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Archive for the ‘Recensioni’ Category

Intervista a Primo Levi, ex deportato

In Pensiero, Recensioni, Storia on gennaio 16, 2013 at 10:01 am

PRIMO LEVI EX DEPORTATO

Nel 1982 il Consiglio regionale del Piemonte e il Dipartimento di Storia dell’Università di Torino promossero una raccolta di “storie di vita” raccogliendo le testimonianze di 220 deportati nei campi di sterminio sopravvissuti alla follia nazista. Tra questi vi era anche il torinese Primo Levi. Questo libro riporta il testo integrale dell’intervista che Anna Bravo e Federico Cereja realizzarono dialogando con l’autore di “Se questo è un uomo”.

La riproposizione è fedele: nulla è stato omesso nella trascrizione, sono riportate anche le parole solo accennate, le sovrapposizioni e le pause; chi ne conosce la voce non farà fatica ad “ascoltare” Primo Levi che, con il suo tono pacato, riprende i temi principali della sua opera di scrittore, mantenendo però l’umiltà del testimone, uno dei tanti, aspettando le domande e non anticipando mai i suoi interlocutori con i quali dialoga usando frasi brevi, asciutte e precise: ogni parola sembra essere frutto di un lungo e incessante lavoro di levigatura.

Perché leggere oggi un’intervista a Primo Levi vecchia di trent’anni? In un tempo in cui non c’è tempo, può essere utile fermarsi a riflettere sulle riflessioni di un “testimone del vissuto”? La domanda è pertinente dato che la maggior parte delle immagini che abbiamo di quest’uomo è in bianco e nero e  i suoi libri popolano gli scaffali delle librerie ormai da decenni.

Quella di Primo Levi è una generazione a cui la storia ha chiesto indubbiamente troppo; la mia, che di quella generazione è due volte figlia, costretta in un precariato esistenziale inedito e dalle conseguenze – allo stato attuale – difficilmente prevedibili, fatica a dirsi adulta e matura. Fioca è la luce che rischiara il domani. La storia, si sa, è maestra di vita, conoscerla aiuta, se non a trovare la retta via, almeno a scansare quella nefasta. Le riflessioni di Primo Levi possono pertanto aiutare ad avere più luce a disposizione e “vedere” più in là.

Robert Antelme, che ha passato gli ultimi tre anni di guerra in un lager tedesco, autore de “La specie umana”, un classico della letteratura concentrazionaria, ebbe a dire in un’intervista che è necessario che i lettori comprendano che i libri sulla deportazione non sono antologie dell’orrore, bensì strumenti di cultura. Bene, usiamoli.

Giorgio Castriota

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Italiani dovete morire

In Recensioni, Storia on ottobre 11, 2010 at 5:42 pm

L’8 settembre del 1943 decine di migliaia di soldati italiani, impegnati sui vari fronti della seconda guerra mondiale, furono condannati a morte senza averne consapevolezza. Anzi, gioendo – poveri sventurati – nell’illusione che la guerra volgesse finalmente al termine. Non era affatto così. La guerra continuava.

«Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza » [1]

Così recitava il proclama del Maresciallo Pietro Badoglio, nuovo capo del governo dopo la deposizione del Cavalier Benito Mussolini. Cosa fare dunque? Arrendersi? E a chi? Combattere? E contro chi? Nessuna di queste domande troverà risposta nei drammatici giorni a seguire che vedranno il Re d’Italia, Vittorio Emanuele III, dar bella mostra della propria viltà attraverso una fuga che da Roma, ormai città aperta, lo avrebbe portato al sicuro a Brindisi. Mentre tanti ragazzi, che a quel Re avevano prestato giuramento, venivano lasciati in balìa degli eventi. Pagando con la vita, la prigionia, la fame e le malattie, colpe altrui.

In quel settembre sciagurato, i militari italiani della divisione Acqui, di stanza nell’isola greca di Cefalonia, decisero di non arrendersi ai tedeschi che, considerandoli traditori, ne chiedevano la resa incondizionata. Loro le armi non le avrebbero cedute. A nessuno. Sull’arma si cade, non si cede.

La decisione fu presa attraverso un referendum, un fatto assolutamente fuori dall’ordinario e lontano da ogni logica militare: in una notte stellata undicimilasettecento ragazzi, che da vent’anni non sapevano cosa significasse libertà, furono chiamati a scegliere tra la vita e la morte. In 9604 periranno in conseguenza della scelta di non arrendersi ai tedeschi: 1300 uccisi nei combattimenti, oltre 5000 passati per le armi a sangue freddo, altri 3000 inghiottiti dal mare insieme alle navi che avrebbero dovuto portarli nei campi di prigionia.

La patria ripagherà il sacrificio di quei valorosi suoi figli negandogli dopo l’aiuto – disperatamente invocato – anche il ricordo: con l’ingresso della Germania nel Patto Atlantico la ragion di stato prevarrà sulle ragioni della giustizia e sull’infame eccidio compiuto dalla Wehrmacht a Cefalonia calerà una cortina di silenzio. Dopo la guerra i “cattivi” sarebbero stati altri. Ma questa è un’altra storia.

Italiani dovete morire non è un libro facile, tuttavia lo considero un libro necessario. Ma forse, e non me ne voglia l’autore, necessario è conoscere la storia di quei ragazzi che, figli di un tempo avvelenato da feroci dittature, non esitarono a salvare l’onore sacrificando la vita. Abbiamo tutti un’alternativa. Sempre.

Giorgio Castriota

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[1] Audio del proclama letto alla radio da Pietro Badoglio

Ricostruzione, a cura del TG3 Puglia, della tragedia di Cefalonia a cura di Federico Pirro, Costantino Foschini e Vito Antonio Leuzzi:


Nada & Zamboni – L’apertura

In Musica, Recensioni on settembre 4, 2010 at 8:48 pm

A volte nel mondo della musica accadono dei miracoli. Irripetibili vibrazioni che si accordano con consapevole complicità. “L’apertura” è uno di questi miracoli, un disco che non riesco a non definire affascinante, il cui valore va ben oltre l’indiscutibile “peso” che i due nomi stampati sulla copertina lascerebbero presagire. Nada/Zamboni, se qualcuno li avesse accostati venticinque anni fa avrebbe rischiato parecchio. Per fortuna il tempo cambia tutto, dagli uomini alle pietre.

Il disco, registrato dal vivo nella primavera del 2005, contiene brani tratti da “Sorella Sconfitta”, lo splendido esordio solista di Massimo Zamboni, una rivisitazione “dilatata” di un brano dei CCCP (Trafitto) e brani della produzione più recente della cantante livornese, le cui interpretazioni, con la maturità, continuano ad arricchirsi di intense sfumature.

Nada qui si trasforma in una meravigliosa signora punk che, con la sua voce, “trafigge” e veste di credibilità parole che neanche Giovanni Lindo Ferretti, che alcune delle parole qui cantate ha salmodiato per anni, sarebbe ormai in grado di rendere con altrettanta forza e convinzione.

“Trafitto sono, trapassato dal futuro, fragili desideri, a volte indispensabili, a volte no.”

Ascoltare la “chitarra armoniosa” del suonatore indipendente Zamboni fa pensare che il passato, qualunque passato, per quanto emozionante ed intenso, ormai non è più, e che, nonostante ciò (o forse proprio grazie a ciò), si può rimanere “fedeli alla linea”. Anche ora, che la linea non c’è. L’importante è continuare a “tifare rivolta”.

“Miliardi di ossa di occhi perduti
in queste città immense
in queste montagne senza padroni
senza niente con le braccia aperte
e un grido sarà un richiamo d’amore,
dalle orecchie potrai sentirne il dolore
come, come se fosse in te io non sono più in me
tu non sei più in te
non c’è bisogno di te non c’è bisogno di me
neanche te di me.”

Sono tanti i gioielli contenuti in questa raccolta di canzoni, ma non si può non citare, su tutti, “Miccia prende fuoco”, un brano dove la perfezione trova un comodo giaciglio su cui posare le proprie grazie. Non c’è che da augurarsi, infine, che aperture come questa continuino a spaccare, in due, in quattro, in sei miliardi di piccoli pezzi, questa dannata terra che ci ostiniamo a calpestare.

Giorgio Castriota

Le braci

In Classici della Letteratura, Letture, Recensioni on luglio 31, 2010 at 11:22 am

Caro Sàndor,

come d’accordo ti invio le mie impressioni sul tuo manoscritto.

Desidero farti sapere, prima di addentrarmi in altre considerazioni, che i miei occhi vedono in te una persona la cui sola esistenza infonde speranza nel futuro. Il tempo sin qui trascorso insieme, ancorché limitato, non si sarebbe potuto vestire con maggiore eleganza ed il piacere che dalla tua compagnia ho tratto trova pochi eguali nel mio bagaglio di ricordi.

Le tue parole sono ricamate con il pregiato tessuto dell’eleganza e l’armonia con cui esse esprimono i concetti da te formulati mi regala la sensazione di averli compresi appieno. Hai scelto un sentimento nobile di cui parlare e lo hai fatto attraverso una storia di straordinaria normalità.

Ogni rapporto tra due persone si nutre di reciprocità, a me piace immaginarlo come una pianta che ha bisogno delle cure di entrambi per poter vivere; altrimenti la pianta non si offre alla vita. Nessun sentimento o emozione ha senso se le anime coinvolte non percepiscono vibrazioni compatibili. Se non è così una delle due è costretta a sanguinare. E la pianta muore.

Ho ascoltato, come sottofondo alla lettura, la Fantaisie polonaise di Chopin, che citi nel testo. Sarebbe un’enormità pensare che sia stata scritta perché un giorno diventasse un velo sonoro con cui avvolgere le tue parole, tuttavia è un pensiero che mi sono concessa. Lo spirito del Maestro saprà perdonarmi.

Non immaginavo di poter trovare tanto equilibrio nelle tue parole, le quali, quasi fossero dotate di vita propria, continuano ancora a sorprendermi per forza e lucidità. A volte ne ho avvertito il peso, ma ciò, anziché spaventarmi, è stato per me un invito a desiderarne altre, come se la parola successiva costituisse la risposta alla sfida lanciata dalla precedente.

Ho molto apprezzato il modo con cui hai descritto le azioni e le sensazioni dei personaggi: il soliloquio del Generale, al contempo sincero e disperato, descrive molto bene il sentimento dell’amicizia e le dinamiche che pone in essere.

Arrendersi di fronte alla tua capacità di sorprendere attraverso l’esercizio della normalità è per me inesorabile. Non c’è effetto speciale che possa eguagliare in forza e meraviglia una parola inattesa. Da te ne ho ricevute tante.

«Diventerò poeta» disse una volta, alzando lo sguardo con la testa piegata di lato. Il vento gli scompigliava i riccioli biondi, mentre contemplava il mare tra le palpebre socchiuse. La balia lo abbracciò, gli prese il capo e se lo strinse al petto. Disse: «No, tu diventerai un soldato». «Come il babbo?» disse il fanciullo scuotendo il capo. «Anche il babbo è un poeta, non lo sai? Pensa sempre ad altro». «È vero» rispose la balia sospirando. «Non andare al sole angelo mio, ti verrà il mal di testa».  Rimasero a lungo così, seduti sotto il fico. Ascoltavano il mare: il suo mormorio aveva qualcosa di familiare. Era simile a quello delle foreste di casa loro. Il fanciullo e la balia pensavano che a questo mondo vi era qualcosa in comune fra tutte le cose.

Se la bellezza è negli occhi di chi guarda è perché la bellezza quegli occhi riflettono.

A presto.

Tua Lola

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Qualche giorno fa nella redazione di Radio Primo Levi è giunta questa lettera, insieme alla preghiera di pubblicarla quanto prima. Coerenti al nostro proposito di accogliere qualunque contributo non abbiamo esitato un solo istante nel tener fede al nostro impegno. Ringraziamo la Signora Lola per l’originale contributo e ci auguriamo che possa presto darci ulteriori Sue notizie.

L’Agnese va a morire

In Letture, Pensiero, Recensioni, Storia on aprile 26, 2010 at 10:14 am

Quando si parla di resistenza (e ci auguriamo che si continui a farlo sempre evitando interpretazioni tendenti a sminuire o a cancellare questo momento fondamentale della nostra storia) in genere lo si fa al maschile. Si parla sempre di partigiani, di uomini coraggiosi e indomiti ma meno spesso si parla di partigiane, di donne di ogni età e estrazione sociale che hanno ugualmente sacrificato la loro vita per lo stesso, identico ideale. Erano infatti loro ad essere ‘usate’, perchè meno controllate, come staffette per portare messaggi in codice, trasportare viveri, traferire armi. Probabilmente senza di loro molte azioni e molti agguati non avrebbe avuto luogo perchè per chi veniva denunciato come sovversivo, come partigiano non poteva muoversi alla luce del sole: le donne quindi avevano molta più libertà di movimento e affiancavano i loro compagni portando avanti faccende pratiche, domestiche. Di una di loro, una contadina imponente, con mani screpolate e gambe grosse, instancabile lavoratrice, senza nessuna istruzione ma con una forza indomabile, ci regala un appassionato ritratto Renata Viganò nel bel libro edito da Einaudi ‘L’Agnese va a morire’.

Uscito nel ’49 ha ancora al suo interno quella sofferenza, quel dolore per un periodo buio della nostra storia ancora, all’epoca, troppo vicino e di cui non si era dimenticato nulla. Una guerra ancora troppo sentita sulla propria pelle, ancora troppo presente perchè le ferite provocate fossero già cicatrizzate:per questo nel romanzo nulla è risparmiato. Si susseguono immagini terribili, come quella del cadavere di una bambina gettato da uno dei vagoni in cui venivano portati i prigionieri verso i campi di concentramento (non meno cruda la visione della madre che si impicca dopo aver compiuto questo terribile gesto), così come non vengono risparmiate le esecuzioni in piazza, volutamente pubbliche e plateali, che servivano da monito per tutti gli altri o ancora la crudeltà delle fucilazioni quando i partigiani venivano scoperti nei campi.

Agnese è una contadina ma suo marito Palita, gravemente ammalato e per questo impossibilitato a lavorare, è un partigiano da sempre, un convinto comunista, per il suo carattere onesto, schietto, un uomo che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno e ha la libertà come supremo ideale. Quando lo porteranno via, Agnese, con la dignità che solo le grandi donne hanno, sopporterà questo vuoto immenso e pur continuando a lottare, avrà lacrime da versare solo di notte. Da subito Agnese è convinta che il suo Palita è morto e di lì a qualche mese avrà la conferma perchè un giovane partigiano che era con lui ed era riuscito a fuggire dal treno, le dice che il suo compagno non c’è più ma che non ha sofferto e il suo ultimo pensiero è stato per lei. Nonostante tutto Agnese continua ad andare avanti e allo stesso tempo aiuta i partigiani portando nei vari paesini di campagna (siamo nella zona delle Valli di Comacchio nella Bassa Padania  con le giornate di un freddo tagliente e la nebbia che sembra annullare la realtà in un mantello di oblio) materiale esplosivo, cibo e soldi che ha risparmiato facendo la lavandaia (si rifiuta di lavorare però per i nemici):tutto questo va avanti per qualche mese ma quando un tedesco con una mitragliata le ammazza la gatta nera, amatissima da Palita (passava le giornate con lei in braccio beandosi delle sue fusa e del suo calore) e simbolo dell’amore profondo che li legava, durante la notte, con quello stesso mitra, gli spacca la testa. Nessuna possibilità di tornare indietro dopo quel gesto terribile: la contadina laboriosa, da qual momento per tutti ‘Mamma Agnese’,  diventa una partigiana, cerca i compagni e si da alla macchia. Non solo sarà lei a cucinare e a sostenerli in tutti i modi, ma diventerà un’ottima consigliera: in alcuni casi saranno proprio le sue indicazioni a determinare la riuscita di alcuni agguati.

In ogni pagina, nonostante la sua crudezza, tutto è sotto lo sguardo di Agnese ed è lei la vera protagonista della storia, una figura femminile straordinaria perchè capace di cose straordinarie, così piena di onestà e di amore verso gli altri, così schiva (arrossisce ogni volta che manifesta il suo pensiero) e allo stesso tempo punto di riferimento fondamentale per il suo gruppo. Leggere questo romanzo ci fa capire quanto la libertà che spesso sottovalutiamo e che soprattutto non sappiamo usare, magari cercando di impegnarci ogni giorno in una resistenza che abbia come obiettivo la difesa di alcuni valori (quelli che Agnese impersona), sia ancora un bene prezioso, un bene da tutelare e da difendere contro ogni tipo di attacco (quante volte tentano di metterci il bavaglio?). Anche se la fine è tragica, così come il titolo già ci indica, è proprio considerando questo tipo di sacrificio che dovremmo sentirci fortunati di essere nati in tempi migliori.

La storia di Agnese, così commuovente, ha anche ispirato il film omonimo di Giuliano Montaldo, uscito nel ’76 (la Viganò non fece in tempo a vederlo perchè morì qualche mese prima) magistralmente interpretato da Ingrid Thulin (nei panni della protagonista) e da Massimo Girotti (un intenso Palita).

Una storia da leggere e da vedere, perchè la nebbia dell’oblio non avvolga anche la nostra mente.

Gilda Camero

I quattordici mesi

In Letture, Pensiero, Politica, Recensioni on aprile 24, 2010 at 10:55 pm

Diventa sempre più difficile parlare di Resistenza partigiana, e questo avviene per un preoccupante e noioso motivo che si amplifica di anno in anno. Per la classe politica repubblicana, la Resistenza è stato solo uno dei tanti terreni di scontro banalizzati dalla retorica celebrativa contrapposta all’oltraggioso revisionismo che molto spesso sembra esercitato per puro dispetto.

Come sempre fioccano a pochi giorni dal 25 le notizie dei soliti sindaci a caccia di trafiletti che rivendicano all’improvviso un diritto che sembra spettare solamente a loro: la manomissione del ricordo. Lo stesso dicasi per i gloriosi politici che nel tentativo di ristabilire la giusta verità sulle epurazioni partigiane del dopoguerra confondo il giorno della Liberazione dal Nazifascismo come una offesa ai “morti di Salò”.

Il 25 aprile è la celebrazione di un percorso storico estremamente complesso che ha ridato all’Italia la libertà da una occupazione militare e da una dittatura devastante durata più di vent’anni. Come tutti i fenomeni che hanno coinvolto larghissimi movimenti popolari merita uno studio approfondito e non una imbarazzante tifoseria: partigiani contro repubblichini.

Radio Primo Levi nel celebrare questa festa fondamentale che coinvolge tutta l’Italia consiglia la lettura di uno dei libri più belli di Enzo Biagi: “I quattordici mesi”. In realtà è una raccolta postuma ad opera delle figlie Bice e Carla, curata da Loris Mazzetti, che contiene le memorie dei “quattordici mesi” a suo dire più belli di tutta la sua vita. Il tempo dei vent’anni che Biagi trascorse da “cronista” partigiano nella brigata Giustizia e Libertà. Il suo compito fu quello di raccontare alla popolazione locale la vita e le imprese dei “ribelli” e per questo si inventò “Patrioti”: giornale clandestino, uscito in soli tre numeri, di cui fu editore grafico e redattore unico.

Questo di Enzo Biagi è un racconto sobrio e asciutto delle vite e dei nomi che lo hanno accompagnato sui monti anche dopo la liberazione. Il partigiano Checco, il “galantuomo” Ferruccio Parri, il suo incontro con i criminali Reder, Kappler e Kesselring, e il suo personale ricordo della “resa dei conti” dopo Piazzale Loreto. E’ la memoria personale senza retorica e senza livore di un partigiano che ha contribuito alla Resistenza con una penna e un taccuino.

Enzo Biagi una volta disse: “Fra poco sarà il 25 aprile. Una data che è parte essenziale della nostra storia: è anche per questo che oggi possiamo sentirci liberi. Una certa Resistenza non è mai finita.” (da La mia Italia che non si arrende, Corriere della sera, 22 aprile 2007)

Roberto Anglani

Il prete giusto

In Letture, Pensiero, Recensioni on aprile 24, 2010 at 10:41 pm

“Sono nato a Limone, nel 1907, e porto il nome Raimondo, del mio nonno paterno e del mio fratellino morto forse nel 1901 a un anno e mezzo di età. Noi siamo i Viale di Mundatti, della tribù dei Mundu, dei Raimondi. Mia madre voleva che portassi il nome di suo padre, Giovanni, ma quando sono nato mia madre era a letto, e così mio padre ne ha approfittato – era l’unico momento in cui poteva comandare – e mi ha chiamato Raimondo.”

“Il prete giusto” si presenta come facevano gli uomini di una volta, i quali non si limitavano a fornire nome e cognome ma dicevano anche di chi erano figli, da dove venivano e il perché del proprio nome, quasi volessero mostrare consapevolezza dell’importanza delle proprie radici.

Don Viale è un uomo buono e coraggioso che di abbassare lo sguardo di fronte alle ingiustizie non ne ha mai voluto sapere, rimanendo della stessa idea anche dopo le bastonate dei fascisti, l’arresto, il carcere, gli anni di confino, il disprezzo da parte delle gerarchie ecclesiali, la diffidenza dei fedeli e la solitudine. Esser liberi ed integri, a volte, comporta anche questo.

Don Raimondo nell’estate del 1982 decide di affidare le proprie memorie a Nuto Revelli raccontandosi allo scrittore piemontese che le raccoglie non dimenticando di annotare, ed interpretare, gli eloquenti silenzi del parroco ribelle di Borgo San Dalmazzo. Don Raimondo racconta i drammi collettivi che il suo secolo gli ha imposto: la dittatura fascista, la guerra, l’8 settembre, la lotta partigiana, le stragi naziste e fasciste, la persecuzione degli ebrei. E il suo affrontarli esponendosi sempre in prima persona per cercare di aiutare Abele in fuga da Caino. Quello che ne scaturisce è un libro in cui niente risulta essere superfluo e, giunti alla fine, si ha la stessa sensazione che regala il colloquio con un vecchio incontrato per caso, il quale è ben lieto di offrire una lezione di vita a chi è disposto ad ascoltarlo.

Leggendo questa testimonianza ho trovato una delle più belle definizioni di “resistenza”, definita e descritta in maniera sublime dalle parole di un uomo che sa cosa dice senza mostrare esitazioni nell’affermare il proprio pensiero:

“Appartengo al clero e mi vanto di appartenerci. Ma tra il clero sono pochi quelli che sanno capire la mentalità degli altri. La mia mentalità è evangelica nel senso vero del termine: la resistenza. Sì, la resistenza che è una dote dell’uomo maturo, dell’uomo che rifiuta tutto ciò che è ingiusto, e si ribella, si ribella…La Bibbia è piena di resistenza, da Mosè, da Giacobbe…, fino all’Apocalisse che è tutta una resistenza. La resistenza è perciò cosa sacra, è un elemento di vita che conserva la vita e respinge tutto quello che è contrario alla dignità umana e alla vita stessa. E’ resistenza non farmi intimidire da un vescovo, da un prefetto, da un questore. Qualsiasi cittadino, cristiano o non cristiano, deve poter dire a chi detiene il potere: <Non voglio offenderla, ma su questo punto io sono convinto del contrario>. “

“La libertà è come l’aria, ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare” disse Piero Calamandrei nel 1955 agli studenti di Milano. Parole eterne, sempre attuali. Non tutti gli uomini ne sono consapevoli e i più riescono a farne a meno, lasciandosi avvolgere dalle nebbie dell’indifferenza e dal desiderio del quieto vivere, accontentandosi di una vita forse lunga e tranquilla ma tanto vuota quanto miserabile. Don Viale non rinuncia alla sua libertà neanche in vecchiaia:

La chiesa deve disporre di un suo capitale per vivere dignitosamente. Ma che poi vada a braccetto con i grandi speculatori finanziari, con dei banchieri tipo Sindona, tipo Calvi, ah questo no…E allora cancelli anche la festa di San Francesco, cancellatela, toglietela, regalatela piuttosto ai buddisti. Questa mia sincerità è discutibilissima. Io non solo sono discusso ma condannato dalla maggioranza. Ma io morirò così, spero di morire così.

Il mondo è dei puri di cuore. Questa è Resistenza.

Giorgio Castriota

Comandante ad Auschwitz

In Letture, Pensiero, Recensioni, Storia contemporanea on gennaio 27, 2010 at 12:33 am

Il suo nome è Rudolf Hoss, è un bambino come altri, nasce il 25 novembre 1900, a Baden-Baden nella Foresta Nera. La sua è una famiglia “per bene”. Il papà, che il figlio stesso definisce con connotazione positiva “fanatico cattolico”, aveva già progettato per lui la vita sacerdotale. Trascorre la sua adolescenza in un Germania in guerra. Per un periodo, svolge, con diligenza e compassione, attività di volontariato presso la Croce Rossa, ma nel 1916, contro il volere della famiglia parte per il fronte. All’età di 17 anni, oramai già orfano, si distingue sul campo di battaglia e diventa il più giovane sottoufficiale dell’esercito tedesco. Congedato dal fronte, torna a casa e trova parenti “ostili” decisi a rispettare le volontà del padre. Ma Rudolf aveva già deciso per sè, voleva essere un soldato: «Nuovamente ritrovai una patria, una sicurezza nella solidarietà dei camerati». Nel 1919 si arruola nei Freikorps Rossbach (Corpo di volontari di Rossbach) e combatte sul Baltico e nell’Alta Slesia. Nel 1922, però giunge la svolta. Si iscrive al NSDAP – Partito Nazionalsocialista (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei) con la tessera 3240. Nella notte tra il 31 maggio ed il 1° giugno 1923 dopo essersi ubriacato insieme a diversi complici, assassina brutalmente un ex maestro elementare di nome Walther Kadow. Era sospettato all’interno del Corpo Rossbach di essere una “spia dei bolscevichi”. Tanto bastò per massacrarlo a bastonate, tagliargli la gola e finirlo con due colpi di pistola.

«In quel tempo ero fortemente persuaso – e lo sono ancor oggi – che quel traditore avesse meritato la morte. Perché con ogni probabilità, nessun tribunale tedesco lo avrebbe condannato, noi lo giustiziammo secondo una legge non scritta creata da noi stessi, nata dalla necessità del tempo.»

Giudicato per quell’orrendo crimine, viene condannato a dieci anni di reclusione. Ne sconta solo sei (per via di una amnistia voluta trasversalmente dall’estrema destra e dall’estrema sinistra, e votata il 14 luglio 1928), ma sono anni estremamente “istruttivi”. Comprende, in quei mesi, i meccanismi della vita carceraria e delle gerarchie all’interno di essa. Comprende i rapporti di forza esistenti tra dirigente, secondino e prigioniero, e tra i prigionieri stessi. Realizza con estrema lucidità in cosa consistessero le vessazioni più gravi e le torture psicologiche più efficaci. Nel penitenziario brandeburghese, è un detenuto modello. Riceve numerose agevolazioni, un lavoro d’ufficio e la possibilità di leggere numerosi libri sulla difesa della razza.

A 29 anni Rudolf Hoss esce di prigione con un curriculum di tutto rispetto. È un valoroso soldato, con una lunga e “proficua” esperienza carceraria, reo di un delitto “politico”. Spinto da ideali di purezza ariana e di un ritorno alla vita nei campi, si associa alla Artamanen-Gesellschaft (Società degli Artamani) e si ritira in  una organizzazione agricola. Qui conosce sua moglie e Heinrich Himmler, capo delle SS.

Nonostante il suo sogno bucolico, cede alle lusinghe «di una carriera rapida  e di vantaggi finanziari» ed entra nelle SS. Nel 1934 come membro dell’unità SS “Testa di Morto” (SS-Totenkopfverbände), inizia la sua esperienza professionale nel settore dell’amministrazione concentrazionaria, che culminerà nel 1940 con l’incarico di “Comandante ad Auschwitz”.

Questo è dunque un uomo qualunque. Uno di noi. Non un mostro forgiato nelle fucine di qualche setta occulta. Un soldato con “meriti” sul campo, un uomo disciplinato, capace di distinguere ciò che è brutale a ciò che è misericordioso. Il tempo, la guerra e la società fecero tutto il resto.
Era il tempo in cui la Germania era minacciata dai “nemici dello Stato”. Era il tempo in cui coloro che eliminavano i nemici dello Stato godevano di sostanziale impunità, se non addirittura della gratitudine dell’intera nazione.

Rudolf Hoss, si racconta in questa sua autobiografia, scritta durante la detenzione a Cracovia, prima della sua impiccagione. È una lettura estremamente istruttiva, al di là di ogni condivisibile fastidio. È descrittiva di molti aspetti di un individuo “sommerso”, incapace di una qualunque autonomia di giudizio, diviso tra la razionalità amministrativa e la cieca obbedienza al Fuhrer a cui viene assegnato totale arbitrio sulla vita di altri uomini.

Egli, per esempio, è perfettamente cosciente che un gesto benevolente è in grado di rendere meno grave la prigionia di un individuo. Ma è altrettanto perfettamente consapevole di tutte le tecniche psicologiche per governare meglio un campo. Selezionare i prigionieri “più malvagi” per assegnare loro incarichi di responsabilità, fomentare rivalità interne, osservare con scientifico compiacimento la sociologia della deriva.

«Divide et impera è un fattore importante da non sottovalutare non solo nell’alta politica, ma anche nella vita di un campo di concentramento.»

Diventa ripugnante la sua catalogazione dei prigionieri. È evidentemente incolto, educato anche se non fanaticamente a improbabili teorie sulla razza. Parla di “epidemie” di omosessualità e di cure per l’eliminazione del medesimo virus. Descrive con vergognosa alienazione l’attività dei Sonderkommandos (prigionieri ebrei preposti al trattamento dei cadaveri gasati) e la vita in campo dei prigionieri. Sono bestie, alcune nate a prevalere spinte fino al cannibalismo, altre nate per soccombere come insetti senza volontà. Ma di fatto nessun nemico dello Stato è un essere umano.

L’autobiografia di Hoss offre una rilettura sulla struttura piramidale in seno al nazismo. In cima c’è il Fuhrer, arbitro in terra del bene e del male. Al Fuhrer si obbedisce, senza discutere, andando anche contro coscienza. Seguono gli alti ufficiali e tutti i gradi dell’ordine militare. Ciascuno obbligato al rispetto degli ordini superiori, ciascuno dotato di arbitrio assoluto e completa impunità. Una debolezza o un ordine non eseguito è una minaccia per la Germania e merita la morte. Rudolf Hoss, ha così ordinato la morte di ufficiali tedeschi, di attivisti politici, di prigionieri di guerra e di civili innocenti, senza mai chiederne ragione, senza mai esercitare il dubbio. Quasi richiedendo l’elogio del lettore, si proclama impiegato diligente e zelante, mostrando tutta l’efficienza del suo servizio quando riesce a ottimizzare le risorse di Auschwitz. Nel 1944 raggiunse l’encomiabile traguardo della liquidazione di «9000 persone, gasate e cremate in un solo giorno». Con ridicola retorica afferma di essere sempre stato contrario ai metodi di eliminazione e detenzione concentrazionaria ma di non aver mai potuto fare nulla in senso contrario. È altrettanto paradossale l’esaltazione della disciplina teutonica e del rispetto degli ordini, contrapposta allo scenario di sostanziale anarchia con cui descriveva la vita del Lager. L’obbedienza agli ordini superiori era vitale per la Germania e costituiva apologia per l’assassinio, ma il degrado del campo e la violazione delle regole da lui stesso impartite erano quasi considerate fisiologiche. Una specie di menù à la carte della banale malvagità.

Il dirigente Hoss rimane un esempio di quanto non ci sia stato nulla di straordinario nella Germania di 70 anni fa. Chiunque potrebbe diventare come lui se le condizioni lo permettessero ancora.

Solo il dubbio, le continue domande e la memoria degli errori possono evitare che Rudolf Hoss celato nelle pieghe della nostra mente, possa tornare nuovamente al comando.

Roberto Anglani

Chicago, 27 gennaio 2010

Dopo l’ultimo testimone

In Letture, Recensioni, Storia contemporanea on gennaio 27, 2010 at 12:21 am

Cosa succederà dopo che l’ultimo superstite dei campi di sterminio nazisti sarà scomparso? Qual è la funzione della “giornata della memoria”? Quali sono i meccanismi e i tempi della memoria? Quali i compiti di chi sopravviverà all’ultimo testimone? Su queste e molte altre domande riflette, e aiuta a far riflettere, David Bidussa in un libricino di poco più di cento pagine ma denso come il granito.

La razza umana continua a commettere i medesimi errori con immutato orrore da millenni, sembra che nessuna lezione possa essere sufficiente ad educarla a ciò che è giusto. La saggezza rimane una forma d’ingenuità: “mai più” si disse dopo la Shoah, “mai dire mai” ricorderanno più realisticamente le cronache della guerra in Jugoslavia dei primi anni novanta e il terribile massacro ruandese del 1994, uno dei più sanguinosi episodi della storia del XX secolo: dal 6 aprile, per circa 100 giorni, vennero massacrate sistematicamente a colpi di armi da fuoco, machete e bastoni chiodati un milione di persone. In entrambi i casi, sullo sfondo, l’indifferenza e la viltà della comunità internazionale.

A cosa serve allora ricordare? Senza dubbio serve a riflettere, serve a esplorare quella che Primo Levi definì “zona grigia”, e cioè quell’area di contiguità tra vittima e carnefice che ne sfuma le differenze trasfigurando l’una nell’altra; serve a farci capire che fuori o dentro il lager gli uomini sono molto lontani da ciò che vorrebbero essere e che quello che in tempo di pace può essere un rispettabile impiegato di banca, in tempo di guerra può diventare un diligente comandante di un lager e gioire per essere riuscito a “liquidare in un sol giorno più di 9.000 persone” traendone il medesimo compiacimento. L’esperienza del lager pone l’obbligo di formulare inquietanti domande sulla natura stessa dell’essere umano. “I sommersi e i salvati” di Primo Levi, ad esempio, rappresenta un luogo complicato della riflessione contemporanea. Non è un testo consolatorio. Al contrario impone e si impone una condizione di estrema lucidità. Nella riflessione di Primo Levi la testimonianza non ha valore conoscitivo su quanto è avvenuto, ma è finalizzata a definire un’analisi antropologica dell’uomo. Il racconto dell’esperienza del lager nel lavoro di Primo Levi rappresenta la possibilità di fondare delle categorie di comportamento non necessariamente legate all’esperienza concentrazionaria, e quindi valide anche per il “dopo”. La memoria dunque non riguarda ciò che è materialmente avvenuto ma le forme e i modi con cui noi costruiamo la storia di ciò che è successo funzionalmente ad una consapevolezza pubblica di che cosa sia la storia o il passato. Una interessante prospettiva da assumere per onorare costruttivamente la memoria può venire da una riflessione della filosofa tedesca Hannah Arendt:

“Se è vero che ogni pensiero incomincia con un ricordo è anche vero che nessun ricordo rimane sicuro se non è condensato e distillato in un sistema di nozioni concettuali entro il quale può ulteriormente elaborarsi. Le esperienze e anche le storie che germogliano da ciò che gli uomini fanno e soffrono, dai loro casi, e dalle loro vicende, risprofondano nella futilità propria delle parole e delle azioni viventi, se non se ne parla continuamente in ogni momento. Ciò che salva le vicenda dei mortali dalla loro intrinseca futilità è solo questo incessante parlarne, che a sua volta resta futile se non scaturiscono dei concetti, segnali indicatori per i futuri ricordi e anche solo per un semplice riferimento.”

Un giorno chi ha conosciuto le atrocità del lager non ci sarà più, non potrà più parlarci. Toccherà a noi “che viviamo nelle nostre tiepide case e che tornando a sera troviamo cibo caldo e visi amici” passare a chi ci seguirà il testimone della memoria. Ne saremo capaci?

Giorgio Castriota

Cattedrale

In Recensioni on ottobre 6, 2009 at 2:48 pm

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Vi capita spesso di imbattervi in racconti privi del finale, in cui il timbro narrativo si sostiene sospeso tra amarezza e disincanto?
Segnalo, specialmente, “Vitamine” e “Cattedrale”, da cui il titolo della raccolta.
Non vi è il racconto e l’epopea dell’american dream, non troverete l’happy ending hollywoodiano ovvero la consolatoria impressione di poter vivere aspettando che la nottata sia passata.
L’impatto è di curiosità, di profondità legata al quotidiano, di realtà contemporanea, di solitudine familiare.
E di birra, molta birra…

Claudio Minichiello

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Radio Primo Levi è lieta di ospitare il contributo di un nuovo amico, Claudio Minichiello, con il quale si augura di poter presto nuovamente collaborare. Benvenuto.

Il Venditore di Tempo

In Letture, Recensioni on agosto 2, 2009 at 4:00 pm

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“Affrettati! Il Tempo finisce!” è questo lo slogan che pubblicizza un nuovo prodotto: un recipiente contenente cinque minuti di tempo, fantasioso ed irreale progetto al centro della favola Il Venditore di Tempo di Fernando Trìas de Bes.

Inventato dal signor “Tizio Qualsiasi”, il nuovo bene costa 1.99 $ e offre a tutti i cittadini di “Uno Stato Anonimo” la possibilità di disporre di cinque preziosissimi minuti da dedicare a se stessi sopperendo al bisogno di ritagliarsi uno spazio personale nel ritmo frenetico ed alienante degli obblighi lavorativi. Introdotto nel mercato, il barattolo di cinque minuti sembra risolvere problemi legati allo stress e alla stanchezza ma la giusta dose verrà sostituita da scatole di due ore…

Vi siete mai chiesti cosa succerebbe se le persone iniziassero ad avere sempre più tempo per se stesse?

L’autore racconta i diversi atteggiamenti delle persone rispetto al tempo giungendo alla conclusione che soltanto attenzioni e cure positive rivoltegli sono alla base del successo nella vita personale e professionale. La crescita individuale e socio-culturale, così come il benessere economico, questa è la parte più curiosa e inusuale del libro, si costruisce attraverso un saggio uso del proprio tempo che deriva dalla libertà di scelta e decisione. L’elaborazione di questi argomenti si rivela, così, un monito per tutti coloro che seguono la routine quotidiana e non sono padroni del proprio tempo, o meglio, lo sono ma non come vorrebbero, con l’intento, inoltre, di aiutare a migliorare non tanto l’utilizzo bensì la gestione e l’organizzazione del proprio tempo.

La riflessione, congiunta giocoforza alla trama, descrive poi i passi che portano alla nascita di un nuovo sistema economico che lede alla società dei consumi e ai principi dell’economia libera. Ancora, l’autore analizza con sguardo ironico il mondo dell’impresa e del marketing manifestando la critica al mito del denaro e all’eccessivo desiderio di guadagno che non considera gli aspetti essenziali e i diritti fondamentali della persona.

Lo stile della narrazione è semplice e non tende all’artificiosità incappando in descrizioni lunghe e noiose; indefinito il contesto storico e geografico, siamo, infatti, in Uno Stato Anonimo, e non vi sono indicazioni temporali; in un registro particolare, ma adatto a tutte le età, troviamo abbreviati i nomi principali: TQ sta per Tizio Qualsiasi, MTQ per Moglie di Tizio Qualsiasi, BNC per Banca, T per tempo etc..

Una favola originale e interessante capace di divertire e appassionare nel suo obiettivo di dimostrarci che il tempo passa e un minuto sprecato è perduto per sempre.

Claudia Ruggiero

La Bella Estate

In Classici della Letteratura, Letture, Pensiero, Recensioni on luglio 6, 2009 at 7:46 pm

La Bella Estate di Pavese

Allora Guido se la strinse al braccio. – Tu non sei mica estate. Tu non sai cosa sia fare un quadro. Dovrei innamorarmi di te, per diventare intelligente. E allora perderei tempo. Devi sapere che un uomo lavora soltanto se ha degli amici che lo capiscono.

Mentre leggi Cesare Pavese, a volte ti può capitare di leggere frasi come queste, che sembrano scritte con inchiostro blu cobalto su un letto di neve chiara. Così rileggi due o tre volte lo stesso periodo fino a quando non capisci, fino a quando non proietti all’esterno, come una lampada a neon, quell’arbitrariamente piccola parte di vissuto che trovi in ogni libro e che ti fa sbalordire come quando impari un nuovo alfabeto.

La Bella Estate di Pavese è il racconto di una stagione di una vita. Di un breve cumulo di giorni che in una maniera o nell’altra tutti abbiamo vissuto. Parlo di quella stagione della vita che incomincia il primo mattino senza scuola, nel dubbio e nell’inoperosità di impostare delle nuove giornate e che termina svegliandoti qualche tempo dopo che sei diventato un uomo.

L’estate raccontata da Pavese è una stagione dell’amore e della scoperta della carne, non come l’esercizio erotico di un vizio insoddisfatto, ma come significato nuovo alla scorza che separa i nostri organi dall’ossigeno dell’atmosfera terrestre. Quella scorza di nervi e cellule in grado di poter cambiare una giornata o una vita intera al contatto di un nuovo mondo.

E’ così che Ginia, percorre la sua adolescenza in una manciata di mesi fino alla scoperta dell’amore di un uomo, della passione per l’odore dell’acqua ragia e di un bacio saffico dato per sbaglio una sera d’estate.

I giorni estivi di Pavese sono giorni che appartengono a ciascuno di noi, che capitano più volte, ai più fortunati, nell’arco di un’unica esistenza. Le sue sono parole che non leggi su un libro ma che ritrovi nel cassetto caotico della tua memoria incosciente e accaldata di qualche tempo fa.

– Non sei mai stato innamorato? – disse Ginia, senza guardarlo. – Di voi altre? Non ho tempo.

Roberto Anglani

Bari, 6 luglio 2009

L’anima buona del Sezuan

In Recensioni, Teatro on maggio 31, 2009 at 11:53 am
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Mariangela Melato

Spesso ci siamo chiesti cosa crei il capolavoro, da dove nasca quella forza occulta che ci costringe a restare in commossa ammirazione davanti a ciò che parla ai nostri sensi prima ancora che al nostro cervello, che agisce in modo così forte sulla nostra psiche da renderci inermi davanti al suo potere, catturarci e legarci a sé in modo indissolubile, cosa riesca in modo subconscio a trasformare ai nostri occhi una semplice opera d’arte o un’apprezzata artista in tesori di inestimabile valore che non potranno mai temere la sfida del tempo né tantomeno il mutamento dei gusti. Pur piegandoci alla ormai accertata impossibilità di trovare una ragionevole risposta a questi quesiti, ci si lasci almeno gioire della certezza di aver avuto l’inestimabile fortuna di essere stati immeritatamente testimoni di taluno di questi miracoli.

Quando tanti (forse già troppi) anni fa assistemmo nel nostro Petruzzelli alla messa in scena che Giorgio Strehler aveva realizzato del capolavoro di Bertolt Brecht “L’anima buona del Sezuan”, che vantava la presenza, tra gli altri, di Renato De Carmine, Andrea Johansson e Massimo Ranieri, nel nostro ancor imberbe immaginario di spettatore ne facemmo lo “spettacolo perfetto”, in cui confluiva ogni nostra idea di teatro, anzi d’arte nel senso più puro del termine; ogni gesto, ogni trovata scenica, ogni guizzo geniale del Maestro si impressero nella nostra mente tanto da diventare una sorta di prototipo con cui ogni pièce teatrale avrebbe dovuto negli anni confrontarsi, uscendone, il più delle volte, sconfitta. Confessiamo che da allora non abbiamo più potuto (e forse nemmeno voluto) assistere ad una rappresentazione di quell’Opera, sino a che non ci è giunta all’orecchio l’eco che, in questo finale di stagione teatrale nazionale, questa impresa veniva affrontata da colei che per noi è la perfezione, dall’unica artista che riteniamo abbia la facoltà di affrontare ciò che appartiene all’Olimpo del Teatro in quanto essa stessa ne è inamovibile abitante; venirne a conoscenza dell’impresa ed esserci è stato un tutt’uno, anche se questo ci ha “costretti” ad uscire dai nostri casalinghi e rassicuranti confini. D’altronde, non vi era alcuna possibilità di resistere al richiamo della divina Mariangela Melato e della ennesima grandissima tenzone che andava affrontando, una prova assolutamente impegnativa, diremmo titanica, non solo per la durata dello spettacolo – quasi quattro ore – ma anche per il doppio ruolo ricoperto (la prostituta Shen-Te e suo cugino Shui-Ta) che la costringeva a continui cambi di costume. La storia è nota, perfetto mosaico brechtiano sulla impossibilità tanto di essere operatori di bene senza essere schiacciati dai propri simili quanto di essere potenti senza inquinare la propria anima.

La regia di Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani ci è parsa volutamente allontanarsi dalla luminosità e pulizia della edizione strehleriana, realizzando una messa in scena più moderna, sporca, cupa, quasi dark, opprimente, nonostante fossero predominanti i colori forti, con i personaggi tutti fortemente caratterizzati, grazie anche all’apporto del convincente cast.

Ma su tutto, come era naturale che fosse, si elevava la Signora Melato, sublime come sempre, ancora una volta capace di “essere” il personaggio che altre avrebbero solo interpretato e di mettere al suo servizio tutto l’immenso bagaglio accumulato e l’innato talento che le è proprio, di creare un alone ipnotico che, anche in una serata da pubblico difficile (al limite della decenza) come quella cui ci è stato dato in sorte di partecipare, non lasciava allo spettatore possibilità di scampo, costringendolo ad immedesimarsi nella protagonista, a vivere la tragedia dell’osteggiata bontà di Shen-Te. Quando, nel commosso epilogo, la sua voce si è levata per urlare il proprio (bi)sogno di una umanità che potesse sconfiggere la nostra disumana realtà, la Melato non era più solo l’eroina brechtiana, bensì ogni uomo, ogni donna che innalza il proprio grido di dolore richiamando l’indispensabilità di un finale diverso da quello disperato consegnatoci dall’autore. Ebbene, nella nostra visibile commozione, noi non potevamo non pensare a quanto fosse per noi indispensabile e vitale l’immensa Arte della splendida Mariangela Melato, che speriamo di poter applaudire nuovamente in questa riuscita edizione de “L’anima buona del Sezuan” nella prossima stagione teatrale barese, magari nel risorto Teatro Petruzzelli, così chiudendo un cerchio che, per noi – ma crediamo anche per altri -, sarebbe foriero di un meraviglioso corto circuito emotivo. Presto, pensiamo come ciò sia attuabile!

Pasquale Attolico

Delusa dal Paradiso

In Letture, Pensiero, Racconti, Recensioni on aprile 29, 2009 at 10:12 am

Delusa dal Paradiso

Delusa dal paradiso è un romanzo imperniato sulla figura di Ruth Pirovano, una donna che lotta con ogni mezzo (anche illecito) per fuggire dalla povertà patita nella sua famiglia di Taranto, riuscendo a diventare ricchissima. Ruth incarica il giornalista Michele Traetta (che, a causa della propria integrità morale, ha perso lavoro e famiglia) di scrivere la sua biografia. Dal racconto della donna emergerà una figura cinica, scaltra, affascinante e pronta a tutto pur di appagare la propria avidità, lungo un arco di tempo che parte dagli anni Settanta fino a lambire i primi anni del Duemila. Diversi sono i personaggi che incroceranno la scalata al successo di Ruth, come lo stilista Piero Graziani; l’imprenditore Marcello Pirovano; Carola, la fragile e travagliata figlia di Ruth, tutti ‘inariditi’, quasi depotenziati nelle loro aspirazioni dalla carica ‘demoniaca’ della protagonista, con la sola eccezione dell’inafferrabile rockstar Jake Sykes, personificazione dell’arte, che resiste orgogliosamente alle lusinghe del denaro e del facile successo. Il titolo del romanzo racchiude dunque la peculiarità ‘demoniaca’ di Ruth, ossia la sua esasperata brama di denaro e potere, la sua ostinata incapacità di elevarsi rispetto all’arida materialità della vita. Il suo non è dunque un paradiso perduto (Sacre Scritture, Paradise Lost di Milton), ma rifiutato: Ruth, sebbene ossessionata dalla voglia di possedere Jake, il paradiso, così ‘diverso’ da lei da costituire la sua unica fonte di frustrazione, cede puntualmente alla necessità di ripiombare tra i suoi ‘limiti sensoriali’, appunto tra le sue coordinate materiali entro le quali può esercitare il ‘potere’. Le problematiche essenziali affrontate dal romanzo sono: (1) i privilegi non soltanto sociali, ma anche etici, che la società contemporanea accredita a chi possiede una considerevole fortuna economica; (2) il duplice problema del ruolo dei mass media nella nostra società: la morbosità voyeuristica dei mass media ma d’altro canto la non meno preoccupante spregiudicatezza con cui, chi può, ne fa uso per distorcere la verità; (3) l’indifferenza con cui assistiamo alla sopraffazione dei sentimenti e della dignità umana, rendendoci così complici del male. Stilisticamente, sono certamente i lunghi dialoghi a caratterizzare il romanzo; senza dimenticare che la narrazione è effettuata quasi esclusivamente dalla protagonista, che offre un punto di vista assolutamente parziale della storia. Il racconto della donna presenta alcuni passaggi bruschi, alcuni arresti (graficamente rappresentati dal rigo bianco tra due capoversi), e, man mano che si avvia alla conclusione, diventa più contratto e più disperato, fino allo scioglimento finale. Un’ultima nota: Ruth nasce a Taranto, parte per Bari, poi raggiunge Roma e così via… Le due città pugliesi non sono state apertamente citate per protestare contro chi (dall’attuale governo ai comuni cittadini che additano continuamente il nord come una sorta di ‘culla della civiltà’ senza poi fare nulla di concreto per la propria terra) vuole soffocare il sud e non ne riconosce più la cultura e la dignità.

L’autrice
Sara Notaristefano è nata a Taranto nel 1980. Si laurea cum laude nel 2004 con una tesi in letteratura teatrale italiana intitolata ‘La caduta della lucciola. Pirandello e gli spettri dell’oltre’. Successivamente inizia la sua collaborazione con il semestrale di critica letteraria diretto da Raffaele Nigro e da Lino Angiuli «incroci», che ha accolto i seguenti saggi e recensioni:

  • recensione a K. Gibran, La stanza del profeta, San Paolo, Torino 2004, in «incroci», n. 11, luglio-dicembre 2005
  • saggio: La scrittura come vendetta dell’oltre: i Quaderni di Serafino Gubbio operatore, in «incroci», n. 12, gennaio-giugno 2006
  • recensione a G. Rosato, La casa del prete, Carabba, Lanciano 2005, in «incroci», n. 12, gennaio-giugno 2006
  • recensione a Quaderni del dottorato di Italianistica 2004/2005, voll. 2, B. A. Graphis, Bari 2005, in «incroci», n. 13, luglio-dicembre 2006
  • saggio Il Sessantotto di Pasolini: la solitudine di un tolemaico, in «incroci», n. 18, luglio-dicembre 2008.

Da qualche mese collabora con la Stilo editrice di Bari.

***

Il volume sarà presentato il giorno 7 Maggio 2009 presso la Chiesa Russa a Bari.

Durante la presentazione saranno letti alcuni brani tratti dal romanzo con accompagnamento musicale eseguito dal vivo.

Interverrano: l’autrice, Gilda Camero (Barisera), Elettra Dinapoli (direttrice della biblioteca della VI circoscrizione Carrassi-S. Pasquale), Loredana Grandolfo (lettura brani), Domenico Mezzina (Università degli Studi di Bari), Leo Palmisano, Leonardo Scorza, Raffaele Stellacci (accompagnamento musicale).

The wave – L’onda

In Cinema, Pensiero, Recensioni on marzo 13, 2009 at 12:09 am

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  • Regia: Dennis Gansel
  • Interpreti: Jurgen Vogel, Frederick Lau, Max Riemelt, Jennifer Ulrich
  • Genere: drammatico
  • Durata: 93′

Se con La classe di Cantet eravamo dentro le mura, qui, nonostante la classe e la scolaresca, l’onda prorompe i muri e, come ogni cattiva ideologia, non sa quali vie scegliere. L’omonimia del film con il recente movimento studentesco italiano, antiriforma Gelmini, nulla ha in comune.

Potentissimo, ma soprattutto di grande attualità, il film di Dennis Gansel, in tempi in cui il dubbio lascia perplessi anche gli uomini di grande fede (?).

Come sarebbe oggi il nazismo, in un paese liberale come l’attuale Germania? E’ possibile che tale mostruosità e il suo impeto, come un’onda, un uragano, possa ritornare? Il pretesto a tali interrogativi è la lezione di storia di un insegnante punk-rock, diviso tra Ramones e Clash, in un istituto di scuola superiore tedesco, che per spiegare la storia del partito nazionalsocialista e la dittatura di Hitler dà vita ad un esperimento, originando, praticamente in classe, un movimento chiamato “L’Onda”. Tutto, nell’aula e nei luoghi da essi frequentati, è caratterizzato dalla rigida disciplina, che trasforma l’aula scolastica in una stanza da caserma e gli alunni in una specie di soldati, obbedienti in tutto al loro capo-insegnante, dal modo di salutarlo fino all’osservazione ampia e per niente motivata di una serie di regole rigidissime. Come se non bastasse quanto già conosciamo di realmente accaduto, mediante lo studio della storia, sulle origini e le conseguenze della Germania nazista e dell’Italia fascista, sappiamo anche che anche il film è basato sulla storia realmente accaduta nel 1967, in una scuola di Palo Alto in California, che ha ispirato “Il segno dell’onda”, di Ted Strasser, un testo scolastico conosciutissimo in Germania.

Ma il film non è solo il discredito di un orrore che si vorrebbe per sempre cancellare, non dalla memoria, piuttosto dalla storia contemporanea di ogni popolo, ma è anche una vera e propria indagine sulle ragioni del vuoto esistenziale e il disagio, appartenente soprattutto alle giovani generazioni, e di come questi possano diventare gli stimoli per alcuni per ergersi come i paladini e i risolutori di tante insoddisfazioni, generando apocalittici scenari, di cui in parte, come italiani paghiamo ancora un forte debito culturale, religioso e politico.

Sarà per smentire le voci dei cardinali che screditano l’Olocausto, o addirittura mettono in dubbio l’esistenza di tale barbarie, ma il cinema contemporaneo, mai è stato tanto prolifico in film sull’argomento: da Le vite degli altri, a La caduta, passando per i più recenti Operazione Valchiria a The Reader, sono tutti ‘documenti’ di una storia ch’è vera non solo sul grande schermo, ma ha lasciato i segni potentissimi nelle vite di milioni di persone. Tutti i film sull’argomento sembrano mettere in discussione le origini del pensiero riformistico di ogni buon ministro, ancora legato ai simboli (che non sono mai come le metafore della poesia), al saluto, ma soprattutto alla divisa. La vera grande lezione di questo film sta nel mettere molto bene in evidenza le suggestioni a cui spesso, a prescindere dal colore politico, non sappiamo ancora resistere, quelle che costituiscono la base di ogni potere politico. Temporale o spirituale, la storia ci ha sempre insegnato che il potere non ha mai utilizzato altri mezzi per enunciarsi, che il carisma del capo, i dogmi, le verità indissolubili, l’indottrinamento e le conversioni forzate, fino ai saluti e alle divise.

Bella la regia e l’uso sempre proficuo del montaggio visivo e sonoro, nel film, oltre alla caratterizzazione dei protagonisti, di gran lunga lontani dai nostri adolescenti mocciani, instupiditi e incatenati ai soliti concetti dell’autarchia dell’amore stupido, a cui ci si lega per sempre, finanche con un lucchetto. E il rischio è che come paese lì si rimanga ancorati.

Giancarlo Visitilli

C’era una volta in America

In Cinema, Recensioni on marzo 6, 2009 at 10:36 pm

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  • Titolo: C’era una volta in America
  • Anno: 1984
  • Regia: Sergio Leone
  • Interpreti: Robert De Niro, James Woods, Elizabeth McGovern, Joe Pesci,  Danny Aiello, Mike Monetti, Noah  Moazezi, Jennifer Connelly, Julie Cohen.
  • Colonna Sonora: Ennio Morricone

La bellezza, la poesia, la violenza…in una parola: C’era una volta in America, il capolavoro che ebbe una gestazione quasi ventennale e che fu per Sergio Leone, una sorta di testamento spirituale.

Tratto dal romanzo Mano armata (The Hoods, 1983) di Harry Grey Aaronson  è un geniale affresco sull’apprendistato di un gruppo di delinquenti del Lower East Side di New York negli anni 20 e si sviluppa, attraverso le vicende dei protagonisti, come metafora della vita, del rapporto tra i sessi e del peso dei ricordi.

Ci sono opere a volte che affascinano in modo particolare, si ha in queste situazioni la sensazione che esse siano state fatte apposta per noi, per noi soltanto. È ciò che mi è capitato alla prima visione di C’era una volta in America.

È un film che è tanti film: un’accurata ricostruzione storica del proibizionismo, una storia d’amore, un film sull’amicizia, ma soprattutto un film sul tempo, sul tempo perduto.

Un inizio e una fine speculare, una fumeria d’oppio, a racchiudere i salti temporali della mente offuscata di Noodles (De Niro) gangster ebreo, che rievoca tra realtà e sogno i suoi amori, i suoi amici, la sua carriera malavitosa. La vita violenta di Noodles e compagni attraversa tutte le fasi di un vero e proprio romanzo di formazione: l’infanzia in un quartiere povero, i primi furti e le scorribande da ragazzi, un’amicizia che nasce da bambini e si prolunga nel tempo, tra iniziazioni al sesso e alla violenza, tra desideri di dolcezza e di serenità e il richiamo della strada.

Noodles vive esperienze forti: se da un lato tenta la scalata ai vertici della malavita dall’altra sogna l’amore di Deborah, la coetanea del quartiere. Costruirà, immaginerà e celebrerà l’amore per questa donna per tutta la vita, in carcere, in solitudine, nella fumeria d’oppio. Sempre lontano da lei o quasi.

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L’incontro fra l’aspirante star Deborah (Elizabeth McGovern) e Noodles è una delle pagine chiave del film. «Hai aspettato molto?», chiede uscendo dal teatro la bellissima Deborah, splendida in abito bianco. «Tutta la vita», risponde Noodles, che l’aspetta con macchina e autista. E via verso Long Island. «Volevi un ristorante sul mare? Fuori stagione sono chiusi e questo l’ho fatto aprire per te. I tavoli sono tutti apparecchiati per due, scegli quello che vuoi». Sorpresa ma non intimidita da tanto lusso, Deborah sceglie un tavolo. I camerieri si precipitano e sollecitano le ordinazioni in francese. Lei risponde con sicurezza e intanto un’orchestrina con i musicisti intonano “Amapola”. Tutto è bianco, luminoso. « conosci il nome dei piatti, rispondi in francese, chi ti insegna tutto questo?», Osserva Noodles che ogni sera, in prigione, leggeva la Bibbia e pensava a Deborah ragazza quando gli leggeva il Cantico dei cantici. «Tu sei la sola persona di cui mi sia mai importato. Ma so che mi vorresti chiusa in casa e che getteresti la chiave, è vero?». «Sì», risponde lui. «Il guaio è che io ci starei volentieri, ma il guaio è che ho dei progetti». «E io ci sono nei tuoi progetti?»… « Domani devo andare a Hollywood e ti ho voluto vedere stasera per dirtelo». «Vuoi che me ne vada?» . «No, non voglio che tu te ne vada». «Balliamo?», propone lei «Mi inviti?». «Ti invito». «Allora ballo». Come in un sogno, di un attimo che resta eterno.

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Un film violento e spietato, tenero e commovente. Ma anche la denuncia di una società corrotta. Tanto che quando uscì nelle sale americane, nel 1984, la censura impose una serie di tagli “politici”.

Immagine dilatabile a senso complessivo dell’esperienza di Noodles è quella, notturna e piovosa, in cui mescolato alla folla, vede i cadaveri dei tre amici che ha tradito (per salvargli la vita). Il senso di colpa lo tormenterà per tutta la vita anche di fronte ad un tradimento ben peggiore. Questa è la grandezza di quest’uomo che paga più di tutti e per tutti, forse, ma che vive e matura più di tutti…

Chi ama il cinema, non può permettersi di non vedere questo capolavoro. E’ uno di quei film che rimane dentro, nell’anima. Un puzzle complesso che trova la sua giusta combinazione solo alla fine, quando tutti i pezzi si sono perfettamente incastrati.

Un film malinconico ma di una malinconia di fondo, che a volte accompagna la storia di ognuno di noi…un film unico, vero, raccontato da quegli occhi di De Niro bambino, che poi diventa adulto, fino a diventare vecchio… Il tutto percorso da una colonna sonora fantastica che scandisce magistralmente tutte le emozioni dei protagonisti e i loro ricordi. Un film a volte anche crudo, violento…Quanta rabbia e realismo nella scena in cui De Niro “possiede” la donna che ha sempre amato e che sente sua, che deve essere sua.

Un film che è il cinema, un film che non si può dimenticare.

Rudy Miggiano

I fratelli Karamàzov

In Classici della Letteratura, Recensioni, Teatro on marzo 1, 2009 at 3:54 pm

Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Cinque uomini. Un padre e quattro figli, fratellastri tra loro, che un dio crudele – egli stesso feroce patrigno – ha voluto riunire per determinarne la pressoché totale distruzione.

Cinque uomini. Cinque solitudini. Cinque pianeti che un destino crudele ha deciso di fare entrare in rotta di collisione con effetti assolutamente disastrosi.

Detto così, I fratelli Karamàzov, l’ultimo romanzo scritto da Fëdor Michajlovič Dostoevskij, appare poca cosa. Eppure chi nella sua vita è inciampato nelle sue pagine non ha mai più potuto riprendere il precedente passo; chiunque si sia accostato alla lettura di quello che viene unanimemente considerato il punto più alto della produzione, tanto in senso letterario quanto filosofico, del Genio russo, ha deciso, impudentemente o no, di valicare le colonne d’Ercole della sua anima, di imporre nuovi orizzonti alla propria conoscenza, di sottoporsi ad una seduta psicanalitica che, in frequentissimi casi, si prolunga lungo l’arco di una intera esistenza.

La potenza della parola di Dostoevskij è devastante: dopo esservi entrato in contatto si cammina tra le macerie del proprio pensiero, ove pure può capitare di perdersi, come accade a taluni personaggi dello stesso libro; ogni singola frase della sua opera meriterebbe infinite riflessioni che, qualora mai – e non lo crediamo – noi fossimo in grado di estrinsecare, non potrebbero essere riportate sulla fredda carta.

Qui diremo solo, senza tema di smentita, che non vi è alcuna possibilità per il lettore di dimenticare quel capolavoro che, nelle intenzioni dell’autore, doveva essere solo la prima parte della biografia del giovane Aleksej (il terzo dei fratelli), prima che la morte ne arrestasse la penna nel 1881. Ebbene, a nostro modesto parere non sarà facile dimenticare neanche l’adattamento teatrale che Marinella Anaclerio ne ha realizzato sotto l’egida della “Teatro e Società”, del Comune di Bari e della Regione Puglia. E tale affermazione – lo diciamo subito, a scanso di facili battute – non è determinata dalla durata della pièce (oltre quattro ore) che parrebbe aver preventivamente terrorizzato il pubblico barese – peraltro accorso numerosissimo e dimostratosi attento per l’intera durata dello spettacolo – e che, invero, aveva preoccupato anche noi, pur memori di passate similari esperienze (ad esempio con le regie del divino Ronconi o dell’Amleto integrale di Lavia in un affollato Petruzzelli), bensì dalla solidità di uno spettacolo che, pur avendo nella parola il suo punto naturale di forza, non manca di catturare anche gli occhi dello spettatore, grazie alla essenziale – benché a tratti visionaria – e, pertanto, sapiente regia della stessa Anaclerio, ben coadiuvata nell’opera dalle monumentalmente spartane scene di Pino Pipoli, dai rispettosi costumi di Stefania Cempini e dalle efficaci luci di Pino Ruggiero. E se la scommessa – come ci è parso di comprendere sin dalla scelta del titolo I Karamazov – dello spirito della carne del cuore– era quella di porre sotto la luce dei riflettori il ritratto non solo di una ributtante famiglia, bensì di una riluttante comunità in cui non è dato scorgere alcuna possibilità di comune redenzione, in cui tanto l’umano conflitto tra fede e ragione quanto la divina fedeltà alle leggi del libero arbitrio hanno dato i loro peggiori frutti, generando esclusivamente dubbi, solitudini, inquietudini, dissapori, odio, perdizione ed, infine, morte, allora occorre plaudire alla totale riuscita dell’operazione, che ha potuto godere della sempre ottima recitazione di un cast tutto pugliese che, pur essendo improntato su di una preziosa coralità, ha trovato momenti vicini alla perfezione nell’Ivan di Fulvio Cauteruccio (sublime nel difficilissimo passaggio del Santo Inquisitore), nel Fedor di Roberto Mantovani, nel Dmitrij di Totò Onnis e nella Lise di Cristina Spina; ma ciò non voglia diminuire il valore di tutti gli artisti (impegnati spesso in più ruoli) che, nonostante l’impressionante tour de force, sono riusciti a catapultarci negli inestricabili labirinti di un mondo di parole e teoremi che Dostoevskij creò per noi, rivelandoci l’esistenza di una mostruosa normalità, di una disumana umanità, che, in fondo, è anche nostra.

Pasquale Attolico

Il curioso caso di Benjamin Button

In Cinema, Recensioni on febbraio 19, 2009 at 11:48 pm

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Il curioso caso di Benjamin Button (Usa, 2008 )

  • Regia: David Fincher
  • Interpreti: Brad Pitt, Cate Blanchett, Tilda Swinton, Julia Ormond, Jason Flemyng
  • Genere: fantasy
  • Durata: 159′

Mio padre sarebbe ancora vivo e giovane. I miei nonni sarebbero poco più che ventenni. Mia moglie avrebbe una decina d’anni. Le lancette di tutti gli orologi andrebbero tutti controcorrente. Tutto diverrebbe un rewind: quindi, anche i soldati morti in guerra tornerebbero in vita, tutti gli ammalati di tumore… Un sogno il nostro. Una genialata, quella messa in scena da un regista eccezionale, che non smette mai di stupire il pubblico, David Fincher (Seven, Fight Club).

Il curioso caso di Benjamin Button, film che s’è guadagnato un’incetta di candidature agli Oscar è un bellissimo film, ma soprattutto importante riflessione sul senso della vita e della morte e di tutto quanto avviene nel frattempo, compreso l’amore.

Descrivendo la storia di Benjamin Button, della sua vita che procede al contrario, nascendo vecchio e abbandonato dai genitori sulla porta di un ospizio, con gli anni ringiovanisce e riesce anche a fare esperienza dell’amore e della felicità a fianco di Daisy, il regista s’è avvalso, come fonte d’ispirazione, di un romanzo di Scott Fitzgerald, coadiuvato nella sceneggiatura da due scrittori di grosso calibro: Eric Roth e Robin Swicord. E’ il film che potrebbe garantire la laurea con l´Oscar a Brad Pitt.

L’amore, la morte e l’evanescenza umana qui sono sotto la lente d’ingrandimento dello spettatore, che fa i conti con la propria vita, ma soprattutto su quanto essa avrebbe potuto avere in più o in meno, rispetto a quella vissuta già fino ad ora. Intorno e fuori, il paesaggio è quello devastato dall’uragano Katrina, che bussa alle finestre di una stanza d’ospedale dove è ricoverata Daisy, assistita dalla figlia. Qui c’è chi aspetta la morte e l’arrivo della tempesta che, come un’ira divina, seppellirà ogni cosa e arrugginirà anche le lancette degli orologi, che rimarranno ferme per sempre, a testimoniare la voracità del tempo. Un tempo che fino a poco prima testimoniava la vita di Benjamin, mediante le pagine scritte da lui stesso, dal giorno della sua nascita, che corrisponde a quello che segna nelle pagine della storia la fine della guerra conclusasi nel 1918, all’immediata morte della madre, durante il parto, e dall’abbandono di suo padre. Benjamin, perciò, è l’immagine dell’America del tempo, colpita dalla grande depressione. Tant’è che Benjamin cadrà, inciamperà, riprenderà con entusiasmo a vivere, ma non potrà continuare il suo progresso e segnarlo sulla linea del tempo, che conduce all’oggi, in cui anche quel Paese è in ginocchio.

Il film, in questi giorni di grande discussione (?) sulla vita e la morte assistita o meno, è una meditazione sul tempo, quello appunto biologico, ma anche sui tempi della macchina cinema. Ne viene fuori che anche la concezione del tempo, altro non è che una pura convenzione. Coincidenze, inversioni di marcia, “corsi e ricorsi”, bivi, tornanti e incidenti. In esso l’orologio naturale, quello che conduce le nostre fragili macchine umane, accade che può arrestarsi, regredire, progredire, ma anche rallentare quel cammino naturale che, quando è abitato dall’amore, si vorrebbe fermare per sempre. A tal proposito, tutto il film, fa venire in mente una splendida ed azzeccata poesia di Borges, che potrebbe essere la naturale ‘colonna sonora’ per questo film: «Se io potessi vivere nuovamente la mia vita, nella prossima cercherei di commettere più errori. Non tenterei di essere tanto perfetto, mi rilasserei di più, sarei più stolto di quello che sono stato, in verità prenderei poche cose sul serio. Correrei più rischi, viaggerei di più, scalerei più montagne, contemplerei più tramonti e attraverserei più fiumi. Andrei in posti dove mai sono stato, avrei più problemi reali e meno problemi immaginari». Immensa l’interpretazione di Brad Pitt, invecchiato e ringiovanito, mediante la tecnica innovativa di motion capture. Bravissima come sempre anche la Cate Blanchett.

Il film che si vorrebbe tenere ogni giorno con sé, sul comodino, essendo un giusto rimedio per tutti a riflettere sulla sensanzione di invecchiamento interiore, ma che non ci fa resistere alla solita tentazione di  sentirsi «giovani dentro».

Giancarlo Visitilli

Milk

In Biografie, Cinema, Pensiero, Politica, Recensioni on febbraio 5, 2009 at 12:10 pm

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Milk ( Usa, 2008 )

  • Regia: Gus Van Sant
  • Interpreti: Sean Penn, Emile Hirsch, Josh Brolin, Diego Luna, James Franco
  • Genere: biografico
  • Durata: 128′

In tempi in cui gli uomini di potere, in Italia, si dividono tra chi è dalla parte delle leggi di Dio e chi, invece, dalla parte di quelle dell’uomo, un film come questo è il giusto modo per comprendere che può esistere un’altra possibilità: la persona, prima di tutto. Anche prima delle leggi.

Milk è il film ideale per riflettere, in questi giorni in cui facciamo memoria su quello ch’è stato e su quello ch’è ancora oggi, fomentato dalla terribile idea della persecuzione della diversità.

“Da qualche parte, a Des Moines o a San Antonio, c’é un ragazzo gay che ha improvvisamente realizzato di essere gay. Sa che se i suoi parenti lo scoprono lo cacciano di casa, i suoi compagni di classe lo scherniscono e gli Anita Bryant e i John Briggs (ndr politici omofobi dell’epoca) fanno la loro parte in tv. Per il ragazzo si prospettano diverse soluzioni: nascondersi nello sgabuzzino e suicidarsi. Trasferirsi in California o restare a San Antonio e combattere”. Questa è la premessa che accompagna il destino di un uomo che oggi potrebbe avere il nome di altri uomini in carne ed ossa: da Nichi Vendola ad Obama, da Oscar Pistorius a Mandela. Uomini che hanno fatto della loro diversità la bandiera per superare, con la verità, le leggi terrene e celesti.

Quasi suddiviso in due parti, il film è l’unione di un interessante documentario storico, con molte scene tratte da filmati del tempo, insieme al racconto che lascia spazio solo all’emozioni. Un movimento di “diversi” che lotta e cresce, utilizzando solo l’arma della propria dignità e dei propri diritti: gay, poveri, marginali, uomini e donne.

Il regista, Gus Van Sant, che ci aveva lasciato con il bel Paranoid Park, riesce con abilità ad armonizzare documentario e fiction. A raccontare la vita di Harvey Milk, nato a Woodmere (Long Island, New York) e laureatosi all’Albany State College. Nel ’52 si arruola in marina, ma presto é congedato. Fu lo stesso Milk a rivelare che in quella occasione era stato vittima di una discriminazione, dato che le forze armate americane non tolleravano la presenza di omosessuali al loro interno. Trasferitosi, nel ’72, a San Francisco, la città più accogliente per i gay, si stabilì con il compagno Scott Smith e, nel quartiere di Castro, aprì un negozio di fotografia, il Casto Camera. Emerse ben presto come leader della comunità gay, fondando la “Castro Valley Association” dei commercianti locali, e fungendo da rappresentanti per gli interessi del quartiere, nelle relazioni con il governo cittadino. Il clima, a livello nazionale, non era certo favorevole agli omosessuali (non diversamente da quello di oggi, specie nel nostro paese cattolico), ma Milk osò candidarsi tre volte. Fu sempre un insuccesso. Ma il suo impegno pubblico lo portò ad essere il portavoce della comunità gay di San Francisco, venendo per questo soprannominato “Sindaco di Castro Street”. Nel ’77 fu eletto consigliere comunale, risultando così il primo rappresentante eletto di una delle maggiori città degli Stati Uniti ad essere apertamente gay. In undici mesi si batté in difesa di una legge per i diritti dei gay. Fu anche decisivo nel rigetto della “Proposition 6”, supportata dal senatore dello stato Briggs, che avrebbe permesso agli insegnanti dichiaratamente gay di essere licenziati in base alla loro identità sessuale. Milk dibatté pubblicamente con Briggs sull’argomento, rivelandosi in questo modo, per acutezza e per intelligenza all’intera nazione. Nel novembre 1978 la “Proposition 6” fu fermamente respinta dai californiani. La sua vittoria non è stata solo una vittoria per i diritti dei gay, ma ha aperto la strada a coalizioni trasversali nello schieramento politico. L’incarnazione e un modello per chi, ancora oggi, combatte per i diritti civili.

Non è difficile comprendere perché questo film ha già ottenuti importanti riconoscimenti (il New York Film Critics Circle gli ha assegnato il premio come miglior film dell’anno. Sean Penn e Josh Brolin hanno vinto, rispettivamente, il premio come migliore attore protagonista, oltre al fatto ch’è anche candidato ai Golden Globe, e quello come migliore attore non protagonista). Immenso Penn. Credibile, perché autenticamente sofferente e passionale, nello stesso tempo morente, al modo di alcuni fra i migliori personaggi utilizzati dal nostrano Puccini nelle sue opere, in modo particolare, in Tosca.

Un film impedibile per chi intende la memoria non come un qualcosa di legato al passato, ma piuttosto ancorato ad un presente che si vorrebbe cambiare.

Giancarlo Visitilli

Psicologia di massa del fascismo

In Letture, Pensiero, Recensioni on febbraio 3, 2009 at 9:50 pm

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Ho incontrato questo libro molti anni fa, subito dopo la fine della mia travagliata carriera di studente universitario. Travagliata anche a causa del mio impegno politico in quell’ambito, che necessariamente mi tolse del tempo da dedicare allo studio.

Di quell’esperienza, a parte il bellissimo ricordo che ne conservo, mi impressionò la difficoltà che spesso incontravo nel coinvolgere molti colleghi nella lotta per cambiare il modo di fare didattica ed esami e per ottenere spazi, biblioteche e laboratori al fine di poter studiare e approfondire. Specie per chi come me, studente fuori sede, “viveva” in facoltà per molte ore al giorno. Molti colleghi apparivano disinteressati, apatici quando non impauriti e in qualche modo sembrava che inspiegabilmente non comprendessero come certi cambiamenti fossero palesemente nei loro interessi.

Persone con questo tipo di atteggiamento le ritroviamo in ambito lavorativo e le incontriamo tutti i giorni nella nostra vita sociale, quando, ormai sempre più raramente, capita che di sera, davanti ad una birra, si inizi a discutere di temi un po’ più seri rispetto alle consuete banalità, tipicamente di derivazione televisiva o cinematografica di bassa fattura.

In questo libro si tenta di spiegare il perché di certi comportamenti e come tali comportamenti possano produrre fenomeni terribili come quelli che furono il nazismo ed il fascismo.

“Psicologia di massa del fascismo” di Wilhelm Reich è un libro che spazia fra sociologia, psicologia e politica ed è quindi difficile sintetizzarne i contenuti. Preferisco riportarne un paragrafo che, nella sua brevità, credo sia il più significativo nell’esporre sinteticamente le tesi sviluppate nel libro: una sorta di “trailer”.

L’uomo apolitico

“Arriviamo al problema dell’uomo cosiddetto apolitico. Hitler non solo ha fondato il suo potere a priori con l’appoggio delle masse fino a quel momento essenzialmente apolitiche, ma ha compiuto “legalmente” anche il suo ultimo passo fino alla vittoria nelle elezioni del marzo 1933 con la mobilitazione di non meno di cinque milioni di persone che fino a quel momento non avevano votato, cioè di persone apolitiche. I partiti di sinistra si erano sforzati in ogni modo di conquistare masse indifferenti, senza chiedersi che cosa significa “essere indifferenti o apolitici”.

Se 1’industriale e il grande proprietario terriero sono chiaramente a destra, la cosa è senz’altro comprensibile se si tiene conto dei loro immediati interessi economici. Per loro un orientamento politico a sinistra significherebbe una contraddizione con la loro condizione sociale e sarebbe quindi spiegabile solo con motivi irrazionali. Se il lavoratore dell’industria politicamente è orientato a sinistra, la cosa è razionalmente del tutto coerente perché è determinata dalla sua posizione economica e sociale nella fabbrica. Ma se gli operai o gli impiegati o i funzionari sono politicamente orientati a destra, la cosa è dovuta alla confusione politica cioè all’ignoranza della loro posizione sociale.

Più una persona che appartiene alla grande massa dei lavoratori è apolitica e più facilmente diventa accessibile all’ideologia della reazione politica. Questa apoliticità non è però, come si crede generalmente, uno stato psichico passivo, ma un atteggiamento altamente attivo, una difesa contro il senso di responsabilità sociale. La scomposizione di questa difesa dal modo di pensare socialmente responsabile ci fornisce risultati inequivocabili che chiariscono parecchi aspetti oscuri dell’atteggiamento di larghi strati di persone apolitiche. Nella media degli intellettuali, “che non vogliono sapere di politica”, si possono facilmente dimostrare immediati interessi economici e paure per la loro esistenza che dipende dall’opinione pubblica e per i quali fanno i sacrifici più grotteschi sul piano delle loro conoscenze e convinzioni. Fra le persone che occupano un posto qualsiasi nel processo produttivo, e che, malgrado ciò, sono irresponsabili socialmente, si possono distinguere due grandi gruppi. Fra gli appartenenti al primo, il concetto di politica è inconsciamente associato all’idea della violenza e del pericolo fisico, con una grave paura che impedisce loro di orientarsi in base alla realtà. Fra gli altri, che senz’altro costituiscono la maggioranza, l’irresponsabilità sociale è dovuta a conflitti e preoccupazioni personali, fra i quali prevalgono le preoccupazioni sessuali. Se una giovane impiegata, che dal punto di vista economico avrebbe molte ragioni di avere una responsabilità sociale, è socialmente irresponsabile, in 99 casi su 100 lo si deve alle sue cosiddette “storie d’amore”, o, per parlare con parole più serie, ai suoi conflitti sessuali. Questo vale allo stesso modo per la donna piccolo borghese che deve raccogliere tutte le sue forze psichiche per dominare la propria situazione sessuale in modo tale da non crollare totalmente.

Il movimento rivoluzionario ha finora compreso male questa situazione e ha cercato di politicizzare le persone “apolitiche” cercando di rendere coscienti in loro soltanto gli interessi economici irrealizzati. La pratica ha insegnato che è difficile indurre questa massa di “apolitici” ad ascoltare, ma che essa è capace di accogliere facilmente in modo favorevole le frasi mistiche di un nazionalsocialista, senza che questi parli molto dei suoi interessi economici.

Come si spiega questo fenomeno?

Con il fatto che i gravi conflitti sessuali (in senso più lato), indipendentemente dal fatto che siano o consci o inconsci, impediscono il pensiero razionale e lo sviluppo della responsabilità sociale, rendendo la persona in questione paurosa e incapsulandola. Se poi incontra un fascista che ricorre ai mezzi della fede e della mistica, quindi ai mezzi sessuali, libidinosi, allora rivolgerà tutti i suoi interessi dalla sua parte, non perché il programma fascista le faccia maggiore impressione di quello dei movimenti rivoluzionari, ma perché nella dedizione al Führer ed alla sua ideologia trova uno sfogo momentaneo alla sua continua tensione interiore, perché in questo modo riesce a dare inconsciamente un’altra forma al suo conflitto e a risolverlo.

Non c’è bisogno di essere psicologi comprendere perché la forma eroticamente eccitante del fascismo riesca a dare una specie di soddisfacimento, anche se travisato, a una donna piccolo-borghese sessualmente disperata che non ha mai pensato alla responsabilità sociale, o a una piccola commessa che non ha mai trovato la via alla coscienza sociale a causa di un’insufficienza intellettuale, determinata da conflitti sessuali. Bisogna conoscere la vita di questi cinque milioni di persone che prendono una decisione, “apolitiche”, socialmente represse, così come si svolge in realtà, per comprendere anche quale ruolo svolge la vita privata, cioè essenzialmente la vita sessuale, sotterraneamente alla grande vita sociale. Non la si può registrare statisticamente; e non siamo nemmeno ammiratori della pseudo-esattezza statistica che ignora la vita reale, mentre Hitler con la sua negazione della statistica e sfruttando le scorie della miseria sessuale ha conquistato il potere.

L’uomo socialmente irresponsabile è l’uomo assorbito dai conflitti sessuali. Volerlo rendere socialmente responsabile eliminando la sessualità, come si è fatto finora, non solo è un’impresa senza speranza, ma il mezzo più sicuro per consegnarlo alla reazione politica che sfrutta brillantemente le conseguenze della sua miseria sessuale.”

Qualche interrogativo sorge spontaneo.

C’è da chiedersi se certa televisione “privata e commerciale”, ricca di “silicone” ed “anabolizzanti” e povera di contenuti culturali non sia stata creata per destare l’interesse e orientare l’opinione degli “apolitici e socialmente irresponsabili” definiti da Reich e quale sia in questo senso il suo peso nella situazione politica e sociale che viviamo oggi. Del resto nel film di Moretti, mentre uno stuolo di “veline ben svestite” ballano in uno studio televisivo, “il caimano” dice: “Preferivate la televisione di Stato con due canali grigi, uguali, i programmi che finivano alle 11 di sera e con quelle ballerine tutte vestite?”. Ed il pubblico: “Noooooooo”. C’è da chiedersi perché, in questa televisione, quasi tutta la pubblicità è a sfondo sessuale. Forse il mezzo meccanico, elettronico, l’indumento firmato quando non addirittura uno yoghurt che ti fa fare “l’amore con il sapore”, promettono (ma ovviamente non mantengono) di risolvere i “conflitti sessuali” di molti telespettatori, con l’effetto solo di lenire le “tensioni interiori” creando in loro dipendenza. E così questi comprano prodotti, si “fanno” chili di yoghurt e votano “l’Unto del Signore” senza sapere perché e per chi, spesso agendo palesemente contro i propri oggettivi interessi economici e sociali.

Per la giornata della memoria, infine, ancora una citazione dal libro:

“Il fascismo, nella sua forma più pura, è la somma di tutte le reazioni irrazionali del carattere umano medio. Il sociologo ottuso, a cui manca il coraggio di riconoscere il ruolo predominante della irrazionalità nella storia dell’umanità, considera la teoria fascista della razza soltanto un interesse imperialistico, per dirla con parole più blande, un “pregiudizio”. Lo stesso dicasi per il politico irresponsabile e retorico. L’intensità e la vasta diffusione di questi “pregiudizi razziali” sono la prova che essi affondano le loro radici nella parte irrazionale del carattere umano. La teoria della razza non è una creazione del fascismo. Al contrario: il fascismo è una creazione dell’odio razziale e la sua espressione politicamente organizzata. Di conseguenza esiste un fascismo tedesco, italiano, spagnolo, anglosassone….L’ideologia razziale è una tipica espressione caratteriale biopatica dell’uomo orgasticamente impotente.”

Geppo Coppola

Impressioni di settembre

In Musica, Recensioni on febbraio 1, 2009 at 5:44 pm

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Gli uomini calpestano la terra, il loro sangue la impasta. Da secoli è così, per secoli sarà così. Niente è diverso da ciò che è stato e da ciò che sarà, così vanno le cose, così devono andare. L’uomo si sveglia al mattino, consapevole del proprio ruolo, arranca insoddisfatto verso il crinale della propria esistenza, si dimena inutilmente nel proprio alveo, ringhia e, almeno finchè avrà un filo d’aria nei polmoni, coltiva la speranza. Immateriale linfa vitale.

Impressioni di settembre è una canzone sulla speranza, un caposaldo della musica italiana, capolavoro insuperato ed insuperabile della Premiata Forneria Marconi datato 1971, il suono di figli dei fiori ancora assopiti nel loro meraviglioso torpore. Non sarebbe durato ancora molto, ma si sa, certe cose bisogna godersele finchè durano, senza porsi tanti problemi. L’emozione non sente ragioni, se non la vivi per tempo vola via. E non torna.

Impressioni di settembre ora è una cover dei Marlene Kuntz, Cristiano Godano non è il buon Franco Mussida, e si sente. Godano urla la rabbia di una speranza tradita, di chi sa bene come vanno le cose e non crede che la speranza sia una pietanza che possa essere offerta gratuitamente, ma sa bene che dovrà andarsela a prendere. A strapparla. Senza indugi.

Le chitarre stridono, impazienti, compresse, la voce è cupa, come cupo è diventato il suono del moog. Parla di speranza ma non ha dimenticato la sofferenza che la speranza in un riscatto ha fatto tanto desiderare. Questa è la musica del nostro tempo. Un tempo in cui, secondo alcuni benpensanti del vacuo, l’esercizio della speranza dovrebbe lasciare il posto alla triste consapevolezza di ciò che mai sarà.

Per la prima volta la stessa canzone mi comunica stati d’animo completamente antitetici: Impressioni di settembre della PFM è un inno solare, il suono del moog ti accarezza con la dolcezza dell’amore,  parla di una speranza che lenisce i mali; Impressioni di settembre dei Marlene Kuntz non è niente di tutto ciò, le chitarre  ti ringhiano addosso rabbia, le tinte sono più scure, non dolce d’amore ma rosso di passione. Sangue. Le stesse parole mi fanno pensare ad altro, le stesse parole descrivono e regalano emozioni molto forti. Intense. Non se ne esce indenni. Comunque.

Giorgio Castriota

Le mie ultime parole – Lettere dalla Shoah

In Letture, Pensiero, Recensioni, Storia contemporanea on gennaio 28, 2009 at 10:55 am

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Una lettera è un’anima, un’eco fedele della voce che parla (Honoré de Balzac).

Quello che affidiamo a po­che righe o a migliaia di pa­ro­le su una pagina è sicuramente quanto di più intimo, delicato, profondo abbiamo . Le lettere diventano le mappe nella personale geografia dei sentimenti di ciascuno e come una fotografia semantica, fermano un tempo nella sua assolutezza.

Sen­ti­menti che rimangono lì, intoccabili, difesi dalla labilità dei ricordi, dalle rughe che segnano il viso, e che spesso rivivono nella loro bellezza o drammaticità quando quelle stesse frasi tornano a farsi sentire e a farsi leggere. Così come regalano emozioni forti quelle racchiuse nello straordinario volume Le mie ultime parole – Lettere dalla Shoah (Editori Laterza) a cura di Zwi Bacharach (l’edizione italiana è a cura di Fiorella Gabizon): testimonianze di quello che è avvenuto ma da una prospettiva particolare, quella privata, in cui le singole vicende, narrate dalla voce, accorata, appassionata dei protagonisti si intrecciano come spesso accade con i grandi avvenimenti della storia (in questo caso da cancellare perchè è quella legata allo sterminio di milioni di persone nei campi di concentramento nazista).

So­no pagine di amore verso la famiglia uno degli elementi che da sempre caratterizza l’eb­rais­mo: lo strazio degli abbracci mancati, a volte dell’impossibilità di non aver avuto modo di salutare i propri cari o di averli visti andar via lontano, la consapevolezza della fine imminente o il non sapere nulla del destino terribile che si stava compiendo. Proba­bil­mente nessuno degli au­to­ri di questi frammenti d’anima avrà avuto la consapevolezza che quello che veniva scritto alla madre, alla sorella, alla moglie, agli amici sarebbe diventato documento, de­nuncia, narrazione dell’orrore: quello che qui emerge è l’esperienza personale di ciascuno che permette di ritrovare però degli elementi comuni, primo fra tutti il tentativo di l’eliminazione graduale di ogni forma di umanità.

Scritte tra il ’38 e il ’42, le lettere, sono state spedite da chi abitava nelle grandi città europee prima dei rastrellamenti di massa, da chi invece era nei lager e da quelli che vivevano in clandestinità. An­che se (quando lo sterminio diventò sistematico), erano sottoposte a censura e spesso i messaggi erano cifrati, molte si sono salvate e sono custodite negli archivi dopo essere state donate dai familiari o dagli stessi deportati sopravvissuti: molte, tra quelle recuperate,  vennero gettate dagli ebrei che si trovavano sui treni diretti ai campi. Quasi miracolosamente qualcuno le ha raccolte e le ha inviate all’indirizzo indicato: un gesto che, per chi non ha più ri­vi­sto i suoi cari, sarà stato im­pa­gabile.

In quasi tutte le lettere (la maggior parte vengono dal­la Polonia) da un lato la spon­taneità delle sensazioni, i pensieri di ‘cura’ per gli scampati all’orrore e dall’altro un u­ni­co grande coro nell’essere ri­cor­dati dalle generazioni future. La stessa lettera diventa un yizkor, quella che viene definita preghiera commemorativa in cui il morto è chiamato per nome e per colui che la recita, l’identificazione con chi non c’è più, diventa intima e significativa. Così come spesso viene chiesto ai parenti di organizzare un yahrzeit, un giorno per il ricordo (i riferimenti sono alla data di deportazione o a quello che precede l’esecuzione), che inevitabilmente ci ricollega alla giornata della memoria istituita il 27 gennaio.

Sono lettere toccanti, lunghissime, brevi riflessioni sul senso dell’esistenza (escluse quelle, pochissime, che invece sono degli ebrei che non potendo più sopportare le atrocità subite decidono di togliersi la vita), pensieri che riescono ad andare oltre il filo spinato attraverso le  ali eterne della speranza e a guardare ad un futuro migliore.

A parlare, a raccontare, a scrivere, uomini e donne che non sono più tornati, a cui è stato sottratto tragicamente e preventivamente il nuovo di un tempo non ancora giunto. Quello che ci pia­ce pensare è che quelle parole, che possiamo ora rileggere per non dimenticare, ab­biano aiutato chi ha dovuto continuare a vivere con un vuo­to così grande per sempre accanto, ad andare avanti, ad innamorarsi ancora, a guardare verso il cielo ogni mattina, a stupirsi di ogni bimbo che nasce. Nonostante tutto.

Gilda Camero

Conversazione in Sicilia

In Classici della Letteratura, Letture, Pensiero, Recensioni on gennaio 28, 2009 at 9:03 am

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Quale differenza esiste tra i termini “sublime” e “soave”?

E’ un po’ di tempo, ormai, che Conversazione me la sento nel cuore e nella mente e per definirla ho spesso usato con i miei interlocutori il  termine sublime. Poi ieri, mentre la sfogliavo, mi ha colpito quanto spesso Vittorini per descrivere la Sicilia e i siciliani utilizzi il termine soave,  che vuol dire “attraente,  dolce,  che riesce grato e piacevole ai vari sensi, che infonde calma,  pace e tranquillità”. Sublime, invece, è voce dotta che indica “ciò che è illustre, nobile, eccelso, eccellente, insigne sugli altri”.

Forse se volessimo indicare la grandezza letteraria di quest’opera certamente sottovalutata dal grande pubblico, potremmo definirla sublime, se invece volessimo far comprendere le emozioni che trasmette leggendola, dovremmo senza dubbio definirla soave.

Soave ed emozionante è l’introduzione che ci fa accapponare la pelle, perché all’improvviso, già dalle prime righe ci travolge e ci sentiamo tutti come Silvestro: davanti alle atrocità del mondo, al genere umano offeso, chinare il capo, sentire di non avere interlocutori, di non riuscire a dire e fare nulla, provare “la quiete nella non speranza. Credere il genere umano perduto e non avere febbre di fare qualcosa in contrario, voglia di perdermi, ad esempio, con lui”. Andare avanti sotto la pioggia e sentire, con indifferenza, che l’acqua ti entra nelle scarpe rotte.

Il libro, quindi, comincia così, con la quiete nella non speranza. Ancora una volta.

Ma questo sentimento ormai non è più solo, perché comincia ad essere contrastato da astratti furori che il nostro protagonista prova per il genere umano offeso.

E così, all’improvviso, con una apparente iniziale indifferenza comincia un viaggio verso la Sicilia, fatto di fotogrammi in bianco e nero, intervallati da squarci dai colori dirompenti; e d’un tratto l’indifferenza svanisce, per lasciare il posto alla soavità delle cose reali che si confondono con i ricordi di bambino, in un viaggio nella quarta dimensione che consente a Silvestro di recuperare le sue emozioni autentiche, gli archetipi della sua memoria, la sua fede di bambino (l’aquilone che vede volare alto nel cielo), di quando il mondo era tutto una Mille e una notte.

Memorabili sono i personaggi che incontra durante il suo viaggio: il Gran Lombardo alla ricerca di altri e alti doveri, Coi Baffi e Senza Baffi, la Madre (Donna Concezione), personaggio centrale del libro, che non riesce a dare al figlio risposte strane alle sue domande strane. E poi il nonno, il padre, i malati invisibili incontrati nel giro delle iniezioni, simbolo del genere umano offeso e sofferente, l’Arrotino, l’Uomo Ezechiele, Porfirio, Colombo (ciascuno allegoria di una differente ideologia), gli operai piangenti, il soldato, la donna di bronzo.

Ciascuna di queste figure rappresenta una immagine, un simbolo che il lettore è invitato a cogliere, comprendere e sentire, perché Conversazione è un libro che dice tante cose, ma deve farlo usando il simbolismo delle immagini, per non incorrere nella censura del 1937, anno della sua pubblicazione.

E finalmente arriviamo alla conclusione di questo iperbolico viaggio, anche noi mischiati nella processione che segue e pone domande a Silvestro, il quale, ebbro, si esprime con parole suggellate, ma finalmente non è più solo: ha trovato i suoi interlocutori.

Finalmente la quiete nella non speranza ha lasciato il passo alla speranza nella non quiete.

Rosa Lonigro

Valzer con Bashir

In Cinema, Politica, Recensioni, Storia contemporanea on gennaio 25, 2009 at 9:59 am

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Valzer con Bashir – Israele, 2008

  • Regia: Ari Folman
  • Animazione: Yoni Goodman
  • Genere: drammatico
  • Durata: 87′

I lupi inferociti che corrono, pronti per colpire. Annusano: non è quello che cercavano. Si arrestano dinanzi ad una finestra. Tutto rimanda ai ‘lupi’ di questi giorni, in guerra a Gaza, neanche poi per metafora. Il regista israeliano Ari Folman, con un linguaggio poetico affatto ermetista, ma denso di sangue e lacrime, racconta la vera esperienza di uomini che nel Libano hanno sognato la possibilità di una svolta. Per la maggior parte dei quali segnata per sempre dal suggello della morte. Per altri un tormento che ancora dura nei lancinanti ricordi. Valzer con Bashir è un film sull’atrocità della memoria dei morti e dei vivi. Sulla memoria collettiva.

Sono precisamente 26 le bestie dell’incredibile sequenza iniziale, le stesse uccise venticinque anni prima in Libano, e che tormentano le notti di un vecchio commilitone. La memoria del pianto e del dolore dei profughi palestinesi scampati al massacro di Sabra e Chatila, nel non lontano 1982, ad opera dei cristiani falangisti, sono la materia densissima affidata al ricordo reale, vissuto in prima persona dallo stesso regista, oltre che all’animazione di Yoni Goodman e al suono minimalista di Max Richter (premiato con l’EFA).

L’impatto visivo è decisamente impressionante, quanto le immagini reali di questi giorni diffuse dai media. La stessa idea del titolo, che per tutta la prima parte del film, non si riesce a collocare da nessuna parte, poi è assolutamente una grande sorpresa, oltre che una genialata da parte di chi ha scelto il titolo anche in italiano (una volta tanto!), perché il valzer rimanda all’esperienza realmente vissuta dal regista, allora diciannovenne, costretto a sparare ‘danzando’ in mezzo al fuoco incrociato e al cospetto di giganteschi manifesti con l’immagine dell’appena ucciso presidente cristiano, Bashir Gemayel. In tutto il film, dall’inizio alla fine, si respira molta disperazione.

L’anno scorso toccò a Persepolis di Marjane Satrapi ad entusiasmare il pubblico della Croisette, allo stesso modo di come quest’anno è toccato a quest’altro film di animazione, ma che inspiegabilmente non è riuscito a portarsi a casa nessun premio. Eppure bellezza ed originalità da vendere ce le ha tutte: dalla scelta del tratto grafico, lontanissimo rispetto a tutte le tecniche più in voga, questa unisce le tavole disegnate ed effetti digitali, mettendo in bella mostra lo spessore e la nettezza dei tratti, i chiaroscuri e i colori dal forte impatto emotivo, che si arricchiscono perché accompagnati dal commento musicale pop e post-punk di inizio anni Ottanta. Tutto amalgamato dalla poeticità propria della cultura del nostro tempo, ancora fortemente nichilista e ossessivamente legata all’onirico e a tutto ciò che avrebbe l’esigenza di essere focalizzato e analizzato da analisti che vadano oltre la psicanalisi di freudiana memoria. Non si tratta neanche di interpretazione di sogni, o semmai, nel film Folman ne rimanda continuamente uno, fortemente politico, inteso alla maniera di chi interpreta i sogni, senza distinzione di razza, cultura e religione, per il raggiungimento di quel grande sogno che ancora si distingue per la sua utopisticità: la pace. Senza ma e senza però, ma solo a ritmo di danza. Meglio s’è un valzer a due, senza l’arma come compagna ballerina.

Giancarlo Visitilli

Il paese delle spose infelici

In Letture, Recensioni on gennaio 22, 2009 at 10:38 pm

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È la prima volta che scelgo di parlare di un libro prima di averne completata la lettura, il motivo è, nella sua bizzara particolarità, molto semplice: “Il paese delle spose infelici” è un libro magico. Nel senso più puro del termine. La mia scelta apparirà irrazionale eppure non riesco a comportarmi altrimenti.

La forza dei libri e del meccanismo della lettura risiede nella possibilità, propria di ciascun testo, di essere filtrato dalla sensibilità e dal vissuto di chi lo legge e di vivere una vita diversa nel ricordo di ciascuno dei suoi lettori. Mario Desiati è riuscito ad andare oltre: il suo libro ha la capacità di prescindere dalla storia che ne raccontano le parole e di far immaginare al lettore un’altra storia di cui egli stesso è il protagonista, magari diversa per dinamiche ed epilogo eppure identica per emozioni e nostalgie suscitate. Incredibile.

Ulteriore elemento di fascino che mi fa amare questo libro è il fatto che è stato il libro a scegliere me: avevo del tempo da consumare prima che questo consumasse me, nient’altro da fare se non aspettare che andasse via. In giro per la città vengo portato in una caffetteria dove un giovane autore parla della sua adolescenza, della Taranto di qualche anno fa, di “spose infelici”…mi annoio, sto fermo a fatica, ho bisogno d’altro, eppure qualcosa delle letture estratte dal libro riesce a far vibrare le corde della mia memoria ed a farle suonare. Meravigliosamente. Ritorno bambino, ricordo volti e respiri che non sono più, né qui né altrove, sensazioni che il tempo ha ritenuto opportuno tenere per sé, privandomi della leggerezza propria di chi deve solo correre a perdifiato, senza preoccuparsi della meta. Parlo con l’autore e scopro che abbiamo la stessa età, compro il libro e gli chiedo una dedica: “A Giorgio che ha conosciuto bene gli anni delle spose infelici! Grazie!!!“.

“Una notte andammo al Redentore, vicino alle mastodontiche antenne radar della base militare. La nebbia avvolgeva tutto, eravamo felici e sicuri in quella bambagia di umido che ci nascondeva gli scheletri tentacolari dei sonar e l’orizzonte frastagliato del Siderurgico. Trovammo un giaciglio di felci aggrinzite dall’inverno, ci infilammo nel sacco a pelo che mi ero portato dietro. Eravamo indistinti, appena illuminati da una pila opalescente. Il profumo di quel bosco notturno e le coniche nuvole di freddo che uscivano dalle labbra di Annalisa, non li dimenticherò mai.”

Ed ora vogliate scusarmi, torno nel paese delle spose infelici. Vi aspetto.

Giorgio Castriota

Canone inverso

In Cinema, Recensioni on gennaio 14, 2009 at 11:08 pm

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Non capita spesso nella vita di guardare un film e rimanerne colpiti.

Questo è quanto accade con la visione di “Canone Inverso – Making Love” di Ricky Tognazzi, un film di qualche anno fa, probabilmente del 2000. La prima volta in cui l’ho visto ricordo di esserne stata catturata. Tutto è perfetto. Gli attori, la sceneggiatura, l’ambientazione, la musica.

Eccoci arrivati a Lei.

Questa magica musica che pervade lo spettatore e che attraversa il film, accompagnandolo dall’inizio alla fine. Assolutamente indimenticabile.

Praga, 1968. Il giovane violinista Jeno Varga incontra Costanza, una giovane donna, in un locale e suona una musica che la fa tornare indietro nel tempo, ai suoi ricordi confusi di bambina. Questa musica è per lei e per “tutte le donne che hanno negli occhi la memoria del mondo”.

Da questo momento in poi si torna indietro agli anni dei nazisti di Hitler, anni durante i quali nasce un’amicizia tra due magici violinisti, due giovani “folli”, due che quando suonano fanno all’amore, “making love” appunto. Anni difficili durante i quali nasce una splendida quanto tormentata storia d’amore tra uno dei due violinisti ed una famosa pianista.

E come un canone inverso , che lo si può suonare a ritroso, che fa tornare indietro, più il film avanza e più la mente ripercorre gli anni passati.

Un film perfetto. Assolutamente consigliato a chi non solo ama la musica, ma la considera parte integrante di sé .

Claudia Cappello

L’onda perfetta

In Letture, Recensioni on gennaio 12, 2009 at 10:30 pm

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È come se inconsciamente, involontariamente, ognuno di noi scegliesse di avere un ruolo in questa beffarda vita. Ho creduto che il mio fosse essere un leader finanziario della Grande Mela e invece…un incontro ti inquieta, ti destabilizza, ti disorienta, per poi metterti di fronte all’orizzonte terso della spiaggia dei sogni… è li, nel respiro di uno spazio strerminato, nel silenzio assordante, che dai energia ai moti dell’anima, ai ricordi del cuore, ai sogni d’infanzia… i passi si succedono leggeri come l’impronta effimera sul bagnasciuga, le tensioni si dissolvono, le rughe svaniscono e l’iride rivive. Né tempo né spazio, solo l’onda perfetta, la felicità tanto impercettibile quanto assoluta. È li che amavo perdermi, rifugiarmi, sorseggiare porto e leggere versi alla fiamma di un lumino, è lì, nel topos della salvezza, che ho avvertito in me il compito di dover condurre il mio amico John Williams, brillante manager quarantenne, all’apice della carriera, con un’adorabile famiglia, una casa sull’oceano… eppure…

Mesi senza giorni, giorni senza ore …dov’è l’incantesimo? In una conchiglia che svanisce… come l’amico che ha assolto alla sua missione.

Ognuno di voi per volontà o per destino è stato o sarà Simon per qualcuno.

Un romanzo profondo e semplice, specchio della filosofia di vita dell’ autore, fluido e intimamente vorticoso come le onde che il surfista Sergio Barbaren ricerca nel mare della vita.

Rossella Gendarmi

La chiave a stella

In Letture, Pensiero, Recensioni on gennaio 8, 2009 at 1:37 am

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Questo Presidio è, tra le altre cose, un modo per i suoi autori di onorare la memoria di Primo Levi. L’amore per il percorso intellettuale tracciato dall’opera dello scrittore torinese è la scintilla che ha acceso il fuoco che alimenta questo spazio web. Gli scritti di Primo Levi sono preziosi: costituiscono, di per sè, un presidio dell’intelligenza, dell’umana volontà di comprendere il mondo e di descriverlo. Un baluardo imprescindibile nella cultura del secolo appena trascorso, un capitolo fondamentale per la formazione di chi scrive.

La chiave a stella” è il primo romanzo d’invenzione di Primo Levi, una ulteriore testimonianza del suo profondo amore per il lavoro. Lavoro che gli ha consentito di tornare a casa dai lager nazisti. Una delle più riuscite prove dell’uomo di ricreare l’inferno su questa terra.

Credo che gli unici uomini che possano parlare, non a sproposito, di libertà siano coloro i quali la libertà l’hanno perduta ingiustamente. Primo Levi è tra questi:

“Il termine “libertà” ha notoriamente molti sensi, ma forse il tipo di libertà più accessibile, più goduto soggettivamente, e più utile al consorzio umano, coincide con l’essere competenti nel proprio lavoro, e quindi nel provare piacere a svolgerlo.”

Più di una volta leggendo Primo Levi ho avuto la sensazione netta di arricchirmi, di ricevere preziosi “consigli”, come quelli che danno i genitori ai propri figli quando cercano di prevenire le ineludibili  difficoltà della vita che, presto o tardi, veleranno di grigio la serenità dei loro bambini.

Un’altra sensazione che si ha è quella di leggere lo scritto di un acuto osservatore della realtà, di un uomo che probabilmente non ha modificato il corso delle cose, ma sicuramente le ha descritte nel migliore dei modi possibili:

“Io credo che gli uomini siano fatti come i gatti. Se non sanno cosa fare, se non hanno topi da prendere, si graffiano tra di loro, scappano sui tetti, oppure si arrampicano sugli alberi e magari poi gnaulano perché non sono più buoni a scendere. Io credo che per vivere contenti bisogna per forza avere qualche cosa da fare, ma che non sia troppo facile; oppure qualche cosa da desiderare, ma non un desiderio così per aria, qualche cosa che uno abbia la speranza di arrivarci.”

Parole sante.

Giorgio Castriota

 

 

Come dio comanda

In Cinema, Recensioni on dicembre 22, 2008 at 8:20 pm

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Come dio comanda (Italia, 2008)

  • Regia– Gabriele Salvatores
  • Interpreti– Filippo Timi, Alvaro Calca, Elio Germano, Fabio De Luigi, Angelica Leo.
  • Genere– drammatico
  • Durata– 113′

Io ho paura. Tutti si ha paura, durante la visione di questo bellissimo film di Salvatores, che si manipola tra suspence, attese, gravitazioni e sospensioni, così come il cielo vuole.

L’avevamo lasciato con l’inconsistente Quo vadis baby? (2005), il regista originario di Napoli, che ora torna nuovamente con una storia scritta dal bravissimo Ammaniti e dal regista stesso ridotta al minimo, per regalarci il massimo che una sceneggiatura possa esprimere. Si, perché, nonostante il film sia molto ellittico, rispetto alla storia del romanzo, tutto torna, tutto funziona e anche le location hanno un ritorno visivo consistente con quanto il romanzo lascia immaginare al lettore.

Trattasi di quella provincia del Nord Italia, precisamente del Friuli: una sorta di landa desolata, disseminata di pendici di maestose montagne e di cime ferrose, da cui si sprigiona il veleno industriale. Case sparse e costruite lungo una superstrada in mezzo ad enormi depositi di legna, centri commerciali e neon. Qui vivono un padre e un figlio. Rino e Cristiano Zena. Rino è un disoccupato, che vive la precarietà famigliare e sociale. Cristiano è uno studente: scuola media inferiore. Il loro è un rapporto d’amore tragico e oscuro. Soli combattono contro tutto e tutti. Rino educa suo figlio come può. Come sa. Cristiano lo ama, lo venera, lo considera il suo faro, la sua guida spirituale, alla maniera di quel che De André diceva di quell'”innocente lo seguì, senza le armi lo seguì, sulla sua cattiva strada”. Si tratta di un amore sbagliato, ma potentissimo. Entrambi, in comune hanno un solo amico, Quattro Formaggi, che consuma la sua vita, i suoi desideri e i suoi amori, tra presepi coi Puffi e bambole che assomigliano a la ragazza di Lars.

Il film è molto musicale, non solo per quello che sempre accade nei lavori di Salvatores, la ricerca musicale (molto interessante il rock dei romani Mokadelic, che firmano la colonna sonora del film), ma per i rimandi che provoca. A proposito del padre, per esempio, come fare a meno di pensare a quello che Ferretti scriveva: “come un animale che non sa capire, guardo il mondo con occhio lineare, come un animale che non sa cos’è il dolore, che non può capire, nel tempo di morire, cerco un posto che non si può trovare”. Infatti, padre e figlio, come in Io non ho paura, vivono come in quelle antiche favole, densamente abitate nei boschi, dove il ‘lupo’ e ‘cappuccetto rosso’, non sanno d’appartenere alla stessa famiglia e guardano il mondo “con occhio lineare”, quasi privato della possibilità del male. Non sarà un caso anche che il film è girato praticamente tutto con la macchina in spalla: ci si muove con gli attori, li si spia, li si segue sotto la pioggia o nel fango, ci si intromette finanche nelle loro risse o nei loro abbracci. Guai a farsi accorgere (la maestria del regista che osserva senza farsi guardare), interromperli. Piuttosto, ci si infradicia e sporca di fango con loro. E non c’è verso neanche di riprendersi con un respiro, dalle forti emozioni, alle quali si resta sempre ancorati, per merito di un ferratissimo e straordinario montaggio (Massimo Fiocchi).

Si notano le preferenze del Salvatores cinefilo: dall’amore omaggiato per Hitchcock, a Van Sant, passando per Cronenberg. Ottimo anche il cast, dal bravissimo esordiente Alvaro Calca, all’immenso, come sempre, Filippo Timi: difficile non emozionarsi nella scena finale per la veridicità della prova; invece, un po’ troppo sopra le righe (troppe smorfie), la prova di Elio Germano.

Quella di Salvatores è l’ennesima prova di come il cinema italiano, checché ne possano pensare i grandi ‘esperti’ di cinema, non è affatto in crisi, anzi vive nuovamente il suo momento migliore, perché forse libero da certi vizi capitali, ma anche paesani, di considerare “nemo profeta in patria”.

Insomma, finalmente, un film come dio comanda.

Giancarlo Visitilli

Ultimo tango a Parigi

In Cinema, Recensioni on dicembre 18, 2008 at 3:22 pm

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Ultimo tango a Parigi (Italia, 1972)

  • Regia : Bernardo Bertolucci
  • Interpreti : Marlon Brando, Maria Schneider, Maria Michi, Massimo Girotti, Jean-Pierre Léaud
  • Genere : Drammatico
  • Durata : 132

Parigi, fine anni ’60. Due sconosciuti, un uomo di mezza età (Marlon Brando) e una giovane donna (Maria Schneider) si incontrano in un appartamento decadente sfitto.

Poche parole: “Lo prendi tu? Ti piace?”, “Non lo so, e a te piace?”, e quell’appartamento diventa il set del loro amore surreale, un luogo dove l’angoscia, la rabbia e la disperazione dell’uomo vengono leniti dalla leggerezza e dalla giovinezza della donna.

Un luogo dove dimenticare sé stessi, la propria storia, non raccontarsi niente. Non servono i nomi, contano solo le percezioni, le emozioni, la carnalità del sesso, che è dolce e violento insieme.

Il sesso come anestetico e droga contro la solitudine, contro la inevitabile fine dei rapporti e di tutte le cose terrene. Un ritorno agli istinti primordiali, prendere esempio dagli animali per non soffrire, tenersi lontani dai sentimenti.

Ma i due amanti finiscono col cedere alle regole della ragione: per capire, conoscere, vogliono credere che si possano abbattere le pareti di quell’appartamento senza che niente tra loro cambi.

“Ho 45 anni, gestisco un albergo non proprio ben frequentato, non che sia un bordello, però… Mia moglie si è suicidata, bevo e la mia prostata è gonfia come un pallone”.

Il sogno si infrange, la realtà è dura e ne prende il posto, ma non ci si arrende, si insegue ancora affannosamente il sogno, e dopo un’estenuante corsa lo si riafferra, lo si trattiene con forza, ma fugge di nuovo.

E’ l’ultimo tango, il sogno è finito, non può ricominciare, deve solo finire.

Il film in Italia fu sequestrato per “esasperato pansessualismo fine a se stesso”, e nel 1976 condannato al rogo dalla Cassazione. Ne furono salvate solo alcune copie.

Il regista, accusato di offesa al comune senso del pudore, venne privato per cinque anni dei diritti civili, tra cui quello di voto, e fu condannato a quattro mesi di reclusione (mai scontati).

A distanza di anni, nel 1987, il film venne riabilitato e proiettato nelle sale italiane, riscuotendo un vasto successo da parte del pubblico.

Stefania Bux

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Una nuova firma arricchisce ulteriormente di contenuti e nuovi punti di vista il Presidio Primo Levi. La cara amica Stefania Bux ha voluto regalarci la sua prima recensione attraverso la quale racconta un classico del cinema. Benvenuta.