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Archive for the ‘Pensiero’ Category

Il terrorismo italiano 1970/1978

In Pensiero, Politica, Storia contemporanea on aprile 1, 2013 at 4:16 pm

BOCCA

Comprendere la realtà è un processo lungo e articolato, talvolta insidioso. Spesso, approcciandosi per la prima volta ad un tema, si è spinti ad una semplificazione tendente a distinguere i buoni dai cattivi, ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, il facile dal difficile. Superata questa fase, se nel frattempo non si è cambiato argomento, appaiono all’orizzonte, sicure del proprio passo quasi fossero soldati di ventura, quattro direzioni d’indagine ben sintetizzate dalla formula “come, dove, quando, perchè”.

Applicare questa procedura di apprendimento all’argomento “terrorismo italiano” implica, come minimo, il dover fare i conti con una gastrite da stress. Provare per credere. Come se ne viene fuori? In due modi: lasciando perdere oppure scegliendo di leggere buoni libri scritti da chi, con competenza, ha ritenuto utile mettere per iscritto, con onestà, il proprio pensiero. A questa categoria ritengo si possa annoverare “Il terrorismo italiano” di Giorgio Bocca.

Il testo, pubblicato per la prima volta nel gennaio del 1979, quindi pochi mesi dopo l’assassinio di Aldo Moro, chiama le cose con il proprio nome, fugge da facili dietrologie ed esprime le opinioni dell’autore in maniera nitida e senza possibili fraintendimenti. E su questo forse è il caso di spendere qualche parola: un concetto che viene espresso con chiarezza è da considerarsi, in ogni caso, una benedizione che dallo scarno insieme delle cose buone cala sul capo di chi ne beneficia. Soprattutto se non lo si condivide; perchè da questo si possono prendere le distanze e, conseguentemente, dare forza alle proprie idee, ai propri convincimenti. Viceversa ci si può ritrovare a godere del conforto che regala il sentirsi meno soli.

Un esempio illustrerà meglio questo mio pensiero. A proposito degli slogan pronunciati dalle BR al maxiprocesso di Torino (“disarticoliamo lo stato delle multinazionali, proletari di tutto il mondo uniamoci”), l’autore scrive:

Il processo serve a capire che nella vicenda terroristica c’è un enorme equivoco di partenza: che questo della società tardo industriale, sia uno stato articolato, diciamo un congegno di precisione che si può far saltare; e non l’immane, complessa, pachidermica sovrapposizione di interessi, di ceti, di redditi, di privilegi grandi e piccoli, di favori, di difese, di solidarietà corporative e di gruppo che procede, magari verso la catastrofe, ma inarrestabile. Vergogna per la crudeltà inutile da una parte e per i brigatisti ridotti a fiere in gabbia; per i divieti assurdi per le visite dei parenti, alla corrispondenza, senza capire che se si rifiuta il modo di reprimere tedesco lo si deve rifiutare in toto. Vergogna per le ingiustizie sociali, le impudicizie e i delitti sociali che ci sono e restano, comunque vada la vicenda delle brigate rosse: vergogna per la pigrizia, per la noia mortale, per le stesse facce dei nostri governanti, sempre le stesse da trenta anni, che sono forse l’unica vera giustificazione di una reazione terroristica.”

Parole che non assolvono alcuno e che hanno il coraggio della denuncia: ciascuno ha le proprie responsabilità di fronte alla storia, e queste responsabilità Giorgio Bocca elenca senza sconti per nessuna delle parti coinvolte.

Infine, a margine, un’ultima riflessione sull’attualità del testo citato. Addolora infatti constatare che, a distanza di oltre trent’anni, la descrizione dello stato italiano continui ad essere vergognosamente calzante.

Giorgio Castriota

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Intervista a Primo Levi, ex deportato

In Pensiero, Recensioni, Storia on gennaio 16, 2013 at 10:01 am

PRIMO LEVI EX DEPORTATO

Nel 1982 il Consiglio regionale del Piemonte e il Dipartimento di Storia dell’Università di Torino promossero una raccolta di “storie di vita” raccogliendo le testimonianze di 220 deportati nei campi di sterminio sopravvissuti alla follia nazista. Tra questi vi era anche il torinese Primo Levi. Questo libro riporta il testo integrale dell’intervista che Anna Bravo e Federico Cereja realizzarono dialogando con l’autore di “Se questo è un uomo”.

La riproposizione è fedele: nulla è stato omesso nella trascrizione, sono riportate anche le parole solo accennate, le sovrapposizioni e le pause; chi ne conosce la voce non farà fatica ad “ascoltare” Primo Levi che, con il suo tono pacato, riprende i temi principali della sua opera di scrittore, mantenendo però l’umiltà del testimone, uno dei tanti, aspettando le domande e non anticipando mai i suoi interlocutori con i quali dialoga usando frasi brevi, asciutte e precise: ogni parola sembra essere frutto di un lungo e incessante lavoro di levigatura.

Perché leggere oggi un’intervista a Primo Levi vecchia di trent’anni? In un tempo in cui non c’è tempo, può essere utile fermarsi a riflettere sulle riflessioni di un “testimone del vissuto”? La domanda è pertinente dato che la maggior parte delle immagini che abbiamo di quest’uomo è in bianco e nero e  i suoi libri popolano gli scaffali delle librerie ormai da decenni.

Quella di Primo Levi è una generazione a cui la storia ha chiesto indubbiamente troppo; la mia, che di quella generazione è due volte figlia, costretta in un precariato esistenziale inedito e dalle conseguenze – allo stato attuale – difficilmente prevedibili, fatica a dirsi adulta e matura. Fioca è la luce che rischiara il domani. La storia, si sa, è maestra di vita, conoscerla aiuta, se non a trovare la retta via, almeno a scansare quella nefasta. Le riflessioni di Primo Levi possono pertanto aiutare ad avere più luce a disposizione e “vedere” più in là.

Robert Antelme, che ha passato gli ultimi tre anni di guerra in un lager tedesco, autore de “La specie umana”, un classico della letteratura concentrazionaria, ebbe a dire in un’intervista che è necessario che i lettori comprendano che i libri sulla deportazione non sono antologie dell’orrore, bensì strumenti di cultura. Bene, usiamoli.

Giorgio Castriota

L’affaire Moro

In Letture, Pensiero, Politica, Storia, Storia contemporanea on giugno 12, 2011 at 9:34 am

Sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro sono stati scritti molti libri, fiumi di inchiostro versati per descrivere quello che, nel tortuoso cammino della Repubblica Italiana, rappresenta un doloroso punto di non ritorno. Tra i tanti, l’Affaire Moro di Leonardo Sciascia ha il merito di analizzare, sezionare e soppesare le parole scritte dal politico democristiano nei cinquantacinque giorni di prigionia mettendo in evidenza la malafede di chi, nel contempo, si è reso – di fatto – complice dei suoi carnefici.

Sciascia, tra le altre cose, mostra quanto misera di fondamento storico e morale fosse la cosiddetta “Linea della fermezza”: la ridicola presa di posizione assunta in quei terribili giorni dallo Stato Italiano (lo stesso per cui, da sempre, per ogni legge è pronto l’inganno, per ogni rigida procedura è pronta l’eccezione, per ogni adempimento da compiere l’amico dell’amico è pronto a sollevare dall’incombente incombenza) in virtù della quale con le Brigate Rosse non ci sarebbe stata alcuna trattativa.

“Giulio Andreotti dai microfoni del Tg2 ribadisce il «no» del governo a ogni trattativa. «Abbiamo giurato di rispettare e di far rispettare le leggi. Questo è un limite che nessuno di noi ha il diritto di valicare».” [1]

La verità è un bene prezioso: è merce rara. Anche la vergogna lo è, e se alcuni ne avessero appena un po’, tanta parte del dolore che consuma questo mondo cesserebbe di lacerare vite inutilmente.

“Ora, improvvisamente, quando si profilava qualche esile speranza, giunge  incomprensibilmente l’ordine di esecuzione. Noretta dolcissima, sono nelle mani di Dio e tue. Prega per me, ricordami soavemente. Carezza i piccoli dolcissimi, tutti. Che Iddio vi aiuti tutti. Un bacio di amore a tutti. Aldo.” [2]

Aldo Moro doveva morire. E morirà.

Giorgio Castriota

 

[1] Corriere della Sera del 29/4/1978;
[2] Lettera di Aldo Moro recapitata alla moglie Eleonora il 5/5/1978.

25 aprile è Liberazione dal Nazifascismo

In Pensiero, Politica, Racconti, Radio Primo Levi, Storia contemporanea on aprile 25, 2011 at 9:42 am

Nonostante la opulenta dimenticanza, nonostante i periodi ipotetici, le precisazioni, le allusioni e i tentativi di parificazione; nonostante i festeggiamenti della Pasqua che troppo spesso hanno il sapore del sale e del buio, le ipocrisie, le indignazioni starnazzate su Facebook e le solidarietà immaginarie, Radio Primo Levi ricorda la Liberazione d’Italia dall’Occupazione Nazifascista.

Nel farlo, non mistificheremo la memoria della Liberazione con offensivi sillogismi sui crimini dei partigiani, né riempiremo queste righe di pomposa retorica commemorativa. La Liberazione è stata compiuta da donne, uomini, statisti e sbandati alla ricerca di pane e vana gloria. Il fatto che alcuni non abbiano pagato per le violenze commesse, in azioni che nulla avevano a che fare con la Resistenza, non potrà mai essere un buon motivo per sporcare il ricordo di coloro che hanno lottato per liberare un Paese Occupato dalla ferocia militare dei nazisti.

Il pressapochismo con cui si cerca di parificare la lotta di Resistenza all’abominio dei nazifascisti, come due guerre di giovani spinti da “forti ideali seppur differenti” è una pratica che rigettiamo. Tra il luglio del 1943 l’aprile del 1945 l’Italia è stata palcoscenico di una guerra fratricida della cui complessità non si può non tener conto, chi semplifica sbaglia, chi lo fa per interesse è in malafede.

Nella vita si sceglie sempre.

RPL sceglie l’antifascismo.

E sceglie l’allontanamento dalla “zona grigia” e dalla vacanza morale dell’arbitrio e della violenza.

Buon 25 aprile 2011

Consigli di lettura:

  • Enzo Biagi, I quattordici mesi, Ed. Rizzoli.

27 gennaio 1945, ore 11:59

In Pensiero, Radio Primo Levi, Storia on gennaio 27, 2011 at 10:00 am

[Wstawac]

[Vergogna] [Arbitrio] [Abominio] [Donna] [Primo Levi] [Tiergartenstrasse 4] [Darfur] [Maria Claudia Falcone] [1945] [Violenza inutile] [Sommersi] [Salvati] [Addio Mamma] [Perché proprio io] [Pidocchi] [Fame] [Dio aiutami] [Basta] [Morte] [Orrore] [Terra] [Fame] [E’ ancora viva] [Non voglio morire] [Voglio morire] [Nunca mas] [Wstawac] [Inverno] [Fango] [Vi prego basta] [Dio dove sei?] [Uomo dove sei?] [Rape] [Palestina occupata] [Perché] [SS] [Muoio] [Matite spezzate] [Genova] [Desaparecidos] [Mafia] [Resistenza] [Sant’Anna di Stazzema] [Peppino Impastato] [Puzza] [Rabbia] [Piaghe] [Perché mi sono salvato?] [Perché non reagisco] [Odio] [Ghetto] [Indifferenza] [Rana d’inverno] [Mezzo pane] [Klu Klux Klan] [Moglie] [Rancido] [Addio Papà] [Martin Luther King] [Dove siete?] [Cioccolato] [Don Peppe Diana] [Omosessuali] [Triangolo viola] [174517] [Etiam si omnes, ego non] [Lista] [Uccidere] [Misericordia] [L’alba ci colse come un tradimento]

[Warum? Hier ist kein warum]

Resistere a Mafiopoli

In Biografie, Letture, Pensiero on novembre 19, 2010 at 6:39 pm

Bari, 18 novembre 2010.

Resistere a Mafiopoli. Più che un esercizio retorico, sembra un ossimoro per sognatori. Però qualcuno ce l’ha fatta. Quasi sempre a prezzo della vita: perduta sul tritolo o nel purgatorio di un’esistenza sotto scorta.

Testimonianza vivente è Giovanni Impastato, che ieri ha presentato il suo ultimo libro in un incontro pubblico presso l’Istituto Margherita, moderato da Massimo Melpignano, e con la partecipazione di Michele Emiliano per la sua esperienza di giudice antimafia.

Il libro “Resistere a Mafiopoli” scritto a quattro mani con Franco Vassio, edito da Stampa Alternativa, ripercorre tutte le fasi della vita di Peppino attraverso gli occhi di un fratello “affascinato” e compagno di lotta. Dall’infanzia fino all’assassinio, il 9 maggio 1978. E’ un libro-intervista fatto di domande, talune molto private, alle quali Giovanni risponde con onestà intellettuale e dovizia di particolari.

La storia di Peppino Impastato è difficilmente incasellabile. Egli è stato un uomo delle istituzioni travestito da trentenne, che ha mosso guerra alle radici più profonde e oscure dell’animo umano. Si è rivoltato contro l’autorità dell’etica condivisa, della deferenza al potere, del rispetto al padre mafioso, in nome di un’eccellenza civica che è andata eccezionalmente oltre la banale onestà.

Peppino ha sollevato le pietre del “quieto vivere” e del “tengo famiglia” per stracciare le pagine di una tranquillità borghese, patriarcale e connivente. Ha dovuto sacrificare tutto, compresa la propria paura di morire, per essere integralmente un uomo di Stato.

Quando si pensa a uomini come Peppino Impastato spesso si chiude la partita chiamandoli “eroi”. Anticamente con questo termine si indicavano uomini nati dall’unione di una divinità e di un essere umano, dotati di capacità e abilità straordinarie. La realtà è che quando li chiamiamo “eroi” gli stiamo dicendo che essi sono lontani, anomali, diversi dal nostro modo di vivere e pensare.

Si dice, parlando di costoro, che siano stati tutti uomini lasciàti morire “soli”. Forse sarebbe meglio definirli cittadini liberi lasciati morire in una comunità di sottocittadini diversamente onesti.

Roberto Anglani

Le strade di Radio Primo Levi, parte IV – Appunti di viaggio

In Pensiero, Radio Primo Levi on agosto 31, 2010 at 6:45 pm

Partenza. Bari. Direzione Nord. Si viaggia in treno. Nel mio scompartimento c’è un bambino, avrà sei o sette anni, viaggia con la mamma. Non sta fermo un attimo, ha fretta di vivere. Cosa ne sarà di questo bimbo? Cosa ne farà la vita? È la sua prima volta in treno, immaginava di viaggiare in una stanza “grande grande” e chiede alla mamma chi sia a guidare il treno. Si diverte a storpiare i nomi delle prime fermate. Giochiamo, lui parla io scrivo:

  • Molfetta -> Forchetta
  • Bisceglie ->Besciamella
  • Trani -> Treno
  • Barletta -> Paletta

Perchè gli uomini con gli anni diventano stupidi e cattivi? Se Dio esiste è un bambino.

Tu tum tu tum, tu tum tu tum …

Verona. Il treno viaggia in orario sino alla penultima fermata dove il macchinista decide di fermarsi e maturare un po’ di ritardo. Evidente atto di devozione offerto alla “Madonna delle puntualità mancate” di cui i ferrovieri pare siano devoti fedeli. Arrivo in stazione, il tempo di riabbracciare un’amicizia mai smarrita e poi in sella a pedalar Verona alla luce della Luna. La musica della notte è di insostenibile bellezza. Balla la Luna ogni notte, semplice e bella. Raccoglie la luce che al Sole avanza e la offre ai sogni degli uomini.

Verona, Arena

Rovereto (Trento). Montagne sin quante ne vuoi, musei, musica, teatri e testimonianze di una guerra che i libri ricordano come Grande. Un museo ne celebra, perpetuandola, la stanca retorica. Museo della guerra voluto ed inaugurato da coloro che di quella guerra furono sciagurati signori. Chi a quella guerra ha offerto sangue e vita continui a tacere. In cambio avrà cioccolata e grappa in abbondanza.

Rovereto (TN), Castello

Seriate (Bergamo). Nella notte del Dio che balla decido di star seduto. Consapevole atto sacrilego. Festa (dell’unità) democratica. Volti in festa, musica, colori. Il panino con la salsiccia è un rito ineludibile, la birra aiuta a sentirsi nel posto giusto. Si balla, si canta, si fa festa. Sento di essere tra brave persone. Concerto dei Mercanti di Liquore. La musica è dei poveri. Le montagne stanno ferme, gli uomini camminano. E ballano.

Nogara (Verona). Fa freddo da battere i denti. Verona Folk 2010. L’Assessorato alla Cultura e all’Identità Veneta della Provincia di Verona promuove e benedice. Identità Veneta: mirabile esempio di fiero bigottismo. La musica se ne fotte e li fotte. Ginevra Di Marco canta tutte le lingue del mondo fuorchè veneto: napoletano, siciliano, francese, slavo, albanese e arabo vengono fusi in un riuscito esperimento di esperanto mediterraneo. Il pubblico si diverte, balla e canta. L’Identità Veneta non preoccupa nessuno. La malarazza verde è servita.

Ritorno. Bari. Italo Calvino è un buon compagno di viaggio ed una buona compagnia per conchiudere. Le parole del suo Marco Polo sono talmente fuori luogo da risultare, in ultima analisi, parte in causa.

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.” [1]

Giorgio Castriota

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[1] Italo Calvino, Le città invisibili, 1972

Le Strade di Radio Primo Levi, parte III – The Hill

In Classici della Letteratura, Pensiero, Poesia, Radio Primo Levi on agosto 17, 2010 at 12:43 am

Campi di granturco nell'Illinois, foto di Rosa Lonigro.

Le città di “Spoon River” esistono davvero. Una di queste si chiama Lewistown. E’ un villaggio di 2000 anime a 350 km a Sud-Ovest di Chicago, Illinois. Per raggiungerla si deve tagliare la concreta infinità dei campi di granoturco che ti accompagna per qualche ora lungo strade senza fine della Route 66.

Main Street è la strada principale della città, lo dice la parola stessa. Canute case di legno in stile vittoriano, una banca, qualche
negozio, un ufficio postale, un Subway e bandiere a stelle e strisce quasi ovunque, per ricordarti sempre a chi appartiene il suolo che calpesti.

Proseguendo a Nord su Main Street, il centro della città finisce dopo un paio di minuti, interrompendosi in un cimitero su una collina. Subito accanto c’è una casetta bianca. Ci vive un signore gentile di nome Dan, con i capelli bianchi, gli occhiali e un cane di cui ho sentito solo l’abbaiare attraverso il sottile legno della porta. La bellezza di questo viaggio è anche merito suo, che ci ha fatto dono di una preziosa e introvabile guida delle “pietre” di Spoon River.

Dan si sveglia ogni mattina sulla collina dove tutti dormono.

Dove dorme il Suonatore Jones che fronteggiava il nevischio a petto nudo. Dove giacciono le brevi ossa del giudice Selah Lively [1]. Dove riposa Trainor [2], il chimico che nessuna mai volle sposare.

La collina di Oak Hill ti accoglie immobile come un colpo al cuore. Le pietre sono sparpagliate senza ordine apparente. Salgono e scendono negli occhi come un’onda ferma.

The Hill, foto di Roberto Anglani

Se non presti eccessiva attenzione ti può capitare di calpestarne alcune con una sola lettera scolpita o altre incagliate nelle radici
di un acero. Alcune sono completamente anonime, ad altre furono il vento e il tempo a portare via il nome ed il ricordo.

Tuttavia man mano che leggi l’Antologia e cammini sulle foglie dell’erba, ti rendi conto di muovere dal sonno le storie della “piccola America”. A pochi metri di distanza dormono amanti e nemici, le speranze e le vendette, gli infelici al fianco di coloro cui la vita diede fortuna immeritata.

Minerva Jones [3] è la poetessa del villaggio, derisa per il suo aspetto goffo e l’occhio guercio, violentata da “Butch” Weldy e morta d’aborto. Poco più lontano si trova il padre “Indignation” Jones [4], falegname, impiastrato nella palude della vita, in cui camminava credendo fosse un prato.

Sulla collina più alta, Percy Bysshe Shelley [5]  giace con un colpo nel cuore sparato per sbaglio e, alla fine di un sentiero, sotto un obelisco c’è un ragazzo [6]. Mickey M’Grew è il suo nome, e cadde dalla torre dell’acquedotto mentre lavorava per aiutare la famiglia.

Il giudice Selah Lively, foto di Rosa Lonigro

Ad Oak Hill sono circa 40 le vite dell’Antologia che abbiamo ritrovato e che rimangono lì come monoliti per quando non ci saremo. Tutte le altre sono sparse in piccoli villaggi della contee di Fulton e Menard, nel cuore dell’Illinois.

Sopra ogni cosa avremmo voluto trovare il Suonatore Jones, che con certezza finì anch’egli su quella collina. Ma non ci siamo riusciti.

In fondo per lui che visse senza rimpianti, fregandosene di denaro amore e cielo, che importanza può avere, alla fine di tutto, un nome su una pietra?

Roberto Anglani, in viaggio con Rosa Lonigro.

Chicago, 17 agosto 2010

I nomi originali sono indicati da varie fonti tra cui: l’archivio del Knox College of Illinois; dall’edizione di Spoon River Anthology curata dal professor John Hallwaes della Western Illinois University; “Across Spoon River” e “Genesis of Spoon River” di Edgar Lee Masters; “Those people of Spoon River” di Ellen Coyn Masters; “The Prairie Journal” del 1985; Oak Hill Cemetery Sexton, Lloyd Chambers of Lewistown.

[1] Andrew N. Barnett; [2] ambiguo Philipp Randall o Nathan Painter; [3] Margaret Wheadon; [4] Jonas Staton; [5] William C. Bryant; [6] Henry Mickey McFall

Radio Primo Levi. “Linea diretta Bari – Chicago”

In Pensiero, Radio Primo Levi on maggio 10, 2010 at 6:24 pm

Illustrazione tratta da "Peppino Impastato, un giullare contro la mafia", ed. Becco Giallo.

Radio Primo Levi torna ad alzare la voce per una conversazione tra la Puglia e l’Illinois, a cavallo dell’oceano Atlantico, per ricordare Peppino Impastato, Don Peppe Diana e ribadire, ancora una volta, che la mafia – e qualunque cosa le somigli – è una “montagna di merda”.

Buon ascolto.

Lunedì, 10 Maggio 2010

  • Voci– Peppino Impastato, Roberto Anglani e Giorgio Castriota
  • Citazioni musicali—The AnimalsHouse of the Rising Sun; Pippo Pollina Versi pi la libirtà; Carmen Consoli & LautariCiuri di CampuGangRicordo d’autunno
  • Durata– 20’41”
  • Note— “RPL Linea diretta Bari – Chicago”
  • clicca su PLAY per ascoltare

L’Agnese va a morire

In Letture, Pensiero, Recensioni, Storia on aprile 26, 2010 at 10:14 am

Quando si parla di resistenza (e ci auguriamo che si continui a farlo sempre evitando interpretazioni tendenti a sminuire o a cancellare questo momento fondamentale della nostra storia) in genere lo si fa al maschile. Si parla sempre di partigiani, di uomini coraggiosi e indomiti ma meno spesso si parla di partigiane, di donne di ogni età e estrazione sociale che hanno ugualmente sacrificato la loro vita per lo stesso, identico ideale. Erano infatti loro ad essere ‘usate’, perchè meno controllate, come staffette per portare messaggi in codice, trasportare viveri, traferire armi. Probabilmente senza di loro molte azioni e molti agguati non avrebbe avuto luogo perchè per chi veniva denunciato come sovversivo, come partigiano non poteva muoversi alla luce del sole: le donne quindi avevano molta più libertà di movimento e affiancavano i loro compagni portando avanti faccende pratiche, domestiche. Di una di loro, una contadina imponente, con mani screpolate e gambe grosse, instancabile lavoratrice, senza nessuna istruzione ma con una forza indomabile, ci regala un appassionato ritratto Renata Viganò nel bel libro edito da Einaudi ‘L’Agnese va a morire’.

Uscito nel ’49 ha ancora al suo interno quella sofferenza, quel dolore per un periodo buio della nostra storia ancora, all’epoca, troppo vicino e di cui non si era dimenticato nulla. Una guerra ancora troppo sentita sulla propria pelle, ancora troppo presente perchè le ferite provocate fossero già cicatrizzate:per questo nel romanzo nulla è risparmiato. Si susseguono immagini terribili, come quella del cadavere di una bambina gettato da uno dei vagoni in cui venivano portati i prigionieri verso i campi di concentramento (non meno cruda la visione della madre che si impicca dopo aver compiuto questo terribile gesto), così come non vengono risparmiate le esecuzioni in piazza, volutamente pubbliche e plateali, che servivano da monito per tutti gli altri o ancora la crudeltà delle fucilazioni quando i partigiani venivano scoperti nei campi.

Agnese è una contadina ma suo marito Palita, gravemente ammalato e per questo impossibilitato a lavorare, è un partigiano da sempre, un convinto comunista, per il suo carattere onesto, schietto, un uomo che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno e ha la libertà come supremo ideale. Quando lo porteranno via, Agnese, con la dignità che solo le grandi donne hanno, sopporterà questo vuoto immenso e pur continuando a lottare, avrà lacrime da versare solo di notte. Da subito Agnese è convinta che il suo Palita è morto e di lì a qualche mese avrà la conferma perchè un giovane partigiano che era con lui ed era riuscito a fuggire dal treno, le dice che il suo compagno non c’è più ma che non ha sofferto e il suo ultimo pensiero è stato per lei. Nonostante tutto Agnese continua ad andare avanti e allo stesso tempo aiuta i partigiani portando nei vari paesini di campagna (siamo nella zona delle Valli di Comacchio nella Bassa Padania  con le giornate di un freddo tagliente e la nebbia che sembra annullare la realtà in un mantello di oblio) materiale esplosivo, cibo e soldi che ha risparmiato facendo la lavandaia (si rifiuta di lavorare però per i nemici):tutto questo va avanti per qualche mese ma quando un tedesco con una mitragliata le ammazza la gatta nera, amatissima da Palita (passava le giornate con lei in braccio beandosi delle sue fusa e del suo calore) e simbolo dell’amore profondo che li legava, durante la notte, con quello stesso mitra, gli spacca la testa. Nessuna possibilità di tornare indietro dopo quel gesto terribile: la contadina laboriosa, da qual momento per tutti ‘Mamma Agnese’,  diventa una partigiana, cerca i compagni e si da alla macchia. Non solo sarà lei a cucinare e a sostenerli in tutti i modi, ma diventerà un’ottima consigliera: in alcuni casi saranno proprio le sue indicazioni a determinare la riuscita di alcuni agguati.

In ogni pagina, nonostante la sua crudezza, tutto è sotto lo sguardo di Agnese ed è lei la vera protagonista della storia, una figura femminile straordinaria perchè capace di cose straordinarie, così piena di onestà e di amore verso gli altri, così schiva (arrossisce ogni volta che manifesta il suo pensiero) e allo stesso tempo punto di riferimento fondamentale per il suo gruppo. Leggere questo romanzo ci fa capire quanto la libertà che spesso sottovalutiamo e che soprattutto non sappiamo usare, magari cercando di impegnarci ogni giorno in una resistenza che abbia come obiettivo la difesa di alcuni valori (quelli che Agnese impersona), sia ancora un bene prezioso, un bene da tutelare e da difendere contro ogni tipo di attacco (quante volte tentano di metterci il bavaglio?). Anche se la fine è tragica, così come il titolo già ci indica, è proprio considerando questo tipo di sacrificio che dovremmo sentirci fortunati di essere nati in tempi migliori.

La storia di Agnese, così commuovente, ha anche ispirato il film omonimo di Giuliano Montaldo, uscito nel ’76 (la Viganò non fece in tempo a vederlo perchè morì qualche mese prima) magistralmente interpretato da Ingrid Thulin (nei panni della protagonista) e da Massimo Girotti (un intenso Palita).

Una storia da leggere e da vedere, perchè la nebbia dell’oblio non avvolga anche la nostra mente.

Gilda Camero

I quattordici mesi

In Letture, Pensiero, Politica, Recensioni on aprile 24, 2010 at 10:55 pm

Diventa sempre più difficile parlare di Resistenza partigiana, e questo avviene per un preoccupante e noioso motivo che si amplifica di anno in anno. Per la classe politica repubblicana, la Resistenza è stato solo uno dei tanti terreni di scontro banalizzati dalla retorica celebrativa contrapposta all’oltraggioso revisionismo che molto spesso sembra esercitato per puro dispetto.

Come sempre fioccano a pochi giorni dal 25 le notizie dei soliti sindaci a caccia di trafiletti che rivendicano all’improvviso un diritto che sembra spettare solamente a loro: la manomissione del ricordo. Lo stesso dicasi per i gloriosi politici che nel tentativo di ristabilire la giusta verità sulle epurazioni partigiane del dopoguerra confondo il giorno della Liberazione dal Nazifascismo come una offesa ai “morti di Salò”.

Il 25 aprile è la celebrazione di un percorso storico estremamente complesso che ha ridato all’Italia la libertà da una occupazione militare e da una dittatura devastante durata più di vent’anni. Come tutti i fenomeni che hanno coinvolto larghissimi movimenti popolari merita uno studio approfondito e non una imbarazzante tifoseria: partigiani contro repubblichini.

Radio Primo Levi nel celebrare questa festa fondamentale che coinvolge tutta l’Italia consiglia la lettura di uno dei libri più belli di Enzo Biagi: “I quattordici mesi”. In realtà è una raccolta postuma ad opera delle figlie Bice e Carla, curata da Loris Mazzetti, che contiene le memorie dei “quattordici mesi” a suo dire più belli di tutta la sua vita. Il tempo dei vent’anni che Biagi trascorse da “cronista” partigiano nella brigata Giustizia e Libertà. Il suo compito fu quello di raccontare alla popolazione locale la vita e le imprese dei “ribelli” e per questo si inventò “Patrioti”: giornale clandestino, uscito in soli tre numeri, di cui fu editore grafico e redattore unico.

Questo di Enzo Biagi è un racconto sobrio e asciutto delle vite e dei nomi che lo hanno accompagnato sui monti anche dopo la liberazione. Il partigiano Checco, il “galantuomo” Ferruccio Parri, il suo incontro con i criminali Reder, Kappler e Kesselring, e il suo personale ricordo della “resa dei conti” dopo Piazzale Loreto. E’ la memoria personale senza retorica e senza livore di un partigiano che ha contribuito alla Resistenza con una penna e un taccuino.

Enzo Biagi una volta disse: “Fra poco sarà il 25 aprile. Una data che è parte essenziale della nostra storia: è anche per questo che oggi possiamo sentirci liberi. Una certa Resistenza non è mai finita.” (da La mia Italia che non si arrende, Corriere della sera, 22 aprile 2007)

Roberto Anglani

Il prete giusto

In Letture, Pensiero, Recensioni on aprile 24, 2010 at 10:41 pm

“Sono nato a Limone, nel 1907, e porto il nome Raimondo, del mio nonno paterno e del mio fratellino morto forse nel 1901 a un anno e mezzo di età. Noi siamo i Viale di Mundatti, della tribù dei Mundu, dei Raimondi. Mia madre voleva che portassi il nome di suo padre, Giovanni, ma quando sono nato mia madre era a letto, e così mio padre ne ha approfittato – era l’unico momento in cui poteva comandare – e mi ha chiamato Raimondo.”

“Il prete giusto” si presenta come facevano gli uomini di una volta, i quali non si limitavano a fornire nome e cognome ma dicevano anche di chi erano figli, da dove venivano e il perché del proprio nome, quasi volessero mostrare consapevolezza dell’importanza delle proprie radici.

Don Viale è un uomo buono e coraggioso che di abbassare lo sguardo di fronte alle ingiustizie non ne ha mai voluto sapere, rimanendo della stessa idea anche dopo le bastonate dei fascisti, l’arresto, il carcere, gli anni di confino, il disprezzo da parte delle gerarchie ecclesiali, la diffidenza dei fedeli e la solitudine. Esser liberi ed integri, a volte, comporta anche questo.

Don Raimondo nell’estate del 1982 decide di affidare le proprie memorie a Nuto Revelli raccontandosi allo scrittore piemontese che le raccoglie non dimenticando di annotare, ed interpretare, gli eloquenti silenzi del parroco ribelle di Borgo San Dalmazzo. Don Raimondo racconta i drammi collettivi che il suo secolo gli ha imposto: la dittatura fascista, la guerra, l’8 settembre, la lotta partigiana, le stragi naziste e fasciste, la persecuzione degli ebrei. E il suo affrontarli esponendosi sempre in prima persona per cercare di aiutare Abele in fuga da Caino. Quello che ne scaturisce è un libro in cui niente risulta essere superfluo e, giunti alla fine, si ha la stessa sensazione che regala il colloquio con un vecchio incontrato per caso, il quale è ben lieto di offrire una lezione di vita a chi è disposto ad ascoltarlo.

Leggendo questa testimonianza ho trovato una delle più belle definizioni di “resistenza”, definita e descritta in maniera sublime dalle parole di un uomo che sa cosa dice senza mostrare esitazioni nell’affermare il proprio pensiero:

“Appartengo al clero e mi vanto di appartenerci. Ma tra il clero sono pochi quelli che sanno capire la mentalità degli altri. La mia mentalità è evangelica nel senso vero del termine: la resistenza. Sì, la resistenza che è una dote dell’uomo maturo, dell’uomo che rifiuta tutto ciò che è ingiusto, e si ribella, si ribella…La Bibbia è piena di resistenza, da Mosè, da Giacobbe…, fino all’Apocalisse che è tutta una resistenza. La resistenza è perciò cosa sacra, è un elemento di vita che conserva la vita e respinge tutto quello che è contrario alla dignità umana e alla vita stessa. E’ resistenza non farmi intimidire da un vescovo, da un prefetto, da un questore. Qualsiasi cittadino, cristiano o non cristiano, deve poter dire a chi detiene il potere: <Non voglio offenderla, ma su questo punto io sono convinto del contrario>. “

“La libertà è come l’aria, ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare” disse Piero Calamandrei nel 1955 agli studenti di Milano. Parole eterne, sempre attuali. Non tutti gli uomini ne sono consapevoli e i più riescono a farne a meno, lasciandosi avvolgere dalle nebbie dell’indifferenza e dal desiderio del quieto vivere, accontentandosi di una vita forse lunga e tranquilla ma tanto vuota quanto miserabile. Don Viale non rinuncia alla sua libertà neanche in vecchiaia:

La chiesa deve disporre di un suo capitale per vivere dignitosamente. Ma che poi vada a braccetto con i grandi speculatori finanziari, con dei banchieri tipo Sindona, tipo Calvi, ah questo no…E allora cancelli anche la festa di San Francesco, cancellatela, toglietela, regalatela piuttosto ai buddisti. Questa mia sincerità è discutibilissima. Io non solo sono discusso ma condannato dalla maggioranza. Ma io morirò così, spero di morire così.

Il mondo è dei puri di cuore. Questa è Resistenza.

Giorgio Castriota

Comandante ad Auschwitz

In Letture, Pensiero, Recensioni, Storia contemporanea on gennaio 27, 2010 at 12:33 am

Il suo nome è Rudolf Hoss, è un bambino come altri, nasce il 25 novembre 1900, a Baden-Baden nella Foresta Nera. La sua è una famiglia “per bene”. Il papà, che il figlio stesso definisce con connotazione positiva “fanatico cattolico”, aveva già progettato per lui la vita sacerdotale. Trascorre la sua adolescenza in un Germania in guerra. Per un periodo, svolge, con diligenza e compassione, attività di volontariato presso la Croce Rossa, ma nel 1916, contro il volere della famiglia parte per il fronte. All’età di 17 anni, oramai già orfano, si distingue sul campo di battaglia e diventa il più giovane sottoufficiale dell’esercito tedesco. Congedato dal fronte, torna a casa e trova parenti “ostili” decisi a rispettare le volontà del padre. Ma Rudolf aveva già deciso per sè, voleva essere un soldato: «Nuovamente ritrovai una patria, una sicurezza nella solidarietà dei camerati». Nel 1919 si arruola nei Freikorps Rossbach (Corpo di volontari di Rossbach) e combatte sul Baltico e nell’Alta Slesia. Nel 1922, però giunge la svolta. Si iscrive al NSDAP – Partito Nazionalsocialista (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei) con la tessera 3240. Nella notte tra il 31 maggio ed il 1° giugno 1923 dopo essersi ubriacato insieme a diversi complici, assassina brutalmente un ex maestro elementare di nome Walther Kadow. Era sospettato all’interno del Corpo Rossbach di essere una “spia dei bolscevichi”. Tanto bastò per massacrarlo a bastonate, tagliargli la gola e finirlo con due colpi di pistola.

«In quel tempo ero fortemente persuaso – e lo sono ancor oggi – che quel traditore avesse meritato la morte. Perché con ogni probabilità, nessun tribunale tedesco lo avrebbe condannato, noi lo giustiziammo secondo una legge non scritta creata da noi stessi, nata dalla necessità del tempo.»

Giudicato per quell’orrendo crimine, viene condannato a dieci anni di reclusione. Ne sconta solo sei (per via di una amnistia voluta trasversalmente dall’estrema destra e dall’estrema sinistra, e votata il 14 luglio 1928), ma sono anni estremamente “istruttivi”. Comprende, in quei mesi, i meccanismi della vita carceraria e delle gerarchie all’interno di essa. Comprende i rapporti di forza esistenti tra dirigente, secondino e prigioniero, e tra i prigionieri stessi. Realizza con estrema lucidità in cosa consistessero le vessazioni più gravi e le torture psicologiche più efficaci. Nel penitenziario brandeburghese, è un detenuto modello. Riceve numerose agevolazioni, un lavoro d’ufficio e la possibilità di leggere numerosi libri sulla difesa della razza.

A 29 anni Rudolf Hoss esce di prigione con un curriculum di tutto rispetto. È un valoroso soldato, con una lunga e “proficua” esperienza carceraria, reo di un delitto “politico”. Spinto da ideali di purezza ariana e di un ritorno alla vita nei campi, si associa alla Artamanen-Gesellschaft (Società degli Artamani) e si ritira in  una organizzazione agricola. Qui conosce sua moglie e Heinrich Himmler, capo delle SS.

Nonostante il suo sogno bucolico, cede alle lusinghe «di una carriera rapida  e di vantaggi finanziari» ed entra nelle SS. Nel 1934 come membro dell’unità SS “Testa di Morto” (SS-Totenkopfverbände), inizia la sua esperienza professionale nel settore dell’amministrazione concentrazionaria, che culminerà nel 1940 con l’incarico di “Comandante ad Auschwitz”.

Questo è dunque un uomo qualunque. Uno di noi. Non un mostro forgiato nelle fucine di qualche setta occulta. Un soldato con “meriti” sul campo, un uomo disciplinato, capace di distinguere ciò che è brutale a ciò che è misericordioso. Il tempo, la guerra e la società fecero tutto il resto.
Era il tempo in cui la Germania era minacciata dai “nemici dello Stato”. Era il tempo in cui coloro che eliminavano i nemici dello Stato godevano di sostanziale impunità, se non addirittura della gratitudine dell’intera nazione.

Rudolf Hoss, si racconta in questa sua autobiografia, scritta durante la detenzione a Cracovia, prima della sua impiccagione. È una lettura estremamente istruttiva, al di là di ogni condivisibile fastidio. È descrittiva di molti aspetti di un individuo “sommerso”, incapace di una qualunque autonomia di giudizio, diviso tra la razionalità amministrativa e la cieca obbedienza al Fuhrer a cui viene assegnato totale arbitrio sulla vita di altri uomini.

Egli, per esempio, è perfettamente cosciente che un gesto benevolente è in grado di rendere meno grave la prigionia di un individuo. Ma è altrettanto perfettamente consapevole di tutte le tecniche psicologiche per governare meglio un campo. Selezionare i prigionieri “più malvagi” per assegnare loro incarichi di responsabilità, fomentare rivalità interne, osservare con scientifico compiacimento la sociologia della deriva.

«Divide et impera è un fattore importante da non sottovalutare non solo nell’alta politica, ma anche nella vita di un campo di concentramento.»

Diventa ripugnante la sua catalogazione dei prigionieri. È evidentemente incolto, educato anche se non fanaticamente a improbabili teorie sulla razza. Parla di “epidemie” di omosessualità e di cure per l’eliminazione del medesimo virus. Descrive con vergognosa alienazione l’attività dei Sonderkommandos (prigionieri ebrei preposti al trattamento dei cadaveri gasati) e la vita in campo dei prigionieri. Sono bestie, alcune nate a prevalere spinte fino al cannibalismo, altre nate per soccombere come insetti senza volontà. Ma di fatto nessun nemico dello Stato è un essere umano.

L’autobiografia di Hoss offre una rilettura sulla struttura piramidale in seno al nazismo. In cima c’è il Fuhrer, arbitro in terra del bene e del male. Al Fuhrer si obbedisce, senza discutere, andando anche contro coscienza. Seguono gli alti ufficiali e tutti i gradi dell’ordine militare. Ciascuno obbligato al rispetto degli ordini superiori, ciascuno dotato di arbitrio assoluto e completa impunità. Una debolezza o un ordine non eseguito è una minaccia per la Germania e merita la morte. Rudolf Hoss, ha così ordinato la morte di ufficiali tedeschi, di attivisti politici, di prigionieri di guerra e di civili innocenti, senza mai chiederne ragione, senza mai esercitare il dubbio. Quasi richiedendo l’elogio del lettore, si proclama impiegato diligente e zelante, mostrando tutta l’efficienza del suo servizio quando riesce a ottimizzare le risorse di Auschwitz. Nel 1944 raggiunse l’encomiabile traguardo della liquidazione di «9000 persone, gasate e cremate in un solo giorno». Con ridicola retorica afferma di essere sempre stato contrario ai metodi di eliminazione e detenzione concentrazionaria ma di non aver mai potuto fare nulla in senso contrario. È altrettanto paradossale l’esaltazione della disciplina teutonica e del rispetto degli ordini, contrapposta allo scenario di sostanziale anarchia con cui descriveva la vita del Lager. L’obbedienza agli ordini superiori era vitale per la Germania e costituiva apologia per l’assassinio, ma il degrado del campo e la violazione delle regole da lui stesso impartite erano quasi considerate fisiologiche. Una specie di menù à la carte della banale malvagità.

Il dirigente Hoss rimane un esempio di quanto non ci sia stato nulla di straordinario nella Germania di 70 anni fa. Chiunque potrebbe diventare come lui se le condizioni lo permettessero ancora.

Solo il dubbio, le continue domande e la memoria degli errori possono evitare che Rudolf Hoss celato nelle pieghe della nostra mente, possa tornare nuovamente al comando.

Roberto Anglani

Chicago, 27 gennaio 2010

Piazza Fontana

In Pensiero on dicembre 12, 2009 at 1:11 pm

Primo Levi a proposito del mestiere dello scrittore era solito dire che in caso mancata comprensione di un testo la colpa è sempre di chi scrive. Comunque. E’ chi scrive che ha bisogno di comunicare e deve sforzarsi per dare al proprio messaggio la forma giusta affinché questo possa essere correttamente interpretato da chi legge.

A volte però il messaggio da comunicare è dannatamente complesso e renderne compiutamente ogni sfumatura attraverso le parole è impresa ardua: come si può, ad esempio, parlare della strage di Piazza Fontana a chi non ne sa nulla senza essere incompleti? “Piazza Fontana” sino a qualche istante prima delle 16.37 del 12 dicembre 1969 è solo un indirizzo, una delle tante piazze della città di Milano, qualche istante dopo diventa sinonimo di morte e poi, con gli anni, “Piazza Fontana” smette di essere solo un indirizzo e si veste di altri significati: la madre di tutte le stragi, l’inizio della strategia della tensione, la perdita dell’innocenza. E poi come si potrebbe raccontare il dolore di chi è stato ferito? E le lacrime di chi ha perso un padre? E l’infame atteggiamento delle Istituzioni? I depistaggi, gli insabbiamenti, i tanti processi, le assoluzioni, gli ingiusti arresti, le morti sospette? Difficile cavarsela con poco. Ma bisogna farlo, è necessario cercare di capire, è doveroso ricordare.

Un ottimo servizio alla memoria è reso da Piazza Fontana, eccelso lavoro di Francesco Barilli e Matteo Fenoglio, pubblicato dalla casa editrice padovana Becco Giallo. I due autori con il linguaggio del fumetto affrontano, uscendone vittoriosi, le difficoltà di cui sopra offrendo al lettore un punto di partenza privilegiato per intraprendere un percorso teso ad onorare la memoria in un Paese che, come diceva Leonardo Sciascia, è senza memoria e senza verità. La verità sull’orrendo delitto commesso quarant’anni fa a Milano nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura non è stata mai raccontata, c’è solo da augurarsi che ne rimanga memoria. Almeno quella.

“Non è semplice dire se ci sentiamo sconfitti o vincitori. Forse la domanda è un’altra, la stessa che rivolgeva a se stesso un operaio durante i funerali: perché? A chi giova una strage del genere? Ora il nostro compito è continuare a raccontare la storia di Piazza Fontana per consegnare il testimone della memoria alle future generazioni.” (Francesca Dendena, figlia di Pietro, morto nella strage).

Giorgio Castriota

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PER SAPERNE DI PIU’

Tg Notte del 12 dicembre 1969 – Annuncio della strage di Piazza Fontana

www.piazzafontana.it

blog di Francesco Barilli – coautore del libro “Piazza Fontana”

L’anarchico Pinelli e l’omicidio Calabresi

In Pensiero on dicembre 12, 2009 at 1:09 pm

Alle 16:37 del 12 dicembre 1969, nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in Piazza Fontana, a Milano esplode un potente ordigno che provoca l’uccisione di diciasette persone e il ferimento di altre ottantotto.

La notte del 12 dicembre, Giuseppe Pinelli, ferroviere e animatore del Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa (già staffetta partigiana nelle Brigate Bruzzi Malatesta), viene fermato dalla Polizia di Stato, come sospettato, insieme ad altre 80 persone.

Pinelli viene trattenuto per altri tre giorni nella Questura e il giorno 15 dicembre precipita dal quarto piano dello stesso palazzo.

Le successive indagini della magistratura, benché non abbiano accertato completamente la verità, non hanno più considerato il nome di Pinelli tra i possibili complici o responsabili.

Per questa ragione “l’anarchico Pinelli”, può essere ritenuto come la diciottesima vittima innocente della Strage di Piazza Fontata.

Legato all’oscura fine di Pinelli vi fu, inoltre, il nome del commissario Luigi Calabresi. Questo fino al 25 ottobre 1975, quando il PM Gerardo D’Ambrosio, nel provvedimento di archiviazione dell’inchiesta sulla morte del ferroviere, escluse la presenza di Calabresi nell’ufficio da cui precipitò Pinelli.

Il 17 maggio 1972, Luigi Calabresi fu assassinato da un commando di due uomini armati appartenenti alla formazione extraparlamentare Lotta Continua. Dopo quasi 25 anni, in Cassazione, fu decisa la condanna definitiva di Ovidio Bompressi e Leonardo Marino come esecutori materiali del delitto e di Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri, quali mandanti.

In una recente intervista di Adriano Sofri al Corriere della Sera [1], egli stesso ha ammesso la propria «corresponsabilità morale» nell’omicidio Calabresi e ricostruisce personalmente la vicenda della morte di Pinelli, escludendo la presenza del commissario in quella famosa stanza al quarto piano della Questura.

Il 31 maggio 2006 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha concesso la grazia a Ovidio Bompressi, su proposta del ministro della Giustiza Clemente Mastella.

Al di là dell’ombra che, ancora nel 2009, avvolge i fatti di Piazza Fontana, rimangono tuttora avvolte nel mistero le cause della morte dell’anarchico Pinelli.

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Con queste righe di ricostruzione di un fatto, non vogliamo rivolgere accuse nè indicare responsabili o complici di qualsivoglia delitto. Vorremmo stimolare una riflessione.

La Strage di Piazza Fontana e il caso Pinelli, sono rimasti fatti delittuosi ancora oscuri, ancora oggi, a distanza di decenni.

18 vite sono state spezzate e non c’è ancora un perché, non c’è ancora un nome dietro a tutto questo. A noi tutto questo appare “ingiusto”, non nel senso contrario alla giustezza ma contrario al senso della parola giustizia.

Giustizia [2], lat. Iustitia, da Iustus e a sua volta da Ius che significa diritto, ragione. La giustizia è quella virtù morale per la quale si osserva in sé e in altri il dovere e il diritto; Costante e perpetua volontà di dare e riconoscere a ciascuno ciò che gli è dovuto.

Piazza Fontana è la storia italiana ante-litteram e la sua conclusione, che di fatto non esiste, è racchiusa nei quattro versi del poeta Fabrizio de Andre’ racchiusi nella celebre canzone Don Raffaè:

«Prima pagina venti notizie/
ventuno ingiustizie e lo Stato che fa/
si costerna, s’indigna, s’impegna/
poi getta la spugna con gran dignità.»

Roberto Anglani

[1] www.corriere.it

[2] Francesco Bonomi – Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana

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PER SAPERNE DI PIU’

Sentenza di assoluzione di Calabresi del 1975

LA STORIA SIAMO NOI, puntata integrale sulla storia di Pinelli e Calabresi

Informazioni generali da piattaforma Wiki:

Giuseppe Pinelli

Luigi Calabresi

La Bella Estate

In Classici della Letteratura, Letture, Pensiero, Recensioni on luglio 6, 2009 at 7:46 pm

La Bella Estate di Pavese

Allora Guido se la strinse al braccio. – Tu non sei mica estate. Tu non sai cosa sia fare un quadro. Dovrei innamorarmi di te, per diventare intelligente. E allora perderei tempo. Devi sapere che un uomo lavora soltanto se ha degli amici che lo capiscono.

Mentre leggi Cesare Pavese, a volte ti può capitare di leggere frasi come queste, che sembrano scritte con inchiostro blu cobalto su un letto di neve chiara. Così rileggi due o tre volte lo stesso periodo fino a quando non capisci, fino a quando non proietti all’esterno, come una lampada a neon, quell’arbitrariamente piccola parte di vissuto che trovi in ogni libro e che ti fa sbalordire come quando impari un nuovo alfabeto.

La Bella Estate di Pavese è il racconto di una stagione di una vita. Di un breve cumulo di giorni che in una maniera o nell’altra tutti abbiamo vissuto. Parlo di quella stagione della vita che incomincia il primo mattino senza scuola, nel dubbio e nell’inoperosità di impostare delle nuove giornate e che termina svegliandoti qualche tempo dopo che sei diventato un uomo.

L’estate raccontata da Pavese è una stagione dell’amore e della scoperta della carne, non come l’esercizio erotico di un vizio insoddisfatto, ma come significato nuovo alla scorza che separa i nostri organi dall’ossigeno dell’atmosfera terrestre. Quella scorza di nervi e cellule in grado di poter cambiare una giornata o una vita intera al contatto di un nuovo mondo.

E’ così che Ginia, percorre la sua adolescenza in una manciata di mesi fino alla scoperta dell’amore di un uomo, della passione per l’odore dell’acqua ragia e di un bacio saffico dato per sbaglio una sera d’estate.

I giorni estivi di Pavese sono giorni che appartengono a ciascuno di noi, che capitano più volte, ai più fortunati, nell’arco di un’unica esistenza. Le sue sono parole che non leggi su un libro ma che ritrovi nel cassetto caotico della tua memoria incosciente e accaldata di qualche tempo fa.

– Non sei mai stato innamorato? – disse Ginia, senza guardarlo. – Di voi altre? Non ho tempo.

Roberto Anglani

Bari, 6 luglio 2009

10,000 GRAZIE

In Pensiero, Radio Primo Levi on maggio 8, 2009 at 12:35 pm

10000-lire

***

Il blog di Radio Primo Levi ha accolto 10,000

visitatrici e visitatori dal 18 settembre 2008!

***

Grazie a tutti coloro che ci leggono e ci ascoltano e collaborano con noi!

***

Diamo appuntamento a stasera 8 maggio dalle 21.30 su www.radiosoundicity.net per la prima (e forse l’ultima) puntata di Effetto Notte interamente condotta da Giorgio e Roberto.

***

Con l’affetto di sempre,

GILDA, GIORGIO E ROBERTO

RPL / LOTTA PARLATA – Comunicato numero 1

In Pensiero on maggio 6, 2009 at 9:24 am

La direzione strategica di Radio Primo Levi annuncia
l’occupazione della sede di Radio Sound City.

I conduttori imperialisti Pasquale Attolico e Francesco Fornarelli, pedine fondamentale dello scacchiere della controrivoluzione, sono stati rapiti.

E’ inutile cercare nei panifici e nelle pizzerie.
E’ inutile cercare nei negozi di dischi e nei teatri.
I due prigionieri sono tenuti in ostaggio in una località segreta.
E’ assolutamente ingiustificato qualunque ottimismo su una loro eventuale gratuita liberazione.

Vi saranno date indicazioni per il riscatto.

La prossima trasmissione di “Effetto Notte” si terra’ VENERDI 8 MAGGIO a partire dalle 21.30 e sara’ condotta INTERAMENTE da due nostri fedeli combattenti del comitato RPL.

Il comitato centrale RPL vi attende su <<< www.radiosoundcity.net >>> per ascoltare una nuova musica rivoluzionaria e parlare di libri sovversivi.

Se volete avere sani e salvi i due conduttori imperialisti Pasquale e Francesco, ascoltate la trasmissione a partire dalle 21.30 di venerdi’ 8 maggio su <<< www.radiosoundcity.net >>>.

Avvertiamo panettieri, pasticceri e sbirri vari che il loro comportamento può solo aggravare la posizione dei prigionieri.

MAGGIO 2009

Un ultimo viaggio

In Pensiero, Poesia on maggio 3, 2009 at 9:27 pm

zz_viaggiatoresolitario

Disturbano il tuo riposo sotto il pesco
i bimbi che corrono vicino a te,
tu,  seduto in un angolo al fresco,
li scacci col bastone lontano,  perchè?
Qualcosa doveva accadere
e dovevano ridere non piangere per te.
Hai capito ch’era l’ora della dipartita
e sei rimasto in attesa della fine della tua partita.
Il momento d’andar via è questo qui…
chiudo gli occhi e non sei più lì.
Ho cercato di capire il sorriso
che ho trovato gelato sul tuo viso.
Prima del buio cos’ hai pensato?
Di certo hai riso! Chissà chi hai visto?
Hai veduto qualcuno venirti incontro?
Hai salito le scale che portano al cielo?
Davvero toccano la terra e si alzano in volo?
Davvero c’è la luce in fondo al nero
o c’è il fuoco nell’abisso profondo?
Di lino è l’abito di colui che incontri
o caldo è il luogo in cui piano ti inoltri?
Hai trovato infine la tua compagna
di una vita terrena che non fu eterna?
Ti ha dato un bacio casto di benvenuto
o forse neanche ti ha riconosciuto?
Ormai son tanti anni tu sei invecchiato!
Ormai son tanti anni qualcosa è cambiato!
Lei è bella come il luogo in cui è,
giovane, avvenente ma non è più per te.
Neanche tu desideri cercarla più,
vuoi solo guardarla e vedere ch’ è bella
di luce riflessa di più bella stella…
L’ hai trovata in fondo alla laguna
o in mezzo alla pianura?
Dove arbusti e rovi le pungono i piedi
e nulla può far per liberar le mani!
Il suo abito è sporco ormai da tanti anni
e il suo fetido puzzo risale su per le valli.
Neanche tu desideri cercarla più,
vuoi solo guardarla e vedere ch’è odiosa,
bestemmia verso Colui che può ogni cosa…
L’hai trovata in cammino ai piedi dei colli
in attesa di giungere in cima a quei monti?
Bella di una bellezza ancora terrena
insieme a tanta gente d’ogni luogo ed era.
Neanche tu desideri cercarla più,
vuoi solo guardarla e vederla gioiosa,
in attesa che cada sul suo capo la Rosa
perchè giunga nel luogo ove il corpo finalmente si riposa.

Fabienne Bellizzi

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Radio Primo Levi si arricchisce della firma  di Fabienne Bellizzi. Amica preziosa e sensibile che ci ha voluto far dono delle sue preziose ed emozionanti  parole. La accogliamo con profonda gratitudine. Benvenuta.

Delusa dal Paradiso

In Letture, Pensiero, Racconti, Recensioni on aprile 29, 2009 at 10:12 am

Delusa dal Paradiso

Delusa dal paradiso è un romanzo imperniato sulla figura di Ruth Pirovano, una donna che lotta con ogni mezzo (anche illecito) per fuggire dalla povertà patita nella sua famiglia di Taranto, riuscendo a diventare ricchissima. Ruth incarica il giornalista Michele Traetta (che, a causa della propria integrità morale, ha perso lavoro e famiglia) di scrivere la sua biografia. Dal racconto della donna emergerà una figura cinica, scaltra, affascinante e pronta a tutto pur di appagare la propria avidità, lungo un arco di tempo che parte dagli anni Settanta fino a lambire i primi anni del Duemila. Diversi sono i personaggi che incroceranno la scalata al successo di Ruth, come lo stilista Piero Graziani; l’imprenditore Marcello Pirovano; Carola, la fragile e travagliata figlia di Ruth, tutti ‘inariditi’, quasi depotenziati nelle loro aspirazioni dalla carica ‘demoniaca’ della protagonista, con la sola eccezione dell’inafferrabile rockstar Jake Sykes, personificazione dell’arte, che resiste orgogliosamente alle lusinghe del denaro e del facile successo. Il titolo del romanzo racchiude dunque la peculiarità ‘demoniaca’ di Ruth, ossia la sua esasperata brama di denaro e potere, la sua ostinata incapacità di elevarsi rispetto all’arida materialità della vita. Il suo non è dunque un paradiso perduto (Sacre Scritture, Paradise Lost di Milton), ma rifiutato: Ruth, sebbene ossessionata dalla voglia di possedere Jake, il paradiso, così ‘diverso’ da lei da costituire la sua unica fonte di frustrazione, cede puntualmente alla necessità di ripiombare tra i suoi ‘limiti sensoriali’, appunto tra le sue coordinate materiali entro le quali può esercitare il ‘potere’. Le problematiche essenziali affrontate dal romanzo sono: (1) i privilegi non soltanto sociali, ma anche etici, che la società contemporanea accredita a chi possiede una considerevole fortuna economica; (2) il duplice problema del ruolo dei mass media nella nostra società: la morbosità voyeuristica dei mass media ma d’altro canto la non meno preoccupante spregiudicatezza con cui, chi può, ne fa uso per distorcere la verità; (3) l’indifferenza con cui assistiamo alla sopraffazione dei sentimenti e della dignità umana, rendendoci così complici del male. Stilisticamente, sono certamente i lunghi dialoghi a caratterizzare il romanzo; senza dimenticare che la narrazione è effettuata quasi esclusivamente dalla protagonista, che offre un punto di vista assolutamente parziale della storia. Il racconto della donna presenta alcuni passaggi bruschi, alcuni arresti (graficamente rappresentati dal rigo bianco tra due capoversi), e, man mano che si avvia alla conclusione, diventa più contratto e più disperato, fino allo scioglimento finale. Un’ultima nota: Ruth nasce a Taranto, parte per Bari, poi raggiunge Roma e così via… Le due città pugliesi non sono state apertamente citate per protestare contro chi (dall’attuale governo ai comuni cittadini che additano continuamente il nord come una sorta di ‘culla della civiltà’ senza poi fare nulla di concreto per la propria terra) vuole soffocare il sud e non ne riconosce più la cultura e la dignità.

L’autrice
Sara Notaristefano è nata a Taranto nel 1980. Si laurea cum laude nel 2004 con una tesi in letteratura teatrale italiana intitolata ‘La caduta della lucciola. Pirandello e gli spettri dell’oltre’. Successivamente inizia la sua collaborazione con il semestrale di critica letteraria diretto da Raffaele Nigro e da Lino Angiuli «incroci», che ha accolto i seguenti saggi e recensioni:

  • recensione a K. Gibran, La stanza del profeta, San Paolo, Torino 2004, in «incroci», n. 11, luglio-dicembre 2005
  • saggio: La scrittura come vendetta dell’oltre: i Quaderni di Serafino Gubbio operatore, in «incroci», n. 12, gennaio-giugno 2006
  • recensione a G. Rosato, La casa del prete, Carabba, Lanciano 2005, in «incroci», n. 12, gennaio-giugno 2006
  • recensione a Quaderni del dottorato di Italianistica 2004/2005, voll. 2, B. A. Graphis, Bari 2005, in «incroci», n. 13, luglio-dicembre 2006
  • saggio Il Sessantotto di Pasolini: la solitudine di un tolemaico, in «incroci», n. 18, luglio-dicembre 2008.

Da qualche mese collabora con la Stilo editrice di Bari.

***

Il volume sarà presentato il giorno 7 Maggio 2009 presso la Chiesa Russa a Bari.

Durante la presentazione saranno letti alcuni brani tratti dal romanzo con accompagnamento musicale eseguito dal vivo.

Interverrano: l’autrice, Gilda Camero (Barisera), Elettra Dinapoli (direttrice della biblioteca della VI circoscrizione Carrassi-S. Pasquale), Loredana Grandolfo (lettura brani), Domenico Mezzina (Università degli Studi di Bari), Leo Palmisano, Leonardo Scorza, Raffaele Stellacci (accompagnamento musicale).

SIAMO TORNATI!

In Pensiero on aprile 8, 2009 at 4:44 pm

SIAMO TORNATI
Care amiche e cari amici del Presidio Primo Levi.

Come promesso, siamo ritornati, con un nuovo look e… un nuovo nome: RADIO PRIMO LEVI.

Ma la sostanza sara’ sempre la stessa.

Il Presidio diventa una Radio, una radio “speciale” di parole scritte e qualche voce. Difenderemo sempre la cultura ed il desiderio di comunicare il nostro e il vostro sguardo sul mondo.

Continueremo come sempre con i consigli su letture, cinema, musica e teatro.

Accoglieremo le vostre recensioni e andremo in voce con nuove trasmissioni registrate e saremo ospiti di alcune radio locali.

Non possiamo ancora preannunciare molto, ma per adesso vi diamo il nostro piu’ affettuoso benvenuto su

< http://www.radioprimolevi.com >

Con l’affetto di sempre

Gilda, Roberto e Giorgio

The wave – L’onda

In Cinema, Pensiero, Recensioni on marzo 13, 2009 at 12:09 am

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  • Regia: Dennis Gansel
  • Interpreti: Jurgen Vogel, Frederick Lau, Max Riemelt, Jennifer Ulrich
  • Genere: drammatico
  • Durata: 93′

Se con La classe di Cantet eravamo dentro le mura, qui, nonostante la classe e la scolaresca, l’onda prorompe i muri e, come ogni cattiva ideologia, non sa quali vie scegliere. L’omonimia del film con il recente movimento studentesco italiano, antiriforma Gelmini, nulla ha in comune.

Potentissimo, ma soprattutto di grande attualità, il film di Dennis Gansel, in tempi in cui il dubbio lascia perplessi anche gli uomini di grande fede (?).

Come sarebbe oggi il nazismo, in un paese liberale come l’attuale Germania? E’ possibile che tale mostruosità e il suo impeto, come un’onda, un uragano, possa ritornare? Il pretesto a tali interrogativi è la lezione di storia di un insegnante punk-rock, diviso tra Ramones e Clash, in un istituto di scuola superiore tedesco, che per spiegare la storia del partito nazionalsocialista e la dittatura di Hitler dà vita ad un esperimento, originando, praticamente in classe, un movimento chiamato “L’Onda”. Tutto, nell’aula e nei luoghi da essi frequentati, è caratterizzato dalla rigida disciplina, che trasforma l’aula scolastica in una stanza da caserma e gli alunni in una specie di soldati, obbedienti in tutto al loro capo-insegnante, dal modo di salutarlo fino all’osservazione ampia e per niente motivata di una serie di regole rigidissime. Come se non bastasse quanto già conosciamo di realmente accaduto, mediante lo studio della storia, sulle origini e le conseguenze della Germania nazista e dell’Italia fascista, sappiamo anche che anche il film è basato sulla storia realmente accaduta nel 1967, in una scuola di Palo Alto in California, che ha ispirato “Il segno dell’onda”, di Ted Strasser, un testo scolastico conosciutissimo in Germania.

Ma il film non è solo il discredito di un orrore che si vorrebbe per sempre cancellare, non dalla memoria, piuttosto dalla storia contemporanea di ogni popolo, ma è anche una vera e propria indagine sulle ragioni del vuoto esistenziale e il disagio, appartenente soprattutto alle giovani generazioni, e di come questi possano diventare gli stimoli per alcuni per ergersi come i paladini e i risolutori di tante insoddisfazioni, generando apocalittici scenari, di cui in parte, come italiani paghiamo ancora un forte debito culturale, religioso e politico.

Sarà per smentire le voci dei cardinali che screditano l’Olocausto, o addirittura mettono in dubbio l’esistenza di tale barbarie, ma il cinema contemporaneo, mai è stato tanto prolifico in film sull’argomento: da Le vite degli altri, a La caduta, passando per i più recenti Operazione Valchiria a The Reader, sono tutti ‘documenti’ di una storia ch’è vera non solo sul grande schermo, ma ha lasciato i segni potentissimi nelle vite di milioni di persone. Tutti i film sull’argomento sembrano mettere in discussione le origini del pensiero riformistico di ogni buon ministro, ancora legato ai simboli (che non sono mai come le metafore della poesia), al saluto, ma soprattutto alla divisa. La vera grande lezione di questo film sta nel mettere molto bene in evidenza le suggestioni a cui spesso, a prescindere dal colore politico, non sappiamo ancora resistere, quelle che costituiscono la base di ogni potere politico. Temporale o spirituale, la storia ci ha sempre insegnato che il potere non ha mai utilizzato altri mezzi per enunciarsi, che il carisma del capo, i dogmi, le verità indissolubili, l’indottrinamento e le conversioni forzate, fino ai saluti e alle divise.

Bella la regia e l’uso sempre proficuo del montaggio visivo e sonoro, nel film, oltre alla caratterizzazione dei protagonisti, di gran lunga lontani dai nostri adolescenti mocciani, instupiditi e incatenati ai soliti concetti dell’autarchia dell’amore stupido, a cui ci si lega per sempre, finanche con un lucchetto. E il rischio è che come paese lì si rimanga ancorati.

Giancarlo Visitilli

Milk

In Biografie, Cinema, Pensiero, Politica, Recensioni on febbraio 5, 2009 at 12:10 pm

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Milk ( Usa, 2008 )

  • Regia: Gus Van Sant
  • Interpreti: Sean Penn, Emile Hirsch, Josh Brolin, Diego Luna, James Franco
  • Genere: biografico
  • Durata: 128′

In tempi in cui gli uomini di potere, in Italia, si dividono tra chi è dalla parte delle leggi di Dio e chi, invece, dalla parte di quelle dell’uomo, un film come questo è il giusto modo per comprendere che può esistere un’altra possibilità: la persona, prima di tutto. Anche prima delle leggi.

Milk è il film ideale per riflettere, in questi giorni in cui facciamo memoria su quello ch’è stato e su quello ch’è ancora oggi, fomentato dalla terribile idea della persecuzione della diversità.

“Da qualche parte, a Des Moines o a San Antonio, c’é un ragazzo gay che ha improvvisamente realizzato di essere gay. Sa che se i suoi parenti lo scoprono lo cacciano di casa, i suoi compagni di classe lo scherniscono e gli Anita Bryant e i John Briggs (ndr politici omofobi dell’epoca) fanno la loro parte in tv. Per il ragazzo si prospettano diverse soluzioni: nascondersi nello sgabuzzino e suicidarsi. Trasferirsi in California o restare a San Antonio e combattere”. Questa è la premessa che accompagna il destino di un uomo che oggi potrebbe avere il nome di altri uomini in carne ed ossa: da Nichi Vendola ad Obama, da Oscar Pistorius a Mandela. Uomini che hanno fatto della loro diversità la bandiera per superare, con la verità, le leggi terrene e celesti.

Quasi suddiviso in due parti, il film è l’unione di un interessante documentario storico, con molte scene tratte da filmati del tempo, insieme al racconto che lascia spazio solo all’emozioni. Un movimento di “diversi” che lotta e cresce, utilizzando solo l’arma della propria dignità e dei propri diritti: gay, poveri, marginali, uomini e donne.

Il regista, Gus Van Sant, che ci aveva lasciato con il bel Paranoid Park, riesce con abilità ad armonizzare documentario e fiction. A raccontare la vita di Harvey Milk, nato a Woodmere (Long Island, New York) e laureatosi all’Albany State College. Nel ’52 si arruola in marina, ma presto é congedato. Fu lo stesso Milk a rivelare che in quella occasione era stato vittima di una discriminazione, dato che le forze armate americane non tolleravano la presenza di omosessuali al loro interno. Trasferitosi, nel ’72, a San Francisco, la città più accogliente per i gay, si stabilì con il compagno Scott Smith e, nel quartiere di Castro, aprì un negozio di fotografia, il Casto Camera. Emerse ben presto come leader della comunità gay, fondando la “Castro Valley Association” dei commercianti locali, e fungendo da rappresentanti per gli interessi del quartiere, nelle relazioni con il governo cittadino. Il clima, a livello nazionale, non era certo favorevole agli omosessuali (non diversamente da quello di oggi, specie nel nostro paese cattolico), ma Milk osò candidarsi tre volte. Fu sempre un insuccesso. Ma il suo impegno pubblico lo portò ad essere il portavoce della comunità gay di San Francisco, venendo per questo soprannominato “Sindaco di Castro Street”. Nel ’77 fu eletto consigliere comunale, risultando così il primo rappresentante eletto di una delle maggiori città degli Stati Uniti ad essere apertamente gay. In undici mesi si batté in difesa di una legge per i diritti dei gay. Fu anche decisivo nel rigetto della “Proposition 6”, supportata dal senatore dello stato Briggs, che avrebbe permesso agli insegnanti dichiaratamente gay di essere licenziati in base alla loro identità sessuale. Milk dibatté pubblicamente con Briggs sull’argomento, rivelandosi in questo modo, per acutezza e per intelligenza all’intera nazione. Nel novembre 1978 la “Proposition 6” fu fermamente respinta dai californiani. La sua vittoria non è stata solo una vittoria per i diritti dei gay, ma ha aperto la strada a coalizioni trasversali nello schieramento politico. L’incarnazione e un modello per chi, ancora oggi, combatte per i diritti civili.

Non è difficile comprendere perché questo film ha già ottenuti importanti riconoscimenti (il New York Film Critics Circle gli ha assegnato il premio come miglior film dell’anno. Sean Penn e Josh Brolin hanno vinto, rispettivamente, il premio come migliore attore protagonista, oltre al fatto ch’è anche candidato ai Golden Globe, e quello come migliore attore non protagonista). Immenso Penn. Credibile, perché autenticamente sofferente e passionale, nello stesso tempo morente, al modo di alcuni fra i migliori personaggi utilizzati dal nostrano Puccini nelle sue opere, in modo particolare, in Tosca.

Un film impedibile per chi intende la memoria non come un qualcosa di legato al passato, ma piuttosto ancorato ad un presente che si vorrebbe cambiare.

Giancarlo Visitilli

Psicologia di massa del fascismo

In Letture, Pensiero, Recensioni on febbraio 3, 2009 at 9:50 pm

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Ho incontrato questo libro molti anni fa, subito dopo la fine della mia travagliata carriera di studente universitario. Travagliata anche a causa del mio impegno politico in quell’ambito, che necessariamente mi tolse del tempo da dedicare allo studio.

Di quell’esperienza, a parte il bellissimo ricordo che ne conservo, mi impressionò la difficoltà che spesso incontravo nel coinvolgere molti colleghi nella lotta per cambiare il modo di fare didattica ed esami e per ottenere spazi, biblioteche e laboratori al fine di poter studiare e approfondire. Specie per chi come me, studente fuori sede, “viveva” in facoltà per molte ore al giorno. Molti colleghi apparivano disinteressati, apatici quando non impauriti e in qualche modo sembrava che inspiegabilmente non comprendessero come certi cambiamenti fossero palesemente nei loro interessi.

Persone con questo tipo di atteggiamento le ritroviamo in ambito lavorativo e le incontriamo tutti i giorni nella nostra vita sociale, quando, ormai sempre più raramente, capita che di sera, davanti ad una birra, si inizi a discutere di temi un po’ più seri rispetto alle consuete banalità, tipicamente di derivazione televisiva o cinematografica di bassa fattura.

In questo libro si tenta di spiegare il perché di certi comportamenti e come tali comportamenti possano produrre fenomeni terribili come quelli che furono il nazismo ed il fascismo.

“Psicologia di massa del fascismo” di Wilhelm Reich è un libro che spazia fra sociologia, psicologia e politica ed è quindi difficile sintetizzarne i contenuti. Preferisco riportarne un paragrafo che, nella sua brevità, credo sia il più significativo nell’esporre sinteticamente le tesi sviluppate nel libro: una sorta di “trailer”.

L’uomo apolitico

“Arriviamo al problema dell’uomo cosiddetto apolitico. Hitler non solo ha fondato il suo potere a priori con l’appoggio delle masse fino a quel momento essenzialmente apolitiche, ma ha compiuto “legalmente” anche il suo ultimo passo fino alla vittoria nelle elezioni del marzo 1933 con la mobilitazione di non meno di cinque milioni di persone che fino a quel momento non avevano votato, cioè di persone apolitiche. I partiti di sinistra si erano sforzati in ogni modo di conquistare masse indifferenti, senza chiedersi che cosa significa “essere indifferenti o apolitici”.

Se 1’industriale e il grande proprietario terriero sono chiaramente a destra, la cosa è senz’altro comprensibile se si tiene conto dei loro immediati interessi economici. Per loro un orientamento politico a sinistra significherebbe una contraddizione con la loro condizione sociale e sarebbe quindi spiegabile solo con motivi irrazionali. Se il lavoratore dell’industria politicamente è orientato a sinistra, la cosa è razionalmente del tutto coerente perché è determinata dalla sua posizione economica e sociale nella fabbrica. Ma se gli operai o gli impiegati o i funzionari sono politicamente orientati a destra, la cosa è dovuta alla confusione politica cioè all’ignoranza della loro posizione sociale.

Più una persona che appartiene alla grande massa dei lavoratori è apolitica e più facilmente diventa accessibile all’ideologia della reazione politica. Questa apoliticità non è però, come si crede generalmente, uno stato psichico passivo, ma un atteggiamento altamente attivo, una difesa contro il senso di responsabilità sociale. La scomposizione di questa difesa dal modo di pensare socialmente responsabile ci fornisce risultati inequivocabili che chiariscono parecchi aspetti oscuri dell’atteggiamento di larghi strati di persone apolitiche. Nella media degli intellettuali, “che non vogliono sapere di politica”, si possono facilmente dimostrare immediati interessi economici e paure per la loro esistenza che dipende dall’opinione pubblica e per i quali fanno i sacrifici più grotteschi sul piano delle loro conoscenze e convinzioni. Fra le persone che occupano un posto qualsiasi nel processo produttivo, e che, malgrado ciò, sono irresponsabili socialmente, si possono distinguere due grandi gruppi. Fra gli appartenenti al primo, il concetto di politica è inconsciamente associato all’idea della violenza e del pericolo fisico, con una grave paura che impedisce loro di orientarsi in base alla realtà. Fra gli altri, che senz’altro costituiscono la maggioranza, l’irresponsabilità sociale è dovuta a conflitti e preoccupazioni personali, fra i quali prevalgono le preoccupazioni sessuali. Se una giovane impiegata, che dal punto di vista economico avrebbe molte ragioni di avere una responsabilità sociale, è socialmente irresponsabile, in 99 casi su 100 lo si deve alle sue cosiddette “storie d’amore”, o, per parlare con parole più serie, ai suoi conflitti sessuali. Questo vale allo stesso modo per la donna piccolo borghese che deve raccogliere tutte le sue forze psichiche per dominare la propria situazione sessuale in modo tale da non crollare totalmente.

Il movimento rivoluzionario ha finora compreso male questa situazione e ha cercato di politicizzare le persone “apolitiche” cercando di rendere coscienti in loro soltanto gli interessi economici irrealizzati. La pratica ha insegnato che è difficile indurre questa massa di “apolitici” ad ascoltare, ma che essa è capace di accogliere facilmente in modo favorevole le frasi mistiche di un nazionalsocialista, senza che questi parli molto dei suoi interessi economici.

Come si spiega questo fenomeno?

Con il fatto che i gravi conflitti sessuali (in senso più lato), indipendentemente dal fatto che siano o consci o inconsci, impediscono il pensiero razionale e lo sviluppo della responsabilità sociale, rendendo la persona in questione paurosa e incapsulandola. Se poi incontra un fascista che ricorre ai mezzi della fede e della mistica, quindi ai mezzi sessuali, libidinosi, allora rivolgerà tutti i suoi interessi dalla sua parte, non perché il programma fascista le faccia maggiore impressione di quello dei movimenti rivoluzionari, ma perché nella dedizione al Führer ed alla sua ideologia trova uno sfogo momentaneo alla sua continua tensione interiore, perché in questo modo riesce a dare inconsciamente un’altra forma al suo conflitto e a risolverlo.

Non c’è bisogno di essere psicologi comprendere perché la forma eroticamente eccitante del fascismo riesca a dare una specie di soddisfacimento, anche se travisato, a una donna piccolo-borghese sessualmente disperata che non ha mai pensato alla responsabilità sociale, o a una piccola commessa che non ha mai trovato la via alla coscienza sociale a causa di un’insufficienza intellettuale, determinata da conflitti sessuali. Bisogna conoscere la vita di questi cinque milioni di persone che prendono una decisione, “apolitiche”, socialmente represse, così come si svolge in realtà, per comprendere anche quale ruolo svolge la vita privata, cioè essenzialmente la vita sessuale, sotterraneamente alla grande vita sociale. Non la si può registrare statisticamente; e non siamo nemmeno ammiratori della pseudo-esattezza statistica che ignora la vita reale, mentre Hitler con la sua negazione della statistica e sfruttando le scorie della miseria sessuale ha conquistato il potere.

L’uomo socialmente irresponsabile è l’uomo assorbito dai conflitti sessuali. Volerlo rendere socialmente responsabile eliminando la sessualità, come si è fatto finora, non solo è un’impresa senza speranza, ma il mezzo più sicuro per consegnarlo alla reazione politica che sfrutta brillantemente le conseguenze della sua miseria sessuale.”

Qualche interrogativo sorge spontaneo.

C’è da chiedersi se certa televisione “privata e commerciale”, ricca di “silicone” ed “anabolizzanti” e povera di contenuti culturali non sia stata creata per destare l’interesse e orientare l’opinione degli “apolitici e socialmente irresponsabili” definiti da Reich e quale sia in questo senso il suo peso nella situazione politica e sociale che viviamo oggi. Del resto nel film di Moretti, mentre uno stuolo di “veline ben svestite” ballano in uno studio televisivo, “il caimano” dice: “Preferivate la televisione di Stato con due canali grigi, uguali, i programmi che finivano alle 11 di sera e con quelle ballerine tutte vestite?”. Ed il pubblico: “Noooooooo”. C’è da chiedersi perché, in questa televisione, quasi tutta la pubblicità è a sfondo sessuale. Forse il mezzo meccanico, elettronico, l’indumento firmato quando non addirittura uno yoghurt che ti fa fare “l’amore con il sapore”, promettono (ma ovviamente non mantengono) di risolvere i “conflitti sessuali” di molti telespettatori, con l’effetto solo di lenire le “tensioni interiori” creando in loro dipendenza. E così questi comprano prodotti, si “fanno” chili di yoghurt e votano “l’Unto del Signore” senza sapere perché e per chi, spesso agendo palesemente contro i propri oggettivi interessi economici e sociali.

Per la giornata della memoria, infine, ancora una citazione dal libro:

“Il fascismo, nella sua forma più pura, è la somma di tutte le reazioni irrazionali del carattere umano medio. Il sociologo ottuso, a cui manca il coraggio di riconoscere il ruolo predominante della irrazionalità nella storia dell’umanità, considera la teoria fascista della razza soltanto un interesse imperialistico, per dirla con parole più blande, un “pregiudizio”. Lo stesso dicasi per il politico irresponsabile e retorico. L’intensità e la vasta diffusione di questi “pregiudizi razziali” sono la prova che essi affondano le loro radici nella parte irrazionale del carattere umano. La teoria della razza non è una creazione del fascismo. Al contrario: il fascismo è una creazione dell’odio razziale e la sua espressione politicamente organizzata. Di conseguenza esiste un fascismo tedesco, italiano, spagnolo, anglosassone….L’ideologia razziale è una tipica espressione caratteriale biopatica dell’uomo orgasticamente impotente.”

Geppo Coppola

Le mie ultime parole – Lettere dalla Shoah

In Letture, Pensiero, Recensioni, Storia contemporanea on gennaio 28, 2009 at 10:55 am

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Una lettera è un’anima, un’eco fedele della voce che parla (Honoré de Balzac).

Quello che affidiamo a po­che righe o a migliaia di pa­ro­le su una pagina è sicuramente quanto di più intimo, delicato, profondo abbiamo . Le lettere diventano le mappe nella personale geografia dei sentimenti di ciascuno e come una fotografia semantica, fermano un tempo nella sua assolutezza.

Sen­ti­menti che rimangono lì, intoccabili, difesi dalla labilità dei ricordi, dalle rughe che segnano il viso, e che spesso rivivono nella loro bellezza o drammaticità quando quelle stesse frasi tornano a farsi sentire e a farsi leggere. Così come regalano emozioni forti quelle racchiuse nello straordinario volume Le mie ultime parole – Lettere dalla Shoah (Editori Laterza) a cura di Zwi Bacharach (l’edizione italiana è a cura di Fiorella Gabizon): testimonianze di quello che è avvenuto ma da una prospettiva particolare, quella privata, in cui le singole vicende, narrate dalla voce, accorata, appassionata dei protagonisti si intrecciano come spesso accade con i grandi avvenimenti della storia (in questo caso da cancellare perchè è quella legata allo sterminio di milioni di persone nei campi di concentramento nazista).

So­no pagine di amore verso la famiglia uno degli elementi che da sempre caratterizza l’eb­rais­mo: lo strazio degli abbracci mancati, a volte dell’impossibilità di non aver avuto modo di salutare i propri cari o di averli visti andar via lontano, la consapevolezza della fine imminente o il non sapere nulla del destino terribile che si stava compiendo. Proba­bil­mente nessuno degli au­to­ri di questi frammenti d’anima avrà avuto la consapevolezza che quello che veniva scritto alla madre, alla sorella, alla moglie, agli amici sarebbe diventato documento, de­nuncia, narrazione dell’orrore: quello che qui emerge è l’esperienza personale di ciascuno che permette di ritrovare però degli elementi comuni, primo fra tutti il tentativo di l’eliminazione graduale di ogni forma di umanità.

Scritte tra il ’38 e il ’42, le lettere, sono state spedite da chi abitava nelle grandi città europee prima dei rastrellamenti di massa, da chi invece era nei lager e da quelli che vivevano in clandestinità. An­che se (quando lo sterminio diventò sistematico), erano sottoposte a censura e spesso i messaggi erano cifrati, molte si sono salvate e sono custodite negli archivi dopo essere state donate dai familiari o dagli stessi deportati sopravvissuti: molte, tra quelle recuperate,  vennero gettate dagli ebrei che si trovavano sui treni diretti ai campi. Quasi miracolosamente qualcuno le ha raccolte e le ha inviate all’indirizzo indicato: un gesto che, per chi non ha più ri­vi­sto i suoi cari, sarà stato im­pa­gabile.

In quasi tutte le lettere (la maggior parte vengono dal­la Polonia) da un lato la spon­taneità delle sensazioni, i pensieri di ‘cura’ per gli scampati all’orrore e dall’altro un u­ni­co grande coro nell’essere ri­cor­dati dalle generazioni future. La stessa lettera diventa un yizkor, quella che viene definita preghiera commemorativa in cui il morto è chiamato per nome e per colui che la recita, l’identificazione con chi non c’è più, diventa intima e significativa. Così come spesso viene chiesto ai parenti di organizzare un yahrzeit, un giorno per il ricordo (i riferimenti sono alla data di deportazione o a quello che precede l’esecuzione), che inevitabilmente ci ricollega alla giornata della memoria istituita il 27 gennaio.

Sono lettere toccanti, lunghissime, brevi riflessioni sul senso dell’esistenza (escluse quelle, pochissime, che invece sono degli ebrei che non potendo più sopportare le atrocità subite decidono di togliersi la vita), pensieri che riescono ad andare oltre il filo spinato attraverso le  ali eterne della speranza e a guardare ad un futuro migliore.

A parlare, a raccontare, a scrivere, uomini e donne che non sono più tornati, a cui è stato sottratto tragicamente e preventivamente il nuovo di un tempo non ancora giunto. Quello che ci pia­ce pensare è che quelle parole, che possiamo ora rileggere per non dimenticare, ab­biano aiutato chi ha dovuto continuare a vivere con un vuo­to così grande per sempre accanto, ad andare avanti, ad innamorarsi ancora, a guardare verso il cielo ogni mattina, a stupirsi di ogni bimbo che nasce. Nonostante tutto.

Gilda Camero

Conversazione in Sicilia

In Classici della Letteratura, Letture, Pensiero, Recensioni on gennaio 28, 2009 at 9:03 am

vittorini

Quale differenza esiste tra i termini “sublime” e “soave”?

E’ un po’ di tempo, ormai, che Conversazione me la sento nel cuore e nella mente e per definirla ho spesso usato con i miei interlocutori il  termine sublime. Poi ieri, mentre la sfogliavo, mi ha colpito quanto spesso Vittorini per descrivere la Sicilia e i siciliani utilizzi il termine soave,  che vuol dire “attraente,  dolce,  che riesce grato e piacevole ai vari sensi, che infonde calma,  pace e tranquillità”. Sublime, invece, è voce dotta che indica “ciò che è illustre, nobile, eccelso, eccellente, insigne sugli altri”.

Forse se volessimo indicare la grandezza letteraria di quest’opera certamente sottovalutata dal grande pubblico, potremmo definirla sublime, se invece volessimo far comprendere le emozioni che trasmette leggendola, dovremmo senza dubbio definirla soave.

Soave ed emozionante è l’introduzione che ci fa accapponare la pelle, perché all’improvviso, già dalle prime righe ci travolge e ci sentiamo tutti come Silvestro: davanti alle atrocità del mondo, al genere umano offeso, chinare il capo, sentire di non avere interlocutori, di non riuscire a dire e fare nulla, provare “la quiete nella non speranza. Credere il genere umano perduto e non avere febbre di fare qualcosa in contrario, voglia di perdermi, ad esempio, con lui”. Andare avanti sotto la pioggia e sentire, con indifferenza, che l’acqua ti entra nelle scarpe rotte.

Il libro, quindi, comincia così, con la quiete nella non speranza. Ancora una volta.

Ma questo sentimento ormai non è più solo, perché comincia ad essere contrastato da astratti furori che il nostro protagonista prova per il genere umano offeso.

E così, all’improvviso, con una apparente iniziale indifferenza comincia un viaggio verso la Sicilia, fatto di fotogrammi in bianco e nero, intervallati da squarci dai colori dirompenti; e d’un tratto l’indifferenza svanisce, per lasciare il posto alla soavità delle cose reali che si confondono con i ricordi di bambino, in un viaggio nella quarta dimensione che consente a Silvestro di recuperare le sue emozioni autentiche, gli archetipi della sua memoria, la sua fede di bambino (l’aquilone che vede volare alto nel cielo), di quando il mondo era tutto una Mille e una notte.

Memorabili sono i personaggi che incontra durante il suo viaggio: il Gran Lombardo alla ricerca di altri e alti doveri, Coi Baffi e Senza Baffi, la Madre (Donna Concezione), personaggio centrale del libro, che non riesce a dare al figlio risposte strane alle sue domande strane. E poi il nonno, il padre, i malati invisibili incontrati nel giro delle iniezioni, simbolo del genere umano offeso e sofferente, l’Arrotino, l’Uomo Ezechiele, Porfirio, Colombo (ciascuno allegoria di una differente ideologia), gli operai piangenti, il soldato, la donna di bronzo.

Ciascuna di queste figure rappresenta una immagine, un simbolo che il lettore è invitato a cogliere, comprendere e sentire, perché Conversazione è un libro che dice tante cose, ma deve farlo usando il simbolismo delle immagini, per non incorrere nella censura del 1937, anno della sua pubblicazione.

E finalmente arriviamo alla conclusione di questo iperbolico viaggio, anche noi mischiati nella processione che segue e pone domande a Silvestro, il quale, ebbro, si esprime con parole suggellate, ma finalmente non è più solo: ha trovato i suoi interlocutori.

Finalmente la quiete nella non speranza ha lasciato il passo alla speranza nella non quiete.

Rosa Lonigro

La chiave a stella

In Letture, Pensiero, Recensioni on gennaio 8, 2009 at 1:37 am

levi

 

Questo Presidio è, tra le altre cose, un modo per i suoi autori di onorare la memoria di Primo Levi. L’amore per il percorso intellettuale tracciato dall’opera dello scrittore torinese è la scintilla che ha acceso il fuoco che alimenta questo spazio web. Gli scritti di Primo Levi sono preziosi: costituiscono, di per sè, un presidio dell’intelligenza, dell’umana volontà di comprendere il mondo e di descriverlo. Un baluardo imprescindibile nella cultura del secolo appena trascorso, un capitolo fondamentale per la formazione di chi scrive.

La chiave a stella” è il primo romanzo d’invenzione di Primo Levi, una ulteriore testimonianza del suo profondo amore per il lavoro. Lavoro che gli ha consentito di tornare a casa dai lager nazisti. Una delle più riuscite prove dell’uomo di ricreare l’inferno su questa terra.

Credo che gli unici uomini che possano parlare, non a sproposito, di libertà siano coloro i quali la libertà l’hanno perduta ingiustamente. Primo Levi è tra questi:

“Il termine “libertà” ha notoriamente molti sensi, ma forse il tipo di libertà più accessibile, più goduto soggettivamente, e più utile al consorzio umano, coincide con l’essere competenti nel proprio lavoro, e quindi nel provare piacere a svolgerlo.”

Più di una volta leggendo Primo Levi ho avuto la sensazione netta di arricchirmi, di ricevere preziosi “consigli”, come quelli che danno i genitori ai propri figli quando cercano di prevenire le ineludibili  difficoltà della vita che, presto o tardi, veleranno di grigio la serenità dei loro bambini.

Un’altra sensazione che si ha è quella di leggere lo scritto di un acuto osservatore della realtà, di un uomo che probabilmente non ha modificato il corso delle cose, ma sicuramente le ha descritte nel migliore dei modi possibili:

“Io credo che gli uomini siano fatti come i gatti. Se non sanno cosa fare, se non hanno topi da prendere, si graffiano tra di loro, scappano sui tetti, oppure si arrampicano sugli alberi e magari poi gnaulano perché non sono più buoni a scendere. Io credo che per vivere contenti bisogna per forza avere qualche cosa da fare, ma che non sia troppo facile; oppure qualche cosa da desiderare, ma non un desiderio così per aria, qualche cosa che uno abbia la speranza di arrivarci.”

Parole sante.

Giorgio Castriota

 

 

Thomas Mann, la contraddizione in persona

In Biografie, Classici della Letteratura, Pensiero on dicembre 11, 2008 at 12:20 am

Thomas Mann

Thomas Mann

Scavare dentro la propria anima è un processo faticoso e doloroso e, per questo, un numero limitato di scrittori ha rivissuto la propria vita e la propria crescita nelle loro opere. Uno di questi è il romanziere Thomas Mann, premio Nobel per la letteratura 1929, che ha fatto dell’indagine interiore, l’oggetto del suo capolavoro: “Tonio Kröger”.

L’esistenza di Thomas Mann, fu, sin dall’infanzia, un compendio di due nature opposte, quella paterna appartenente al mondo borghese, incentrato sui doveri morali, e quella materna, caratterizzata dalla sensibilità artistica, dall’amore per la musica e la fantasia. Questa sintesi generò una particolare sensibilità individuale che portò l’artista a soffrirne le più intime contraddizioni.

Rivelerà, lui stesso, i propri tormenti di adolescente alla fidanzata con queste parole:

Lei sa che io, che la mia persona umana non ha potuto svilupparsi come quella di altri giovani; sa che un talento può essere assorbente, può succhiare il nostro sangue come un vampiro; Lei sa che vita fredda, inaridita, puramente ostentativa e rappresentativa io abbia vissuto per anni; sa che per anni, e per anni importanti, come essere umano mi sono considerato uno zero e ho voluto diventar qualcuno solo come artista…(lettera a Katja, principio di giugno 1904)

La vicenda culturale di Mann si basa su questo dualismo antitetico e contrastante, ai limiti del paradossale: da un lato, la nostalgia e l’amore per la semplice vita borghese, dall’altro il fascino e l’attrazione, parliamo di una vera vocazione, per l’arte, che danno origine ad una complessa vita spirituale.

E’ importante sottolineare che quando lo scrittore tedesco affrontò le prime esperienze intellettuali, la scena culturale tedesca di fine Ottocento era dominata dalla presenza di grandi personalità filosofiche ed artistiche come Schopenhauer, Nietzsche e Wagner, che egli stesso definirà la sua “Triplice costellazione”.

Del loro pensiero, Mann condivise il rifiuto di una visione positiva della vita tipica, invece, dalla classe borghese, capitalistica, tutta dedita al progresso ed al fattore economico, estranea perciò ai valori dell’arte.

Il pensiero artistico del giovane Mann si orientò e si formò, di conseguenza, in un’atmosfera cupa, materiale, concreta ma tristemente reale, in cui egli stesso si ritrovò precocemente incline a vivere i dissidi interiori di un’anima divisa tra la vocazione artistica e le norme sociali dell’ambiente borghese, sentimento che ritroveremo poi nel suo Tonio, protagonista del romanzo breve “Tonio Kröger”.

In “Tonio Kröger” viene rappresentato quindi il disagio interiore vissuto dall’adolescente Tonio, dietro cui si cela lo scrittore, nonché il trauma dell’artista, emarginato dal mondo e sconvolto dalla contraddizione tra esistenza artistica e vita borghese e dal rapporto problematico con la vita. Nei primi due capitoli dell’opera, è rilevante, infatti, l’analisi del disagio adolescenziale derivante dalla costante indagine interiore, nel quale lo scrittore ravvisa le possibili basi del formarsi di una coscienza artistica.

Cresciuto in un ambiente borghese, Tonio è un ragazzo quattordicenne caratterizzato da un’estrema sensibilità e dall’iniziale temperamento artistico che lo porteranno a sentire forte la contraddizione tra il modo di concepire la vita tutto teso agli affari e la forte tendenza verso il mondo dell’arte; Tonio, nonostante la giovane età, manifesta interessi culturali e letterari che non solo lo distinguono dai coetanei ma, lo rendono “inadatto” alla vita felice e spensierata dei suoi compagni. Memorabile è la scena in cui il ragazzo, durante le lezioni di ballo, si rimprovera di non essere rimasto nella sua stanza a leggere Immensee di Storm. Quello sarebbe stato il suo posto. Solo crescendo, il ragazzo capirà che la sofferenza è parte integrante degli animi sensibili che tendono all’arte.

Non a caso, il romanzo breve è considerato una delle più raffinate indagini psicologiche esistenti nella letteratura europea del XX secolo, un’analisi introspettiva ed intimistica, che si può definire “autoformazione o “autoeducazione”.

Lo stesso autore asserisce in “Goethe scrittore in Nobiltà dello Spirito”, che la vocazione educativa dello scrittore si delinea come una problematicità che vuol confessarsi, come qualche cosa di non comune, e che tuttavia è destinato a diventare, dal punto di vista umano, universale.

In Mann, alias Kröger, il processo educativo avviene per mezzo delle esperienze vissute che riguardano la lotta contro se stesso e contro il mondo esteriore; “Un’educazione che voglia essere puramente obiettiva,” dice Mann, “che non parta dal presupposto della propria formazione, non è che vuota pedanteria”. L’opera ha dunque origine dalle antinomie da cui l’autore deriva e attraverso cui egli si forma, nel tentativo di trovare il loro punto d’incontro in Tonio Kröger, l’artista che ritrae con amorevolezza e nostalgia il mondo borghese, facendo di esso, così lontano e diverso da lui, l’oggetto della sua arte.

Fu un modo per Mann di giungere ad una conclusione, di porre fine ad un’eterna contraddizione e di trovarvi una giustificazione reale che seppur ben esplicata, non trovò forse mai dimora nella sua anima. Perché, in fondo, lui stesso era contraddizione.

Claudia Ruggiero

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Il Presidio Primo Levi cresce ogni giorno di più, oggi lo fa grazie a Claudia Ruggiero che ci ha voluto regalare questo suo scritto su Thomas Mann. A Claudia, che è una delle prime sostenitrici del Presidio, esprimiamo tutta la nostra riconoscenza.

Gli indifferenti

In Classici della Letteratura, Letture, Pensiero, Recensioni on novembre 22, 2008 at 1:57 pm

Gli indifferenti di Moravia

Avere 80 anni e non dimostrarli affatto.

Per essere compresa ed apprezzata, quest’opera deve essere contestualizzata nel periodo storico in cui è ambientata ed è stata concepita dal suo autore, Alberto Moravia: l’Italia degli anni Venti. Un paese dominato dall’ascesa al potere di Mussolini, culminata con l’imposizione di una dittatura che poi nel corso del tempo è stata subìta sempre più passivamente, fino a concederle un consenso quasi plebiscitario. Sono gli anni di una società borghese che cerca di dimenticare il periodo difficile della guerra e che per questo insegue il benessere e soprattutto la sua ostentazione ad ogni costo, persino quando questo benessere di fatto non esiste. L’apparenza diventa il motore che spinge gli animi, schiacciando in un angolino l’essenza delle cose.

Questa è anche la realtà sociale in cui si muovono e con la quale si confrontano i due giovani protagonisti di questa storia: Michele e Carla. Essi si sentono contagiati dalla corruzione dei costumi sociali e, seppure in modi differenti, cercano di opporvi resistenza, non riuscendo però a vedere altro intornò a sé se non il baratro, il vuoto. Ciò che maggiormente li tormenta è però la presa di coscienza di provare una assoluta indifferenza per qualcosa o qualcuno che invece dovrebbero odiare, o amare. Tutto ciò che li circonda più da vicino provoca loro un senso di disagio, una indifferenza fastidiosa che non riescono a trasformare in odio, proprio perché persino questo sentimento sembra inutile a migliorare le cose: di qui l’assoluta mancanza di aspettative, che porta in una condizione di “quiete nella non speranza”.

Il lettore li segue in questo loro percorso, in una narrazione che, se da principio può lasciarlo “indifferente e quasi infastidito” da tali personaggi, diventa via via sempre più appassionante, perché estremamente attuale. Il richiamo ai giorni nostri è pressocché immediato. Quanto spesso la gente si ritrova a ripetere con la stessa indifferenza azioni assurde, apparentemente prive di senso, talvolta dannose per sé e gli altri, solo per noia e con la speranza che possa trarne qualche beneficio?

E all’improvviso ci ritroviamo così terribilmente vicini a Michele e Carla, noi che viviamo in questo periodo storico per molti aspetti somigliante al loro, pur sempre con la speranza di riuscire a trovare dentro di noi la forza e la volontà d’animo per by-passare questo stato di “quiete nella non speranza” e provare direttamente la “speranza nella non quiete”, quello stato di irrequietezza propria di quando ti accorgi che la vita che aspetti da una vita è lì davanti a te e ti basta fare un gesto per farla tua.

Buona lettura

Rosa Lonigro

No, amore mio, io non vi ho mai amata

In Pensiero, Recensioni, Teatro on novembre 8, 2008 at 9:53 pm

Michele Santeramo e Giorgio Vendola

Michele Santeramo e Giorgio Vendola

So per certo che esistono momenti così buii della vita politica di una nazione in cui alla fine di uno spettacolo teatrale siano gli spettatori a dover fare un inchino agli attori. Un inchino di felicità e riconoscenza. Se non altro per la speranza che il teatro, come esercizio dello spirito, continua ad alimentare. “The Hope” come direbbe il primo presidente nero degli Stati Uniti d’America.

Così una sera ti ritrovi in una piccola chiesetta romanica, la Vallisa di Bari, con gli amici di sempre, per uno spettacolo teatrale. Il “Cirano” mi dicono, di Michele Santeramo (attore e drammaturgo) e musiche di Giorgio Vendola (musicista, contrabbasso e basso acustico).

Come poter mancare un Cirano, chi Cirano lo è stato almeno una volta nella vita.

Cirano è un uomo come tanti. E’ anche un sensibile poeta, abile oratore, superbo spadaccino. Ma ha un naso sproporzionato e lineamenti in volto che lo rendono brutto a vedersi come le tempeste nell’Atlantico. Suo malgrado, Cirano è innamorato di una donna. Rossana è il suo nome, e ha occhi solo per Cristiano. Giovane, bellissimo cadetto, sgradevolmente ineloquente. Sciagurato, Cirano. Follemente diventa suggeritore di Cristiano, riversando nelle lettere d’amore e nelle dichiarazioni sotto il balcone, tutto l’amore stipato dietro il suo volto deturpato da quel naso. Cirano stacca le stelle come punes dal cielo e arrotola nelle sue parole tutta la volta celeste. Ma un giorno, partono per la guerra. Lui e Cristiano. Il destino crudele strappa al giovane amante di Rossana la sua breve vita. Rossana non ce la fa. Si chiude in un convento per il resto dei suoi giorni. Dopo molti anni, al tramonto delle loro vite, Cirano e Rossana tornano a parlarsi. Rossana lo riconosce, e capisce tutto. Oramai però è troppo tardi.

Michele Santeramo, la voce, parla con un contrabbasso ed un basso acustico, sublimi nelle mani di Giorgio Vendola. Cirano chiede, soffre, pensa ed il contrabbasso risponde, sembra che parli. Un monologo, un dialogo? Mi hanno detto che non c’è un nome quando un uomo ed uno strumento si parlano. E allora che sia un “biloquio”. Questa riscrittura teatrale tra le più originali di cui abbia mai potuto godere.

Parole e musica, di una triste storia d’amore, che allontanano per una breve finestra di tempo tutta la vergogna di chi dimentica e di chi non vede questo medioevo, tutto italiano, della civiltà.

Se non mi sono inchinato ieri, lo faccio ora, ricordando un contrabbasso ed una voce di un autunno di qualche tempo fa.

Clicca su PLAY per ascoltare

Roberto Anglani

Bari, 8 novembre 2008