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Archive for the ‘Politica’ Category

Il terrorismo italiano 1970/1978

In Pensiero, Politica, Storia contemporanea on aprile 1, 2013 at 4:16 pm

BOCCA

Comprendere la realtà è un processo lungo e articolato, talvolta insidioso. Spesso, approcciandosi per la prima volta ad un tema, si è spinti ad una semplificazione tendente a distinguere i buoni dai cattivi, ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, il facile dal difficile. Superata questa fase, se nel frattempo non si è cambiato argomento, appaiono all’orizzonte, sicure del proprio passo quasi fossero soldati di ventura, quattro direzioni d’indagine ben sintetizzate dalla formula “come, dove, quando, perchè”.

Applicare questa procedura di apprendimento all’argomento “terrorismo italiano” implica, come minimo, il dover fare i conti con una gastrite da stress. Provare per credere. Come se ne viene fuori? In due modi: lasciando perdere oppure scegliendo di leggere buoni libri scritti da chi, con competenza, ha ritenuto utile mettere per iscritto, con onestà, il proprio pensiero. A questa categoria ritengo si possa annoverare “Il terrorismo italiano” di Giorgio Bocca.

Il testo, pubblicato per la prima volta nel gennaio del 1979, quindi pochi mesi dopo l’assassinio di Aldo Moro, chiama le cose con il proprio nome, fugge da facili dietrologie ed esprime le opinioni dell’autore in maniera nitida e senza possibili fraintendimenti. E su questo forse è il caso di spendere qualche parola: un concetto che viene espresso con chiarezza è da considerarsi, in ogni caso, una benedizione che dallo scarno insieme delle cose buone cala sul capo di chi ne beneficia. Soprattutto se non lo si condivide; perchè da questo si possono prendere le distanze e, conseguentemente, dare forza alle proprie idee, ai propri convincimenti. Viceversa ci si può ritrovare a godere del conforto che regala il sentirsi meno soli.

Un esempio illustrerà meglio questo mio pensiero. A proposito degli slogan pronunciati dalle BR al maxiprocesso di Torino (“disarticoliamo lo stato delle multinazionali, proletari di tutto il mondo uniamoci”), l’autore scrive:

Il processo serve a capire che nella vicenda terroristica c’è un enorme equivoco di partenza: che questo della società tardo industriale, sia uno stato articolato, diciamo un congegno di precisione che si può far saltare; e non l’immane, complessa, pachidermica sovrapposizione di interessi, di ceti, di redditi, di privilegi grandi e piccoli, di favori, di difese, di solidarietà corporative e di gruppo che procede, magari verso la catastrofe, ma inarrestabile. Vergogna per la crudeltà inutile da una parte e per i brigatisti ridotti a fiere in gabbia; per i divieti assurdi per le visite dei parenti, alla corrispondenza, senza capire che se si rifiuta il modo di reprimere tedesco lo si deve rifiutare in toto. Vergogna per le ingiustizie sociali, le impudicizie e i delitti sociali che ci sono e restano, comunque vada la vicenda delle brigate rosse: vergogna per la pigrizia, per la noia mortale, per le stesse facce dei nostri governanti, sempre le stesse da trenta anni, che sono forse l’unica vera giustificazione di una reazione terroristica.”

Parole che non assolvono alcuno e che hanno il coraggio della denuncia: ciascuno ha le proprie responsabilità di fronte alla storia, e queste responsabilità Giorgio Bocca elenca senza sconti per nessuna delle parti coinvolte.

Infine, a margine, un’ultima riflessione sull’attualità del testo citato. Addolora infatti constatare che, a distanza di oltre trent’anni, la descrizione dello stato italiano continui ad essere vergognosamente calzante.

Giorgio Castriota

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L’affaire Moro

In Letture, Pensiero, Politica, Storia, Storia contemporanea on giugno 12, 2011 at 9:34 am

Sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro sono stati scritti molti libri, fiumi di inchiostro versati per descrivere quello che, nel tortuoso cammino della Repubblica Italiana, rappresenta un doloroso punto di non ritorno. Tra i tanti, l’Affaire Moro di Leonardo Sciascia ha il merito di analizzare, sezionare e soppesare le parole scritte dal politico democristiano nei cinquantacinque giorni di prigionia mettendo in evidenza la malafede di chi, nel contempo, si è reso – di fatto – complice dei suoi carnefici.

Sciascia, tra le altre cose, mostra quanto misera di fondamento storico e morale fosse la cosiddetta “Linea della fermezza”: la ridicola presa di posizione assunta in quei terribili giorni dallo Stato Italiano (lo stesso per cui, da sempre, per ogni legge è pronto l’inganno, per ogni rigida procedura è pronta l’eccezione, per ogni adempimento da compiere l’amico dell’amico è pronto a sollevare dall’incombente incombenza) in virtù della quale con le Brigate Rosse non ci sarebbe stata alcuna trattativa.

“Giulio Andreotti dai microfoni del Tg2 ribadisce il «no» del governo a ogni trattativa. «Abbiamo giurato di rispettare e di far rispettare le leggi. Questo è un limite che nessuno di noi ha il diritto di valicare».” [1]

La verità è un bene prezioso: è merce rara. Anche la vergogna lo è, e se alcuni ne avessero appena un po’, tanta parte del dolore che consuma questo mondo cesserebbe di lacerare vite inutilmente.

“Ora, improvvisamente, quando si profilava qualche esile speranza, giunge  incomprensibilmente l’ordine di esecuzione. Noretta dolcissima, sono nelle mani di Dio e tue. Prega per me, ricordami soavemente. Carezza i piccoli dolcissimi, tutti. Che Iddio vi aiuti tutti. Un bacio di amore a tutti. Aldo.” [2]

Aldo Moro doveva morire. E morirà.

Giorgio Castriota

 

[1] Corriere della Sera del 29/4/1978;
[2] Lettera di Aldo Moro recapitata alla moglie Eleonora il 5/5/1978.

25 aprile è Liberazione dal Nazifascismo

In Pensiero, Politica, Racconti, Radio Primo Levi, Storia contemporanea on aprile 25, 2011 at 9:42 am

Nonostante la opulenta dimenticanza, nonostante i periodi ipotetici, le precisazioni, le allusioni e i tentativi di parificazione; nonostante i festeggiamenti della Pasqua che troppo spesso hanno il sapore del sale e del buio, le ipocrisie, le indignazioni starnazzate su Facebook e le solidarietà immaginarie, Radio Primo Levi ricorda la Liberazione d’Italia dall’Occupazione Nazifascista.

Nel farlo, non mistificheremo la memoria della Liberazione con offensivi sillogismi sui crimini dei partigiani, né riempiremo queste righe di pomposa retorica commemorativa. La Liberazione è stata compiuta da donne, uomini, statisti e sbandati alla ricerca di pane e vana gloria. Il fatto che alcuni non abbiano pagato per le violenze commesse, in azioni che nulla avevano a che fare con la Resistenza, non potrà mai essere un buon motivo per sporcare il ricordo di coloro che hanno lottato per liberare un Paese Occupato dalla ferocia militare dei nazisti.

Il pressapochismo con cui si cerca di parificare la lotta di Resistenza all’abominio dei nazifascisti, come due guerre di giovani spinti da “forti ideali seppur differenti” è una pratica che rigettiamo. Tra il luglio del 1943 l’aprile del 1945 l’Italia è stata palcoscenico di una guerra fratricida della cui complessità non si può non tener conto, chi semplifica sbaglia, chi lo fa per interesse è in malafede.

Nella vita si sceglie sempre.

RPL sceglie l’antifascismo.

E sceglie l’allontanamento dalla “zona grigia” e dalla vacanza morale dell’arbitrio e della violenza.

Buon 25 aprile 2011

Consigli di lettura:

  • Enzo Biagi, I quattordici mesi, Ed. Rizzoli.

I quattordici mesi

In Letture, Pensiero, Politica, Recensioni on aprile 24, 2010 at 10:55 pm

Diventa sempre più difficile parlare di Resistenza partigiana, e questo avviene per un preoccupante e noioso motivo che si amplifica di anno in anno. Per la classe politica repubblicana, la Resistenza è stato solo uno dei tanti terreni di scontro banalizzati dalla retorica celebrativa contrapposta all’oltraggioso revisionismo che molto spesso sembra esercitato per puro dispetto.

Come sempre fioccano a pochi giorni dal 25 le notizie dei soliti sindaci a caccia di trafiletti che rivendicano all’improvviso un diritto che sembra spettare solamente a loro: la manomissione del ricordo. Lo stesso dicasi per i gloriosi politici che nel tentativo di ristabilire la giusta verità sulle epurazioni partigiane del dopoguerra confondo il giorno della Liberazione dal Nazifascismo come una offesa ai “morti di Salò”.

Il 25 aprile è la celebrazione di un percorso storico estremamente complesso che ha ridato all’Italia la libertà da una occupazione militare e da una dittatura devastante durata più di vent’anni. Come tutti i fenomeni che hanno coinvolto larghissimi movimenti popolari merita uno studio approfondito e non una imbarazzante tifoseria: partigiani contro repubblichini.

Radio Primo Levi nel celebrare questa festa fondamentale che coinvolge tutta l’Italia consiglia la lettura di uno dei libri più belli di Enzo Biagi: “I quattordici mesi”. In realtà è una raccolta postuma ad opera delle figlie Bice e Carla, curata da Loris Mazzetti, che contiene le memorie dei “quattordici mesi” a suo dire più belli di tutta la sua vita. Il tempo dei vent’anni che Biagi trascorse da “cronista” partigiano nella brigata Giustizia e Libertà. Il suo compito fu quello di raccontare alla popolazione locale la vita e le imprese dei “ribelli” e per questo si inventò “Patrioti”: giornale clandestino, uscito in soli tre numeri, di cui fu editore grafico e redattore unico.

Questo di Enzo Biagi è un racconto sobrio e asciutto delle vite e dei nomi che lo hanno accompagnato sui monti anche dopo la liberazione. Il partigiano Checco, il “galantuomo” Ferruccio Parri, il suo incontro con i criminali Reder, Kappler e Kesselring, e il suo personale ricordo della “resa dei conti” dopo Piazzale Loreto. E’ la memoria personale senza retorica e senza livore di un partigiano che ha contribuito alla Resistenza con una penna e un taccuino.

Enzo Biagi una volta disse: “Fra poco sarà il 25 aprile. Una data che è parte essenziale della nostra storia: è anche per questo che oggi possiamo sentirci liberi. Una certa Resistenza non è mai finita.” (da La mia Italia che non si arrende, Corriere della sera, 22 aprile 2007)

Roberto Anglani

Milk

In Biografie, Cinema, Pensiero, Politica, Recensioni on febbraio 5, 2009 at 12:10 pm

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Milk ( Usa, 2008 )

  • Regia: Gus Van Sant
  • Interpreti: Sean Penn, Emile Hirsch, Josh Brolin, Diego Luna, James Franco
  • Genere: biografico
  • Durata: 128′

In tempi in cui gli uomini di potere, in Italia, si dividono tra chi è dalla parte delle leggi di Dio e chi, invece, dalla parte di quelle dell’uomo, un film come questo è il giusto modo per comprendere che può esistere un’altra possibilità: la persona, prima di tutto. Anche prima delle leggi.

Milk è il film ideale per riflettere, in questi giorni in cui facciamo memoria su quello ch’è stato e su quello ch’è ancora oggi, fomentato dalla terribile idea della persecuzione della diversità.

“Da qualche parte, a Des Moines o a San Antonio, c’é un ragazzo gay che ha improvvisamente realizzato di essere gay. Sa che se i suoi parenti lo scoprono lo cacciano di casa, i suoi compagni di classe lo scherniscono e gli Anita Bryant e i John Briggs (ndr politici omofobi dell’epoca) fanno la loro parte in tv. Per il ragazzo si prospettano diverse soluzioni: nascondersi nello sgabuzzino e suicidarsi. Trasferirsi in California o restare a San Antonio e combattere”. Questa è la premessa che accompagna il destino di un uomo che oggi potrebbe avere il nome di altri uomini in carne ed ossa: da Nichi Vendola ad Obama, da Oscar Pistorius a Mandela. Uomini che hanno fatto della loro diversità la bandiera per superare, con la verità, le leggi terrene e celesti.

Quasi suddiviso in due parti, il film è l’unione di un interessante documentario storico, con molte scene tratte da filmati del tempo, insieme al racconto che lascia spazio solo all’emozioni. Un movimento di “diversi” che lotta e cresce, utilizzando solo l’arma della propria dignità e dei propri diritti: gay, poveri, marginali, uomini e donne.

Il regista, Gus Van Sant, che ci aveva lasciato con il bel Paranoid Park, riesce con abilità ad armonizzare documentario e fiction. A raccontare la vita di Harvey Milk, nato a Woodmere (Long Island, New York) e laureatosi all’Albany State College. Nel ’52 si arruola in marina, ma presto é congedato. Fu lo stesso Milk a rivelare che in quella occasione era stato vittima di una discriminazione, dato che le forze armate americane non tolleravano la presenza di omosessuali al loro interno. Trasferitosi, nel ’72, a San Francisco, la città più accogliente per i gay, si stabilì con il compagno Scott Smith e, nel quartiere di Castro, aprì un negozio di fotografia, il Casto Camera. Emerse ben presto come leader della comunità gay, fondando la “Castro Valley Association” dei commercianti locali, e fungendo da rappresentanti per gli interessi del quartiere, nelle relazioni con il governo cittadino. Il clima, a livello nazionale, non era certo favorevole agli omosessuali (non diversamente da quello di oggi, specie nel nostro paese cattolico), ma Milk osò candidarsi tre volte. Fu sempre un insuccesso. Ma il suo impegno pubblico lo portò ad essere il portavoce della comunità gay di San Francisco, venendo per questo soprannominato “Sindaco di Castro Street”. Nel ’77 fu eletto consigliere comunale, risultando così il primo rappresentante eletto di una delle maggiori città degli Stati Uniti ad essere apertamente gay. In undici mesi si batté in difesa di una legge per i diritti dei gay. Fu anche decisivo nel rigetto della “Proposition 6”, supportata dal senatore dello stato Briggs, che avrebbe permesso agli insegnanti dichiaratamente gay di essere licenziati in base alla loro identità sessuale. Milk dibatté pubblicamente con Briggs sull’argomento, rivelandosi in questo modo, per acutezza e per intelligenza all’intera nazione. Nel novembre 1978 la “Proposition 6” fu fermamente respinta dai californiani. La sua vittoria non è stata solo una vittoria per i diritti dei gay, ma ha aperto la strada a coalizioni trasversali nello schieramento politico. L’incarnazione e un modello per chi, ancora oggi, combatte per i diritti civili.

Non è difficile comprendere perché questo film ha già ottenuti importanti riconoscimenti (il New York Film Critics Circle gli ha assegnato il premio come miglior film dell’anno. Sean Penn e Josh Brolin hanno vinto, rispettivamente, il premio come migliore attore protagonista, oltre al fatto ch’è anche candidato ai Golden Globe, e quello come migliore attore non protagonista). Immenso Penn. Credibile, perché autenticamente sofferente e passionale, nello stesso tempo morente, al modo di alcuni fra i migliori personaggi utilizzati dal nostrano Puccini nelle sue opere, in modo particolare, in Tosca.

Un film impedibile per chi intende la memoria non come un qualcosa di legato al passato, ma piuttosto ancorato ad un presente che si vorrebbe cambiare.

Giancarlo Visitilli

Valzer con Bashir

In Cinema, Politica, Recensioni, Storia contemporanea on gennaio 25, 2009 at 9:59 am

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Valzer con Bashir – Israele, 2008

  • Regia: Ari Folman
  • Animazione: Yoni Goodman
  • Genere: drammatico
  • Durata: 87′

I lupi inferociti che corrono, pronti per colpire. Annusano: non è quello che cercavano. Si arrestano dinanzi ad una finestra. Tutto rimanda ai ‘lupi’ di questi giorni, in guerra a Gaza, neanche poi per metafora. Il regista israeliano Ari Folman, con un linguaggio poetico affatto ermetista, ma denso di sangue e lacrime, racconta la vera esperienza di uomini che nel Libano hanno sognato la possibilità di una svolta. Per la maggior parte dei quali segnata per sempre dal suggello della morte. Per altri un tormento che ancora dura nei lancinanti ricordi. Valzer con Bashir è un film sull’atrocità della memoria dei morti e dei vivi. Sulla memoria collettiva.

Sono precisamente 26 le bestie dell’incredibile sequenza iniziale, le stesse uccise venticinque anni prima in Libano, e che tormentano le notti di un vecchio commilitone. La memoria del pianto e del dolore dei profughi palestinesi scampati al massacro di Sabra e Chatila, nel non lontano 1982, ad opera dei cristiani falangisti, sono la materia densissima affidata al ricordo reale, vissuto in prima persona dallo stesso regista, oltre che all’animazione di Yoni Goodman e al suono minimalista di Max Richter (premiato con l’EFA).

L’impatto visivo è decisamente impressionante, quanto le immagini reali di questi giorni diffuse dai media. La stessa idea del titolo, che per tutta la prima parte del film, non si riesce a collocare da nessuna parte, poi è assolutamente una grande sorpresa, oltre che una genialata da parte di chi ha scelto il titolo anche in italiano (una volta tanto!), perché il valzer rimanda all’esperienza realmente vissuta dal regista, allora diciannovenne, costretto a sparare ‘danzando’ in mezzo al fuoco incrociato e al cospetto di giganteschi manifesti con l’immagine dell’appena ucciso presidente cristiano, Bashir Gemayel. In tutto il film, dall’inizio alla fine, si respira molta disperazione.

L’anno scorso toccò a Persepolis di Marjane Satrapi ad entusiasmare il pubblico della Croisette, allo stesso modo di come quest’anno è toccato a quest’altro film di animazione, ma che inspiegabilmente non è riuscito a portarsi a casa nessun premio. Eppure bellezza ed originalità da vendere ce le ha tutte: dalla scelta del tratto grafico, lontanissimo rispetto a tutte le tecniche più in voga, questa unisce le tavole disegnate ed effetti digitali, mettendo in bella mostra lo spessore e la nettezza dei tratti, i chiaroscuri e i colori dal forte impatto emotivo, che si arricchiscono perché accompagnati dal commento musicale pop e post-punk di inizio anni Ottanta. Tutto amalgamato dalla poeticità propria della cultura del nostro tempo, ancora fortemente nichilista e ossessivamente legata all’onirico e a tutto ciò che avrebbe l’esigenza di essere focalizzato e analizzato da analisti che vadano oltre la psicanalisi di freudiana memoria. Non si tratta neanche di interpretazione di sogni, o semmai, nel film Folman ne rimanda continuamente uno, fortemente politico, inteso alla maniera di chi interpreta i sogni, senza distinzione di razza, cultura e religione, per il raggiungimento di quel grande sogno che ancora si distingue per la sua utopisticità: la pace. Senza ma e senza però, ma solo a ritmo di danza. Meglio s’è un valzer a due, senza l’arma come compagna ballerina.

Giancarlo Visitilli

Darwin

In Musica, Politica, Recensioni, Teatro on dicembre 10, 2008 at 11:00 pm

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Tra i tanti meriti che andrebbero unanimamente riconosciuti a Charles Darwin c’è anche quello di aver dato al Banco Del Mutuo Soccorso l’ispirazione per questo meraviglioso concept-album, concetto sempre più lontano dal comprensibile visto che oggi tutto serve subito, meglio se prima di subito, per poi essere gettato via e quindi, inesorabilmente, dimenticato.

Darwin è un capolavoro della musica rock progressiva, italiana e non solo. Il prog-rock è musica per menti progressive, per menti che, anche a costo di sbagliare, “provano a pensare un po’ diverso”.

Correva l’anno di grazia 1972. Il Banco aveva già deliziato pubblico e critica con un esordio favoloso contenuto in una confezione a forma di salvadanaio. Meraviglia tra le tante meraviglie del prog. Meravigliosi anni settanta.

Difficile parlare di questo o di quel brano, tuttavia non si può non fare una menzione particolare per “750.000 anni fa…l’amore?”, una delle più belle canzoni d’amore che io abbia mai ascoltato. Poesia allo stato puro. Racconto di un amore impossibile: quello tra uno scimmione preistorico e una creatura meravigliosa “corpo steso dai larghi fianchi…possederti, sì possederti. Anche per una volta sola”. Amore impossibile, eppure che amore: “Se fossi mia davvero di gocce d’acqua vestirei il tuo seno, poi sotto ai piedi tuoi veli di vento e foglie stenderei…ti porterei in verdi campi e danzerei sotto la luna con te”. Basta ascoltarla ad occhi chiusi per rivivere le emozioni del primo amore adolescenziale non corrisposto. E qui chi è senza peccato scagli pure la prima pietra.

Eccoli gli enormi dinosauri, intenti a ballare al ritmo morbido de “La danza dei grandi rettili”, a passo felpato, ora seri ora sorridenti, da soli o in coppia, eleganti, disinibiti, sinuosi. Prima del congedo definitivo da questo pianeta.

Darwin va ascoltato dall’inizio alla fine, senza soluzione di continuità, isolandosi dal mondo e dichiarando il tempo “fuori giurisdizione”. Ed io ora domando tempo al tempo ed egli mi risponde…non ne ho!

La musica scorre via, accarezza, scuote, affascina e, su tutto, l’insegnamento di un uomo che ci guarda da polverosi ritratti con la sua barba candida, con i folti sopraccigli un po’ tristi, al quale devono molto gli uomini e le donne che non si accontentano di consolarsi con miti di dèi e giganti… “lo sforzo di capire l’universo è una delle pochissime cose che innalzano la vita umana al di sopra del livello di una farsa, conferendole un po’ della dignità della tragedia”.

Giorgio Castriota

La banda Baader Meinhof

In Cinema, Politica, Recensioni, Storia contemporanea on novembre 19, 2008 at 1:33 am

La Banda Baader Meinhof

La banda Baader Meinhof (Germania, 2008)

  • Regia– Uli Edel
  • Interpreti– Martina Gedeck, Moritz Bleibtreu, Johanna Wokalek, Bruno Ganz
  • Genere– storico, drammatico
  • Durata– 155′.

Noi abbiamo imparato che continuare a parlare, senza agire, è un errore”. Questo è stato il principio ispiratore di tanti movimenti, pacifisti, armati, di Destra, Sinistra, Centro, ecc. La storia, però, c’insegna che qualsiasi azione, senza una direzione, un pensiero, è fine a sé stessa. Può essere, talvolta, anche negativa, specie quando ci scappa il morto. E di esempi così, la storia del mondo è piena.

In Germania, negli anni Settanta, tre giovani, Ulrike Meinhof, Andreas Baader e Gudrun Ensslin fondano una cellula terroristica denominata: Banda Baader-Meinhoff. I giovani si scagliano contro le istituzioni tedesche, accusate di essere complici dell’imperialismo americano. La banda si trasforma velocemente in un movimento politico/terroristico noto con la sigla RAF, sorella delle BR italiane. Dopo numerose azioni violente, i capi della RAF saranno catturati dalla polizia tedesca e rinchiusi nel carcere di massima sicurezza di Stammheim, dove trovano la loro morte in un suicidio collettivo, le cui reali modalità non sono mai state chiarite.

La banda Baader Meinhof, tratto dal libro di Stefan Aust, fondamentale saggio scritto nel 1985, non è un film capolavoro, ma importantissimo. Non solo per la sostanza del suo contenuto, tratto da vicende storicamente documentate, ma anche per gli aspetti registici, comunque pregevoli. A partire dal cast, tutto di massimo livello e in stato di grazia (chi perché proviene da un lavoro duro come Quattro minuti, chi perché già attore del bellissimo Le vite degli altri, chi, come Bruno Ganz, perché non ne sbaglia uno), per le scenografie con le quali sono stati ricostruiti gli ambienti degli anni di piombo tedeschi, l’eccellente fotografia con la quale tali ambienti sono stati resi, ma soprattutto per la particolarità di come sono state ricostruite le vicende, non seguendo una linea perfettamente cronologica e consequenziale. Per cui, quello a cui assiste lo spettatore è una sorta di mostra che concatena quadri drammaturgici, intervallati da altrettanti quadri, che hanno la funzione di incorniciare l’opera, perché si tratta di materiali di repertorio. E’ evidente come Uli Edel e lo stesso co-sceneggiatore, Aust, abbiano lavorato per sottrazione: ci sono meno dialoghi e tante vere e proprie scene d’azione, la cui tensione ha una resa incredibile grazie ad una regia asciutta, priva di qualsiasi rigore estetizzante. Anche se il film esteticamente eccelle.

Sorprende lo stesso lavoro degli sceneggiatori e della loro capacità di non elevare affatto i rivoluzionari tedeschi come degli eroi o delle vittime dello Stato imperialista. Piuttosto sono la meglio gioventù tedesca, raffigurati come degli idealisti il cui scopo era quello di riuscire a creare una società più umana, senza accorgesi che sbagliavano nell’uso degli strumenti, disumani e violenti. Convinti che bastava capire solo alcune differenze: “una pietra lanciata contro una vetrina è un atto criminale, mille pietre sono un’azione politica”. Molte, curiosamente le affinità che si possono ravvisare con il gruppo terroristico italiano, a partire dalla descrizione delle azioni dei rapimenti, che tanto ricordano quello di Aldo Moro.

Negli ultimi anni il cinema tedesco si è spesso trovato a ragionare sul passato e sulle ferite ancora aperte del secolo scorso. Tutto è avvenuto mediante pellicole di ampia visibilità, di grandi produzioni, in cui il gusto narrativo accompagna l’esposizione storica. Basti pensare a film come La caduta e il recente Le vite degli altri, fino a Goodbye, Lenin. La banda Baeder Meinhof si inserisce perfettamente nella lista di una grande ed importante produzione cinematografica, di assoluta valenza storica, oltre che artistica. E quando è possibile tale connubio, si tratta di grande cinema. Perché è quello che cambia le vite degli altri, specie dopo le tante cadute a cui la storia costringe. Ce n’è per tutti in questo meraviglioso film, per chi è convinto pacifista, ma anche per chi crede ancora, ostinatamente, nella ‘guerra giusta’, perché è vero quello che nello stesso film si afferma pesantemente: “coloro che fanno violenza sui popoli, quando tale violenza se la ritrovano a casa, impazziscono”. Chi ha orecchi, intenda. Ma è dato capire anche ai sordi, perché l’orrore della guerra, dell’odio e della violenza, priva lo sguardo a chiunque.

Giancarlo Visitilli

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Il Presidio Primo Levi allarga gli orizzonti e si arricchisce di nuovi contenuti grazie alla prestigiosa firma di Giancarlo Visitilli, critico cinematografico e scrittore, nonchè invidiato collezionista di ottima musica.  Benvenuto.

Il mercante d’acqua

In Letture, Pensiero, Politica, Recensioni on settembre 28, 2008 at 8:42 pm

Qualche giorno fa mi è successo di avere sete mentre ero al cinema, può capitare a tutti di avere sete mentre si è al cinema. Poco male, mi son detto, vado al bar e prendo dell’acqua…scusate, non “prendo”, ma “compro” dell’acqua. E qui cominciano i dolori: per una bottiglietta da mezzo litro ho dovuto pagare 1,00 euro. Se per mezzo litro pago 1,00 euro vuol dire che l’acqua quota ben 2,00 euro al litro. La benzina invece costa circa 1,40 euro al litro: l’acqua costa più della benzina. L’avreste mai detto?

L’argomento, che qui mi limito a sfiorare, è estremamente complesso e riguarda il passaggio per l’acqua dallo status di “diritto” a quello di “bene”. La differenza non è di poco conto e non dovrebbe passare inosservata, eppure è quanto sta accadendo.

Per gli animi temerari che non hanno paura di porsi domande a cui potrebbero seguire risposte anche inquietanti vorrei consigliare un ottimo libro di Francesco Gesualdi: “Il mercante d’acqua” . Gesualdi attraverso una favola molto semplice riesce a descrivere un problema dalla complessità schiacciante.

La trama: un giovane giramondo approda sull’isola di Terrasecca e lì decide di fermarsi accolto da una comunità felice nella quale si integra rapidamente. La vita prosegue tranquilla fino a quando non si esaurisce l’acqua dei pozzi. A questo punto entra in scena Melebù, un ricco signore che vive in una villa circondata da soldati in divisa e proprietario dell’unico pozzo dell’isola ancora pieno. Per ottenere l’acqua necessaria alla propria sopravvivenza la gente del villaggio concede la proprietà di tutti i pozzi vuoti a Melebù che, per contro, promette acqua in cambio di lavoro.

La lettura, grazie allo stile sobrio dell’autore, procede scorrevole e aiuta il lettore ad immaginare scenari tanto surreali quanto, purtroppo, possibili.

L’invito è quello di guardarsi intorno e cercare di capire cosa sta succedendo, altrimenti non resterà altro da fare se non aggiornare una delle “sette opere di misericordia corporale”: dai da bere agli assetati e fatti pagare bene.

Giorgio Castriota

Raccontare una storia per salvare gli uomini

In Pensiero, Politica on settembre 20, 2008 at 4:05 pm
David Grossman

David Grossman

Cari amici,

vi segnalo due articoli di David Grossmann: il primo è il suo intervento al festival della letteratura di Berlino, il secondo quello che lui ha detto al funerale del figlio Uri.

Intervento al festival di Berlino

L’addio di Grossman al figlio

A mio parere sono tra le cose più belle e commoventi che io abbia mai letto e sicuramente hanno un significato particolare per il nostro blog.  Forse già conoscete la straordinaria umanità di questo scrittore ma ho pensato comunque che sarebbe bello diffondere queste pagine, questi frammenti d’anima che raggiungono livelli altissimi.

Gilda Camero