per una volta sola”. Amore impossibile, eppure che amore: “Se fossi mia davvero di gocce d’acqua vestirei il tuo seno, poi sotto ai piedi tuoi veli di vento e foglie stenderei…ti porterei in verdi campi e danzerei sotto la luna con te”. Basta ascoltarla ad occhi chiusi per rivivere le emozioni del primo amore adolescenziale non corrisposto. E qui chi è senza peccato scagli pure la prima pietra.

Eccoli gli enormi dinosauri, intenti a ballare al ritmo morbido de “La danza dei grandi rettili”, a passo felpato, ora seri ora sorridenti, da soli o in coppia, eleganti, disinibiti, sinuosi. Prima del congedo definitivo da questo pianeta.

Darwin va ascoltato dall’inizio alla fine, senza soluzione di continuità, isolandosi dal mondo e dichiarando il tempo “fuori giurisdizione”. Ed io ora domando tempo al tempo ed egli mi risponde…non ne ho!

La musica scorre via, accarezza, scuote, affascina e, su tutto, l’insegnamento di un uomo che ci guarda da polverosi ritratti con la sua barba candida, con i folti sopraccigli un po’ tristi, al quale devono molto gli uomini e le donne che non si accontentano di consolarsi con miti di dèi e giganti… “lo sforzo di capire l’universo è una delle pochissime cose che innalzano la vita umana al di sopra del livello di una farsa, conferendole un po’ della dignità della tragedia”.

Giorgio Castriota

La musica oltre le note

In Concerti, Musica, Recensioni on novembre 30, 2008 at 11:35 pm

Steve Reich

Steve Reich

Ho scoperto che la musica più interessante in assoluto consiste semplicemente nell’allineare i loop all’unisono e lasciarli uscire lentamente fuori fase tra loro”.

A volte, quando pensiamo alle belle menti che si celano dietro il logo di Time Zones, non possiamo evitare che una domanda si impossessi di noi: ma che lo facciano apposta? Possibile che una delle loro priorità sia spingersi sempre oltre per il solo piacere di ridersela di nascosto alla faccia delle nostre povere penne che saranno poi costrette a tentare di riportare sulla fredda carta ciò che spesso sfugge all’umana percezione?

Ebbene, se il gioco è questo, allora stavolta non ci stiamo davvero, passiamo la mano, ci diamo malati, abdichiamo, ci eclissiamo, spariamo prima di sparare fesserie. Perché il penultimo appuntamento di questa XXIII edizione del festival delle musiche possibili non si può in alcun modo “dire”; il concerto del Maestro Steve Reich andava ascoltato, partecipato, vissuto, senza limitare in alcun modo i propri sensi, anzi lasciandoli – per una volta – inerpicarsi su sentieri inesplorati.

Nata da una idea del nostro compositore e percussionista Luigi Morleo, la performance – ben lungi dall’essere propriamente inedita – proponeva un viaggio in quella che, a nostro modesto parere, resta tra le migliori produzioni del compositore newyorchese, quella che prendeva le mosse dal suo interesse per le percussioni africane, che lo portò anche a recarsi più volte nel continente ove contrasse addirittura la malaria, anzi, oggi possiamo asserire senza ombra di dubbio che non deve essersi mai del tutto ripreso dalla malattia, dato che – almeno con la musica – non disdegna di tornare sul luogo del delitto, per nostra somma fortuna. In tale accezione, il set proposto in un affollato Teatro Royal di Bari è stato un vero e proprio ritorno al futuro, in cui facevano bella mostra di sé la mitica “Clapping Music”, quella “cosetta” per soli battiti di mani che sembra nata ieri ed invece è del 1972, proposta in apertura di concerto e rubata da quel capolavoro che è (ancora oggi e sempre sarà) “Early works”, ma soprattutto gran parte di quell’opera essenziale per la musica contemporanea che fu l’album “Drumming”, registrato nel 1974 per la Deutsche Grammophone e poi ripubblicato, in versione ridotta, nel 1987 per la Nonesuch. Ora come allora, a farla da padrone è il “phasing”, la tecnica compositiva inventata da Reich che consiste nella continua ripetizione di una breve frase musicale che, ora aumentandone ora diminuendone la velocità di esecuzione, viene ripetuta all’infinito ed infinite volte replicata in modo da crearne infinite combinazioni, che fu progettata inizialmente con il solo aiuto di registratori a bobine, ben presto sostituiti da una esecuzione strumentale vera e propria affidata ad ensemble sempre di altissimo livello, tra cui può ben essere annoverato quello del concerto barese che ha goduto, oltre che della presenza dello stesso Reich, della direzione dell’ottimo David Cossin, conosciuto dalle nostre parti per essere anche curatore del Sound Res Festival a Lecce.

I musicisti impegnati, in un tripudio di tamburi e xilofoni, ma anche tastiere e voci, sempre e solo usate come fossero percussioni, hanno seguito (ed eseguito) alla perfezione la lezione del maestro, “non soltanto suonando insieme, ma addirittura respirando insieme”, permettendo alle composizioni stesse di viaggiare da un lato all’atro del nostro corpo, chiarendoci finalmente quanta differenza vi possa essere tra il sentire e l’ascoltare.

Ed ancora una volta siamo riusciti ad entrare nel gioco reichiano, che per noi piccoli umani vuol dire attraversare un muro di emozioni, pulsioni e repulsioni, lasciarsi penetrare da un flusso sonoro (non-musicale) imperturbabile eppure in continuo movimento, da suoni tribali che crediamo nati con l’uomo ma che forse erano qui prima di lui, che non potranno che essere eterni perché, pur non potendo non riconoscere nel tempo la loro genia sono paradossalmente ma inequivocabilmente senza tempo. In ogni senso.

Pasquale Attolico

The Musical Box – A Trick of the Tail

In Concerti, Musica on novembre 8, 2008 at 4:08 pm

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Lo sappiamo. Questo dovrebbe essere “solo” un articolo sul prossimo concerto in terra di Bari dei canadesi “The musical box”, la maniacale cover band dei Genesis alle prese con la “clonazione” del tour che seguì la pubblicazione dell’album del 1976 “A trick of the tail”. Ma credete davvero che potremmo farci sfuggire l’occasione di parlare ancora una volta del primo – e probabilmente più grande – amore della nostra magmatica vita musicale? Credete che si possa passare oltre, come se nulla fosse, senza fermarci a sottolineare lo splendore e l’importanza di questa pietra miliare del rock progressive, noi che siamo cresciuti a pane e maestoso rock sinfonico? E poi vorreste che tralasciassimo di parlare proprio dell’album della svolta, l’imprevisto colpo di coda dopo l’abbandono di Peter Gabriel, per correre – diceva lui – dietro un matrimonio in crisi ovvero – assai più probabilmente – per seguire la sua individuale quanto infinita personalità artistica che, invero, ancora oggi ci regala capolavori inarrivabili (al contrario dei suoi ex colleghi che hanno smesso già da un po’ di scrivere memorabili pagine di musica)? Tra l’altro – fateci crogiolare un po’ nel gossip – l’addio non fu dei più dolci e sereni se, vero come è vero, alla prima della nuova tournée (la stessa che oggi rivive grazie ai “The Musical Box”), Peter ebbe a sentenziare “Strano sentire Phil che usa così la sua voce; quando nel gruppo c’ero io era molto diversa, ora invece è così simile alla mia!”. Ma forse a posteriori potremmo dire che fosse solo gelosia – ed ora che pace è fatta, potrebbero ammetterlo anche gli interessati – per lo straordinario quanto inaspettato successo che i quattro orfani erano riusciti a registrare con quello che avrebbe dovuto essere – almeno nelle previsioni dei soliti tuttologi – il canto del cigno di Tony Banks, Mike Rutheford, Steve Hackett e Phil Collins. Invece, la terza posizione nella classifica inglese e soprattutto, per la prima volta nella storia del gruppo, la trentunesima in quella americana, segnarono il nuovo luminoso corso, l’anno successivo bissato da quell’altro capolavoro che è “Wind and Wuthering”. Su una cosa però occorre dar ragione a Peter: in fondo l’album risentiva ancora della sua magistrale lezione, con Banks che segnava il passo, con al fianco il fido Rutherford, ed Hackett che si sentiva più libero di proporre nuove soluzioni armoniche, mentre Collins, forse preoccupato del debutto da front man, era ancora in posizione defilata per quanto attiene le composizioni, anzi, in studio, dove era naturalmente anche batterista (incombenza che dal vivo, da allora in poi, lascerà al mitico Chester Thompson), tendeva più a dare un apporto da “semplice” esecutore alle creazioni dei suoi compagni. Ne vennero fuori perle di accecante luminosità quali “Dance on a Volcano”, che apre l’album e che sarà uno dei successi planetari della band, con quell’incedere imperioso ed un testo in stile Gabriel ispirato ai racconti dello sciamano sudamericano Carlos Castaneda, e “Squonk” (che cita uno scritto di Borges), i cui temi vengono poi ripresi nella track finale “Los Endos”, brano interamente strumentale (anche se in coda si sente appena la voce di Phil che riprende due versi della oceanica “Supper’s ready”, quella che occupa la quasi totalità del lato b di “Foxtrot”) cui fu scherzosamente dato un titolo spagnoleggiante per farne “la risposta dei Genesis a Carlos Santana”, in quel momento sulla cresta dell’onda; e poi “Robbery, Assault and Battery”, le splendide “Entangled”, “Ripples” (una delle nostre preferite in assoluto!), “Mad Man Moon” ed infine la title track: tutti tesi a formare un’opera che è universalmente riconosciuta come un capolavoro unico ed inimitabile, intoccabile nella discografia di qualsivoglia essere vivente pensante.

Ecco, ci siamo ricaduti; pur avendo anticipato la possibile (e giusta) critica, non siamo stati capaci di parlare esclusivamente dei “The Musical Box”, il gruppo che ha ottenuto la licenza di riprodurre i lavori dei Genesis nientemeno che dall’Arcangelo Gabriel in persona, il quale, catturato dalla caparbietà di una band che cerca di ricreare in maniera quasi maniacale lo show in tutti i suoi aspetti, ha più volte ammesso che “i Musical Box hanno ricreato molto accuratamente, devo dire, quello che facevano i Genesis; li ho visti con le mie figlie per far loro vedere cosa faceva il padre a quell’epoca”, mentre Phil e Mike li considerano addirittura migliori degli originali e Steve ha più di una volta concesso la sua presenza in concerto. Ma le nostre parole possono dire poco; infatti, se eravate in platea quando giunsero a Bari per la loro versione della mitica tournèe di “The lamb lies down on Broadway”, sapete di cosa stiamo parlando e di certo accorrerete al Palatour di Bitritto domenica 9 novembre (unica tappa nel sud Italia) per non lasciarvi sfuggire la nuova occasione. Se non eravate lì, allora fidatevi di noi (che peraltro non siamo affatto sostenitori del fenomeno delle cover band, anzi!) e non lasciatevi comunque sfuggire l’occasione di rivedere i migliori … Genesis; e – credeteci – dopo il “non del tutto” convincente show della reunion degli originali Phil, Mike e Tony, cui abbiamo assistito in una affollatissima e caldissima estate romana, non è cosa da poco.

Pasquale Attolico

Video: The musical box performs Genesis


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Pasquale Attolico è un profondo conoscitore della buona musica, conduttore di trasmissioni radiofoniche su Radio Sound City nonchè autore di eccezionali articoli attraverso i quali, dalle pagine di Barisera, trasmette con competenza e passione il suo smisurato amore per la musica. Il Presidio Primo Levi è felice ed onorato di poterlo ospitare. Benvenuto.

Il rimedio

In Musica, Recensioni on ottobre 8, 2008 at 5:54 pm

Ivano Fossati

Ivano Fossati

Non è il Fossati che scava, che descrive i sentimenti come un pittore fissa i colori sulla tela e che nel breve arco di un frammento d’attimo, di un accordo ci ricorda magari quello che siamo stati e come siamo stati in un momento della nostra vita. Non è il Fossati de La disciplina della terra, l’album che noi preferiamo, uno dei migliori album che siano mai stati scritti, in cui ogni pezzo da Invisibile ad Angelus a Treno di ferro è una poesia viaggiante sulla schiena del tempo e che conserviamo in un posto sicuro custodito insieme ad Anime Salve condiviso con De Andrè che nessuno di noi ha dimenticato   (anche se i fan più accaniti considerano Macramé il vero grande capolavoro di quattro anni precedente) così profondo, corposo, con quelle parole che sembrano macigni per quanto pesano sul cuore e sui pensieri. E’ un Fossati nuovo quello che si respira ne Il rimedio il singolo che sta già girando in radio e che anticipa l’uscita del nuovo album Musica Moderna: la svolta verso sonorità più rock, prima maniera per intenderci, e vero una  leggerezza interpretativa (mai priva di contenuti bisogna dirlo) era già avvenuta con Lampo viaggiatore (basti pensare a brani come Cartolina) in cui sono racchiuse due perle di tutta la sua produzione come Il bacio sulla Bocca e C’è tempo (non a caso pezzi più vicini alle sue corde)  con il passaggio successivo a L’arcangelo in cui troviamo brani ‘impegnati’ come Cara  Democrazia o Denny, delicata ballata sull’amore omosessuale. Su questa strada quindi si colloca anche Musica Moderna dal sapore dei primi anni settanta (almeno per quanto abbiamo potuto ascoltare in anteprima sul sito di repubblica dove c’erano 45 secondi per canzone) in cui probabilmente l’ago della bilancia si sposta sul ritmo, più che sul testo. Per il momento ci accontentiamo de Il Rimedio e del suo invito ad eliminare la saggezza dalla nostra vita o meglio ad evitare che quello che consideriamo prudente, razionale, giusto, non condizioni le nostre scelte di vita e soprattutto non ci spinga a non dire quello che sentiamo davvero, che lasci muta la nostra lingua, che non ci permetta di dire a chi amiamo quanto ci manca. Fossati ci invita ad eliminare l’orgoglio che spesso rovina quello che di bello ci accade perché non riusciamo a fare il primo passo e a tornare da chi per noi è casa.  Del resto come lui stesso ci dice ‘domanda piuttosto che tacere’  e ‘inciampa piuttosto che aspettare’.

Gilda Camero

Ivano Fossati – Il rimedio

Il libro degli Area

In Letture, Musica, Recensioni on ottobre 6, 2008 at 10:31 pm

La produzione musicale degli Area è una delle più intelligenti forme di espressione artistico – sonora che si siano sentite nel pur interessante panorama musicale italiano degli anni settanta. Il gruppo di Demetrio Stratos e Patrizio Fariselli infatti ha sempre avuto nella sperimentazione la stella polare del proprio percorso artistico ed i risultati raggiunti furono talmente elevati da poterli tranquillamente considerare “avanguardia” ancora oggi ad oltre trent’anni dal loro concepimento.

E’ difficile capire negli anni duemila la musica degli Area se non le si presta la necessaria attenzione, nulla di ciò che hanno inciso può infatti definirsi banale. Un ottimo ausilio in tal senso è rappresentato da “Il libro degli Area” di Domenico Coduto, pubblicato per Auditorium Edizioni.

Il testo è scritto molto bene e si legge come un romanzo ed oltre a costituire una guida per i neofiti non potrà non piacere ai fan di vecchia data, molteplici sono infatti gli aneddoti racchiusi tra le pagine di questo piccolo capolavoro nel quale l’autore coniuga sintesi e completezza in uno stile assolutamente gradevole dalla prima all’ultima pagina.

Coduto è riuscito nella difficile impresa di fornire una chiave di lettura per comprendere una musica che non può assolutamente essere fruita come “sottofondo”. Certo non è musica per tutti, ma poi, perché mai dovrebbe esserlo?

Giorgio Castriota

Lasciami qui, lasciami stare

In Musica, Recensioni on ottobre 2, 2008 at 9:20 pm

G. L. Ferretti

Ogni canzone è un universo in continua espansione dove le nuove stelle sono le infinite emozioni che quel particolare brano riesce a generare. Vorrei raccontarvi qui di una mia piccola stella.

“Annarella” è una canzone dei CCCP – Fedeli alla linea contenuta in “Epica Etica Etnica Pathos”, l’ultimo album inciso dalla band emiliana, un brano che Giovanni Lindo Ferretti scrisse per il padre  scomparso ma che decise di dedicare ad Annarella Giudici, in seguito all’unico litigio avuto con la  “benemerita soubrette” dei CCCP.

La versione a cui mi riferisco è però contenuta in “La terra, la guerra, una questione privata”, album che i mai abbastanza compianti CSI, naturale evoluzione dei CCCP nonché insuperata meraviglia nel panorama rock italiano, dedicarono a Beppe Fenoglio. Ritengo questa versione superiore all’originale, il canto ieratico di Ferretti è sorretto dall’eleganza del pianoforte di Francesco Magnelli e dalla stupenda voce di Ginevra Di Marco.

Il testo è breve, ma molto profondo:

lasciami qui
lasciami stare
lasciami così
non dire
una parola che
non sia d’amore
per me
per la
mia vita che
è tutto quello che ho
e tutto quello che io ho
e non è ancora
finita

A me trasmette un senso di pace, di pace estrema, raggiunta per forza di cose, conseguenza di una fine. Definitiva.

E mi viene in mente un ricordo che Enzo Biagi era solito raccontare, soprattutto nelle ultime interviste: “Sui muri di Roma, nel triste inverno del 1943, apparve una scritta: Andatevene tutti, lasciateci piangere da soli.”

Giorgio Castriota

Madri senza terra

In Musica, Recensioni on settembre 30, 2008 at 8:43 am

La musica degli Abash è musica nobile, di quella che si crede di conoscere già al primo ascolto, ma non in quanto già ascoltata ma perchè, sin da subito, la si sente propria. Forse perché è scritta e suonata con passione.

Gli Abash possono a buon diritto fregiarsi del titolo di “progressive rock band”, nel senso primigenio del termine e cioè quello accostabile ad una formazione che ricerca costantemente la progressione del suono, senza dimenticare, in questo caso, le proprie radici musicali che affondano in egual misura nella tradizione grecanico salentina e nel rock duro.

Alla band di Maurilio Gigante ed Anna Rita Luceri va riconosciuto il merito di non essersi lasciata attrarre dalle inebrianti lusinghe delle tante sirene che popolano le notti del Dio che balla, tanto di moda da qualche anno a questa parte, e di aver comunque interpretato la cultura mediterranea in un modo assolutamente originale.

“Madri senza terra” è un disco suonato in maniera egregia ed ottimamente prodotto, il missaggio concede uguale dignità ad ogni strumento ed a guadagnarne sono la compattezza e l’omogeneità del suono che risulta essere vivo e graffiante. Gli Abash sono ottimi musicisti che sanno come conciliare melodia e virtuosismo, qui mai fine a se stesso ma sempre al servizio dell’economia generale del sound.

Ascoltando “Otranto 14 agosto 1480” ad occhi chiusi sembra quasi di vederle le galee di Acmet Pascià che compaiono all’orizzonte e se la fascinosa Idrusa non è solo figlia della penna di Maria Corti non potrà che aver avuto la voce di Anna Rita Luceri.

Poesia e amore salveranno il mondo…ma anche la buona musica degli Abash potrà darci una mano!

Giorgio Castriota

1968 Una ricerca in Salento

In Letture, Musica, Recensioni on settembre 27, 2008 at 9:27 pm

Nel ’68 Gianni Bosio e Clara Longhini arrivano in Salento. Il loro unico desiderio è cercare di raccogliere tutte le testimonianze possibili e nella maniera più completa e diretta sul tarantismo e in generale sui riti e sulle tradizioni di una terra misteriosa ed assolata che già Ernesto De Martino qualche anno prima aveva scandagliato. La terra del rimorso era per loro una nuova avventura, un nuovo universo da scoprire dopo le inchieste che avevano gia realizzato in un altra parte d’Italia la Val Padana. Il loro viaggio, la loro ricerca, i diari del loro soggiorno ad Otranto, i loro incontri e le loro scoperte sono racchiuse in un prezioso volume 1968 Una ricerca in Salento suoni grida canti rumori storie immagini pubblicato da Kurumuny che contiene a commento delle immagini in bianco e nero, delle testimonianze raccolte e delle impressioni che avevan ricevuto, gli interventi di Sergio Blasi, Ivan Della Mea, Luigi Chiriatti, Adolfo Mignemi, Cesare Bermani, Ignazio Macchiarella (per la parte legata ai Canti tradizionali) e di Salvatore Russo e Gianni De Santis per i Passiuna tu Cristo (quest’ultimo ne ha curato la traduzione e trascrizione contenuta in uno dei tre cd allegati al libro che racchiudono tutto il materiale raccolto). Un’opera quella di Bosio e della Longhini che nasce come sottolinea Chiriatti dal desiderio di verificare lo stato del tarantismo dopo De Martino. E da qui che parte la loro analisi. Dal 30 luglio al 17 agosto: in questi pochi giorni saranno capaci di raccogliere testimonianze impressionanti non solo per la verità delle voci ma per la particolarità di alcuni incontri e racconti. In primo luogo Bosio e la Longhini hanno cercato i cantori: è nelle loro parole che si custodiscono, come in uno scrigno prezioso, i segreti millenari della tradizione orale, di una terra, il suo modo di ricordare, di piangere i morti (le prefiche ne sono un esempio) di festeggiare santi e ricorrenze. Un viaggio in cui incontreranno la gente, ascolteranno storie, che spesso fanno rima con povertà e sofferenza, cercando di fermare nelle immagini (Clara scatta foto) e nelle registrazioni (Gianni usa il magnetofono con un microfono sempre attivo) tarantelle, processioni, danze ma anche momenti legati alla quotidianità, alla vita dei campi. Negli scatti, tra le rughe di volti segnati dal sole e dalla fatica, si ritrovano le atmosfere di un mondo che per troppo tempo, così come ha scritto Blasi, “schiacciato dalla fatica è rimasto muto e sconosciuto ai più”. Un mondo che richiama qualcosa di arcaico alla memoria, qualcosa che appartiene profondamente a questa terra e che esiste ancora, è pulsante nonostante i profondi mutamenti che il tempo ha generato.

Gilda Camero

The Cosmos Rocks

In Musica, Recensioni on settembre 24, 2008 at 9:55 pm

Il 19 settembre è uscito “The Cosmos Rocks”, album nato dalla collaborazione tra Brian May, Roger Taylor, che continuano con malcelata malizia ed inoppugnabile opportunità a farsi chiamare “Queen,” e Paul Rodgers, storico vocalist di gruppi leggendari come Free e Bad Company. Lasciando ad altri l’inutile esercizio delle critiche circa l’opportunità di catalogare questo album come un lavoro dei Queen vorrei concentrarmi sulla proposta musicale in esso contenuta.

“The Cosmos Rocks” è un ottimo album, estremamente gradevole all’ascolto, che non vuole certo avere la pretesa di rivaleggiare con il blasonato passato dei suoi prestigiosi autori ma che semplicemente li rappresenta per quello che sono oggi: tre benestanti lord inglesi che suonano per il piacere di farlo. La musica è per la maggior parte rilassata, fatta eccezione per il poderoso rock and roll di Cosmos Rockin’, l’aggressiva C-lebrity e la bellissima Warboys. L’album è stilisticamente accostabile alla produzione di Paul Rodgers piuttosto che a quella dei Queen, anche se la chitarra di Brian May richiama tutti sull’attenti ricordando che, se la voce della Regina non è più di questo mondo, il chitarrista e la sua fedele Red Special sono entrambi vivi e vegeti e godono di ottima salute.

L’invito è quello di ascoltare quest’album senza preconcetti e di farlo in più riprese: messe da parte le “trovate ad effetto” i tre signori di cui sopra hanno puntato sulla profondità del suono, stratificandolo ed arricchendolo di sfumature che solo un ascolto attento e ripetuto potrà svelare.

Se fossi obbligato a formulare una critica a quest’album lamenterei la mancanza di un bassista di ruolo: le parti di basso, suonate in studio da Brian May, infatti sono sì funzionali al sound ma terribilmente anonime.

In definitiva ci troviamo di fronte ad un’ottima produzione, un album che sicuramente ha tutta la dignità che l’impegnativo nome stampato sulla copertina impone di avere.

Giorgio Castriota

Pink Floyd, the final cut

In Musica on settembre 18, 2008 at 9:23 pm
Richard Wright

Richard Wright

Certo che il buon Dio proprio non ce la faceva più ad aspettare, evidentemente anche chi di tempo ne ha letteralmente un’infinità dinanzi alla musica diventa impaziente, ingordo, avido.  Probabilmente lassù c’era bisogno di un tastierista che suonasse insieme a Sid Barrett e non c’è stato verso di far cambiare idea al vecchio Diamante Pazzo. Pazienza, ce ne faremo una ragione. Anche se è difficile. Già, perchè in fin dei conti tutti speravamo di rivederli ancora insieme i Pink Floyd, magari solo per una volta, un’ultima volta. A questo punto dovremo accontentarci del ricordo di quel meraviglioso 2 luglio 2005 quando a Londra accadde l’impossibile: Waters, Gilmour, Mason e Wright di nuovo insieme. Non accadeva dal tour promozionale di The Wall, dal lontano 1981. Certo, gli irruducibili ora spereranno che i tre Floyd rimasti si inventino qualcosa per commemorare l’amico scomparso, magari un concerto in trio: chitarra, basso e batteria. Gilmour, Waters, Mason. Se quel giorno arriverà, e l’irriducibile che scrive lo spera ardentemente, bisognerà fermare il mondo, montare un grande palco, il più grande mai visto, radunare l’intera umanità e puntare alcuni amplificatori verso il cielo, anche il buon Dio dovrà godersi quel frammento d’eternità. Magra consolazione, lo so, lo sappiamo tutti che non sarà la stessa cosa, lo sa anche il buon Dio che nessuno, neanche la sua ingombrante assenza, potrà mai sostituire Richard Wright, eppure a noi irriducibili ora non resta che questo: sperare l’improbabile. Ciao Richard, ci mancherai.

Giorgio Castriota