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Archive for the ‘Recensioni’ Category

The millionaire

In Cinema, Recensioni on dicembre 13, 2008 at 1:55 pm

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The millionaire (Uk, Usa, 2008)

  • Regia – Danny Boyle
  • Interpreti – Dev Patel, Freida Pinto, Anil Kapoor, Madhur Mittal, Irfan Khan
  • Genere – drammatico
  • Durata – 120’

Com’è difficile smitizzare un artista ch’è divenuto un mito, come nel caso di Danny Boyle, dal grande pubblico conosciuto come il regista britannico del troppo osannato Trainspotting, e che ora ha confezionato anche il suo film bollywoodiano.

La storia, ispirata al bestseller “Q&A”, dell’indiano Vikas Swarup, è quella di Jamal Malik, un giovane che si guadagna da vivere facendo l’assistente, al modo di chi piuttosto altro non è che “il ragazzo del the”, in uno dei numerosissimi call center di Mumbai, che offrono servizi telefonici a tutto il pianeta. L’unica speranza che gli resta per ritrovare l’amore della sua infanzia e poterle offrire un qualche futuro è quella di partecipare a “Chi vuol esser milionario?” e vincere più soldi possibile. Incredibilmente, il ragazzo ha più fortuna di quanto non potesse lui stesso immaginare.

Il film di Boyle è un’accozzaglia di generi: dallo sperimentato glamour finto-indy della Nair (il coregista di Boyle, Loveleen Tandan è il responsabile del casting di Monsoon Wedding), al musical dell’ultimo Friedlander (Ti va di ballare?), fino all’horror, modello De Filippi-Costanzo-Isola-Mediaset. Nel film, addirittura poco convincente appare anche la stessa cornice dello show in tv, tanto da far rimpiangere anche il nostro peggiore Gerry Scotti. E’ un film, perciò, che fa molto inquietare, anche lo spettatore meno afferrato nelle ‘cose’ di cinema (perché dal punto di vista della tecnica cinematografica è assolutamente impeccabile, anzi…), vista la moda di molti registi di paesi, ex grandi potenze coloniali che, anziché raccontare della condizione degli stranieri nei propri paesi, preferiscono loro stessi andare direttamente a riprendere ciò che accade, nelle favelas indiane, in questo caso.

The millionaire non funziona perché è eccessivamente pretestuoso: vuol coniugare i troppi e diversi registri, dalla favola del protagonista al plot, eccessivamente sentimentale, del finale, passando anche dall’infanzia tragica dei bambini delle favelas indiane e la spietatezza di coloro che li sfruttano. Tuttavia, impeccabile, come sempre la fotografia di Anthony Dod Mantle e il montaggio di Chris Dickens, che insieme all’accurata ricerca musicale (Rahman), e nonostante la sceneggiatura risulti un ‘melting pot’, rendono il film almeno sopportabile, tenendo conto della durata anche eccessiva, tant’è che, durante i titoli di coda, ancorché il film continua, gli spettatori lasciano le sedie che ardono. A differenza di chi, invece, dopo già un’ora ha compreso bene che per film come questi non val la pena uscire di casa. Specie in questi giorni di freddo. Purchè non li si passi dinanzi al piccolo schermo, tanto meno in compagnia di Gerry Scotti. Altrimenti, è meglio andare a vedere The millionaire al cinema.

Giancarlo Visitilli

Darwin

In Musica, Politica, Recensioni, Teatro on dicembre 10, 2008 at 11:00 pm

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Tra i tanti meriti che andrebbero unanimamente riconosciuti a Charles Darwin c’è anche quello di aver dato al Banco Del Mutuo Soccorso l’ispirazione per questo meraviglioso concept-album, concetto sempre più lontano dal comprensibile visto che oggi tutto serve subito, meglio se prima di subito, per poi essere gettato via e quindi, inesorabilmente, dimenticato.

Darwin è un capolavoro della musica rock progressiva, italiana e non solo. Il prog-rock è musica per menti progressive, per menti che, anche a costo di sbagliare, “provano a pensare un po’ diverso”.

Correva l’anno di grazia 1972. Il Banco aveva già deliziato pubblico e critica con un esordio favoloso contenuto in una confezione a forma di salvadanaio. Meraviglia tra le tante meraviglie del prog. Meravigliosi anni settanta.

Difficile parlare di questo o di quel brano, tuttavia non si può non fare una menzione particolare per “750.000 anni fa…l’amore?”, una delle più belle canzoni d’amore che io abbia mai ascoltato. Poesia allo stato puro. Racconto di un amore impossibile: quello tra uno scimmione preistorico e una creatura meravigliosa “corpo steso dai larghi fianchi…possederti, sì possederti. Anche per una volta sola”. Amore impossibile, eppure che amore: “Se fossi mia davvero di gocce d’acqua vestirei il tuo seno, poi sotto ai piedi tuoi veli di vento e foglie stenderei…ti porterei in verdi campi e danzerei sotto la luna con te”. Basta ascoltarla ad occhi chiusi per rivivere le emozioni del primo amore adolescenziale non corrisposto. E qui chi è senza peccato scagli pure la prima pietra.

Eccoli gli enormi dinosauri, intenti a ballare al ritmo morbido de “La danza dei grandi rettili”, a passo felpato, ora seri ora sorridenti, da soli o in coppia, eleganti, disinibiti, sinuosi. Prima del congedo definitivo da questo pianeta.

Darwin va ascoltato dall’inizio alla fine, senza soluzione di continuità, isolandosi dal mondo e dichiarando il tempo “fuori giurisdizione”. Ed io ora domando tempo al tempo ed egli mi risponde…non ne ho!

La musica scorre via, accarezza, scuote, affascina e, su tutto, l’insegnamento di un uomo che ci guarda da polverosi ritratti con la sua barba candida, con i folti sopraccigli un po’ tristi, al quale devono molto gli uomini e le donne che non si accontentano di consolarsi con miti di dèi e giganti… “lo sforzo di capire l’universo è una delle pochissime cose che innalzano la vita umana al di sopra del livello di una farsa, conferendole un po’ della dignità della tragedia”.

Giorgio Castriota

La musica oltre le note

In Concerti, Musica, Recensioni on novembre 30, 2008 at 11:35 pm

Steve Reich

Steve Reich

Ho scoperto che la musica più interessante in assoluto consiste semplicemente nell’allineare i loop all’unisono e lasciarli uscire lentamente fuori fase tra loro”.

A volte, quando pensiamo alle belle menti che si celano dietro il logo di Time Zones, non possiamo evitare che una domanda si impossessi di noi: ma che lo facciano apposta? Possibile che una delle loro priorità sia spingersi sempre oltre per il solo piacere di ridersela di nascosto alla faccia delle nostre povere penne che saranno poi costrette a tentare di riportare sulla fredda carta ciò che spesso sfugge all’umana percezione?

Ebbene, se il gioco è questo, allora stavolta non ci stiamo davvero, passiamo la mano, ci diamo malati, abdichiamo, ci eclissiamo, spariamo prima di sparare fesserie. Perché il penultimo appuntamento di questa XXIII edizione del festival delle musiche possibili non si può in alcun modo “dire”; il concerto del Maestro Steve Reich andava ascoltato, partecipato, vissuto, senza limitare in alcun modo i propri sensi, anzi lasciandoli – per una volta – inerpicarsi su sentieri inesplorati.

Nata da una idea del nostro compositore e percussionista Luigi Morleo, la performance – ben lungi dall’essere propriamente inedita – proponeva un viaggio in quella che, a nostro modesto parere, resta tra le migliori produzioni del compositore newyorchese, quella che prendeva le mosse dal suo interesse per le percussioni africane, che lo portò anche a recarsi più volte nel continente ove contrasse addirittura la malaria, anzi, oggi possiamo asserire senza ombra di dubbio che non deve essersi mai del tutto ripreso dalla malattia, dato che – almeno con la musica – non disdegna di tornare sul luogo del delitto, per nostra somma fortuna. In tale accezione, il set proposto in un affollato Teatro Royal di Bari è stato un vero e proprio ritorno al futuro, in cui facevano bella mostra di sé la mitica “Clapping Music”, quella “cosetta” per soli battiti di mani che sembra nata ieri ed invece è del 1972, proposta in apertura di concerto e rubata da quel capolavoro che è (ancora oggi e sempre sarà) “Early works”, ma soprattutto gran parte di quell’opera essenziale per la musica contemporanea che fu l’album “Drumming”, registrato nel 1974 per la Deutsche Grammophone e poi ripubblicato, in versione ridotta, nel 1987 per la Nonesuch. Ora come allora, a farla da padrone è il “phasing”, la tecnica compositiva inventata da Reich che consiste nella continua ripetizione di una breve frase musicale che, ora aumentandone ora diminuendone la velocità di esecuzione, viene ripetuta all’infinito ed infinite volte replicata in modo da crearne infinite combinazioni, che fu progettata inizialmente con il solo aiuto di registratori a bobine, ben presto sostituiti da una esecuzione strumentale vera e propria affidata ad ensemble sempre di altissimo livello, tra cui può ben essere annoverato quello del concerto barese che ha goduto, oltre che della presenza dello stesso Reich, della direzione dell’ottimo David Cossin, conosciuto dalle nostre parti per essere anche curatore del Sound Res Festival a Lecce.

I musicisti impegnati, in un tripudio di tamburi e xilofoni, ma anche tastiere e voci, sempre e solo usate come fossero percussioni, hanno seguito (ed eseguito) alla perfezione la lezione del maestro, “non soltanto suonando insieme, ma addirittura respirando insieme”, permettendo alle composizioni stesse di viaggiare da un lato all’atro del nostro corpo, chiarendoci finalmente quanta differenza vi possa essere tra il sentire e l’ascoltare.

Ed ancora una volta siamo riusciti ad entrare nel gioco reichiano, che per noi piccoli umani vuol dire attraversare un muro di emozioni, pulsioni e repulsioni, lasciarsi penetrare da un flusso sonoro (non-musicale) imperturbabile eppure in continuo movimento, da suoni tribali che crediamo nati con l’uomo ma che forse erano qui prima di lui, che non potranno che essere eterni perché, pur non potendo non riconoscere nel tempo la loro genia sono paradossalmente ma inequivocabilmente senza tempo. In ogni senso.

Pasquale Attolico

Galantuomini

In Cinema, Recensioni on novembre 28, 2008 at 9:53 am

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Galantuomini (Italia, 2008)

  • Regia– Edoardo Winspeare
  • Interpreti– Donatella Finocchiaro, Fabrizio Gifuni, Beppe Fiorello, Gioia Spaziani, Giorgio Colangeli
  • Genere– drammatico
  • Durata– 100′

“Vanno vengono ogni tanto si fermano e quando si fermano sono nere come il corvo sembra che ti guardano con malocchio”: sono le parole di una poesia con cui Fabrizio De André faceva cominciare un immenso suo disco, dal titolo “Le nuvole”. Sembrerebbe che anche Edoardo Winspeare si sia ispirato a questa poesia di Fabrizio. Il cielo e le nuvole, il regista talentino sceglie come ‘punto di vista’, per raccontare la sua stessa terra. Ora vista da lassù, poi concretizzatasi negli uomini e nelle donne, che insieme fanno i Galantuomini.

Il film, presentato al Festival del Cinema di Roma, non solo ha permesso di vincere un importante premio alla straordinaria attrice, e qui all’apice della sua bravura, Donatella Finocchiaro, ma continua a riscuotere ampi consensi fra il pubblico (ovunque risulta che si fa la fila al cinema, in questi giorni, per i Galantuomini) e la critica.

Ambientato nei primi anni Novanta, la storia mette bene in mostra l’escalation criminale della Sacra Corona Unita in Puglia. Nella terra degli ulivi, del sole e del mare, le cosche si contendono il territorio e portano avanti una guerra di mafia sanguinaria. Carmine Za’ gestisce i suoi affari dal Montenegro, delegando il controllo della sua zona ad una donna della mala, Lucia. Quest’ultima porterà avanti il suo lavoro con la dovuta ferocia fino a quando l’altro boss, Barabba, non tenterà di conquistare, riuscendoci, il suo territorio. Dopo una strage dalla quale esce viva, Lucia non trova altro di meglio da fare che rifugiarsi da Ignazio, suo amico di infanzia, ora magistrato antimafia.

Finalmente, non più il racconto di una terra tutta ‘allievi, ricci e cozze di mare’, fra cognati e ‘cape che girano’, al ritmo di pizzicate e tarantolate. Winspeare, dotato di un talento visivo impressionante, mette in primo piano l’infanzia di una terra che non è più. Ha smesso la sua innocenza. Il regista del non riuscito Il Miracolo (2003) mette in atto una storia contaminata dall’amore per la legge e le regole dell’amore. A vincere sarà la passione di chi rimane abbandonato in una terra, quella leccese, ch’è una finestra sul mondo: è qui che “finisce l’Italia e inizia il mondo”. A Nord di essa tutto il resto del mondo, ed in esso le città come Milano, in cui “di bello c’è una cosa sola: il treno per Lecce”. C’è una sorta di riappropriazione del territorio, la rivendicazione di un legame fra un Paese che si vuole sempre più diviso in Nord e Sud. Perciò si festeggiano le ultime feste, ma in lacrime, con tanto di spari. In cielo non più nuvole, ma fuochi che consumano l’artificio di storie impossibili, proprio come quella fra una criminale e un uomo della giustizia.

Eccellente la prova attoriale di Donatella Finocchiaro, che non ne sbaglia una (l’avevamo già notata in ruoli simili in Angela e Sulla mia pelle), accanto ad un’ottima e riuscita interpretazione di Fabrizio Gifuni e di Beppe Fiorello. Anche Giorgio Colangeli dà prova della sua grandissima espressività, del tutto naturale, peccato che sia poco presente sul grande schermo, a differenza di tanti altri, che invece, si vorrebbero per sempre confinati nella scatola casalinga. Grande merito alla fotografia di Paolo Carnera, capace di rendere algidi i ricordi, perché in conflitto con una terra che non ha più gli stessi colori e sapori dell’infanzia.

Giancarlo Visitilli

Introduzione a Andy Warhol

In Letture, Recensioni on novembre 24, 2008 at 8:54 pm

Introduzione a Andy Warhol

Andy Warhol. Un artista. Un mito. Un rivoluzionario capace di invertire lo stesso concetto di unicità dell’arte, che ha scelto la serialità come immersione nel mondo, in cui tutto oscilla costantemente nell’irrisolvibile dubbio se sia la realtà finzione o viceversa. Alla sua personalità così complessa (è stato capace di cimentarsi in moltissime attività creative, non solo legate all’immagine, da cui era ossessionato basti pensare all’uso delle parrucche per la sua calvizie incipiente o all’operazione al naso che però non riuscì a modificare il suo aspetto) è dedicato Introduzione a Andy Warhol di Andrea Mecacci pubblicato dagli Editori Laterza nella collana Maestri del Novecento: in quasi duecento pagine si ripercorrono i momenti più importanti della sua vita e non solo artistica, i suoi incontri con altri artisti (tra cui Basquiat e Haring), la sua passione per il cinema underground, per la scrittura, in cui la pop art, così inscindibilmente legata alla sua esistenza, conserva la sua vera natura, la curiosità ironica, l’immediata fruibilità e allo stesso tempo il suo essere inchiesta estetica e sociale, legata ad una componente nichilista della società industrializzata. Così come sottolinea l’autore Warhol critica ma allo stesso tempo ne è affascinato, tutto quello che rende grande l’America (sia nella passione per il i miti come Marilyn ma anche negli oggetti legati al consumismo, come il famoso barattolo Campbell’s soup cans o ancora la serie Flowers in cui la mistificazione del reale è sintetizzata dal dilagare della plastica) ed è diventato lui stesso arte (si pensi al tema del travestitismo): ha modellato la sua immagine di demiurgo passivo creando una mitologia della sua persona, in modo che contasse l’artista ed è riuscito a creare qualcosa di inedito nell’assioma che ogni esperienza è second -hand, una sequenza infinita di dimensioni virtualmente già vissute. Warhol, che ha vissuto la contemporaneità, facendo affiorare le contraddizioni dell’american dream, di una società che si espandeva economicamente frantumando la sua autenticità, resta, così come Me­cac­ci ci dimostra, una delle figure più affascinanti e in­quie­te nella storia dell’arte, alla ricerca continua di una identificazione tra quello il suo essere e l’apparire che probabilmente non realizzò mai.

Gilda Camero

Gli indifferenti

In Classici della Letteratura, Letture, Pensiero, Recensioni on novembre 22, 2008 at 1:57 pm

Gli indifferenti di Moravia

Avere 80 anni e non dimostrarli affatto.

Per essere compresa ed apprezzata, quest’opera deve essere contestualizzata nel periodo storico in cui è ambientata ed è stata concepita dal suo autore, Alberto Moravia: l’Italia degli anni Venti. Un paese dominato dall’ascesa al potere di Mussolini, culminata con l’imposizione di una dittatura che poi nel corso del tempo è stata subìta sempre più passivamente, fino a concederle un consenso quasi plebiscitario. Sono gli anni di una società borghese che cerca di dimenticare il periodo difficile della guerra e che per questo insegue il benessere e soprattutto la sua ostentazione ad ogni costo, persino quando questo benessere di fatto non esiste. L’apparenza diventa il motore che spinge gli animi, schiacciando in un angolino l’essenza delle cose.

Questa è anche la realtà sociale in cui si muovono e con la quale si confrontano i due giovani protagonisti di questa storia: Michele e Carla. Essi si sentono contagiati dalla corruzione dei costumi sociali e, seppure in modi differenti, cercano di opporvi resistenza, non riuscendo però a vedere altro intornò a sé se non il baratro, il vuoto. Ciò che maggiormente li tormenta è però la presa di coscienza di provare una assoluta indifferenza per qualcosa o qualcuno che invece dovrebbero odiare, o amare. Tutto ciò che li circonda più da vicino provoca loro un senso di disagio, una indifferenza fastidiosa che non riescono a trasformare in odio, proprio perché persino questo sentimento sembra inutile a migliorare le cose: di qui l’assoluta mancanza di aspettative, che porta in una condizione di “quiete nella non speranza”.

Il lettore li segue in questo loro percorso, in una narrazione che, se da principio può lasciarlo “indifferente e quasi infastidito” da tali personaggi, diventa via via sempre più appassionante, perché estremamente attuale. Il richiamo ai giorni nostri è pressocché immediato. Quanto spesso la gente si ritrova a ripetere con la stessa indifferenza azioni assurde, apparentemente prive di senso, talvolta dannose per sé e gli altri, solo per noia e con la speranza che possa trarne qualche beneficio?

E all’improvviso ci ritroviamo così terribilmente vicini a Michele e Carla, noi che viviamo in questo periodo storico per molti aspetti somigliante al loro, pur sempre con la speranza di riuscire a trovare dentro di noi la forza e la volontà d’animo per by-passare questo stato di “quiete nella non speranza” e provare direttamente la “speranza nella non quiete”, quello stato di irrequietezza propria di quando ti accorgi che la vita che aspetti da una vita è lì davanti a te e ti basta fare un gesto per farla tua.

Buona lettura

Rosa Lonigro

Il vecchio e il mare

In Classici della Letteratura, Letture, Recensioni on novembre 20, 2008 at 5:19 pm

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Il vecchio e il mare si è propagato in tutto il mondo come un’eco, una storia senza tempo come tutte le vicende legate al mare, come un flusso di onde che si perdono verso il blu.

È un romanzo dal “sabor” nostalgico, amaro e dolce, intrinseco in tutto ciò che ha un’anima cubana.
Ambientato nelle acque che costeggiano quella terra, cuore figurato ed emotivo del Mar dei Caraibi, narra della dualità che in esse si cela: acque turchesi che lambiscono spiagge bianche, tranquille in superficie, ma dal risvolto misterioso e insidioso in profondità.

Il protagonista è un vecchio pescatore dell’Havana, consumato dalla salsedine, col volto segnato dal sole “ma con occhi color del mare, vivi e indomiti”.
Una vita trascorsa per mare su una barchetta con “una vela rattoppata con sacchi di farina che quand’era serrata pareva la bandiera di una sconfitta perenne”, una vita legata alla dura legge del mare, il cui nutrimento dipende dai venti, dalle correnti, dalla fortuna-sfortuna.

È settembre, un mese propizio per la pesca, la corrente del golfo rende le acque ricche eppure sono ottantaquattro giorni Santiago a ogni tramonto rientra alla baracca a mani vuote; anche Manolin, l’unico affetto, il ragazzo a cui ha insegnato tutto, lo ha abbandonato per volere dei genitori, andando a pesca con altre barche, lasciandolo nello sconforto totale. Eppure il ragazzo non aveva dimenticato del tutto quel vecchio abbandonato ormai da tutti, a cui lui era sempre riconoscente, come quel giorno in cui gli consegnò tra le mani l’esca che sarebbe stata il motore dell’ultima grande sfida del vecchio con il mare.

Hemingway,  premio Nobel per la Letteratura nel 1954, narra la sfida con il grande Marlin in modo minuzioso e lento rendendo il tutto molto reale. Tre giorni e tre notti, sfida e alleanza, un lento “son” tra le onde dove a tratti si indietreggia, a tratti si avanza… due vite legate a un filo, due maschi così simili entrambi al termine dell’esistenza, coraggiosi eppure disperati ma soprattutto soli. Lo scrittore conferisce a questa danza-lotta un’umanità esasperata in cui il carnefice prega per la sua stessa vittima, dove nessuno ne esce né vincitore né vinto perché è solo il mare ad avere la meglio.

È un grande insegnamento al rispetto della natura che non bisogna mai aver la presunzione di sopraffare!

Rossella Gendarmi

La banda Baader Meinhof

In Cinema, Politica, Recensioni, Storia contemporanea on novembre 19, 2008 at 1:33 am

La Banda Baader Meinhof

La banda Baader Meinhof (Germania, 2008)

  • Regia– Uli Edel
  • Interpreti– Martina Gedeck, Moritz Bleibtreu, Johanna Wokalek, Bruno Ganz
  • Genere– storico, drammatico
  • Durata– 155′.

Noi abbiamo imparato che continuare a parlare, senza agire, è un errore”. Questo è stato il principio ispiratore di tanti movimenti, pacifisti, armati, di Destra, Sinistra, Centro, ecc. La storia, però, c’insegna che qualsiasi azione, senza una direzione, un pensiero, è fine a sé stessa. Può essere, talvolta, anche negativa, specie quando ci scappa il morto. E di esempi così, la storia del mondo è piena.

In Germania, negli anni Settanta, tre giovani, Ulrike Meinhof, Andreas Baader e Gudrun Ensslin fondano una cellula terroristica denominata: Banda Baader-Meinhoff. I giovani si scagliano contro le istituzioni tedesche, accusate di essere complici dell’imperialismo americano. La banda si trasforma velocemente in un movimento politico/terroristico noto con la sigla RAF, sorella delle BR italiane. Dopo numerose azioni violente, i capi della RAF saranno catturati dalla polizia tedesca e rinchiusi nel carcere di massima sicurezza di Stammheim, dove trovano la loro morte in un suicidio collettivo, le cui reali modalità non sono mai state chiarite.

La banda Baader Meinhof, tratto dal libro di Stefan Aust, fondamentale saggio scritto nel 1985, non è un film capolavoro, ma importantissimo. Non solo per la sostanza del suo contenuto, tratto da vicende storicamente documentate, ma anche per gli aspetti registici, comunque pregevoli. A partire dal cast, tutto di massimo livello e in stato di grazia (chi perché proviene da un lavoro duro come Quattro minuti, chi perché già attore del bellissimo Le vite degli altri, chi, come Bruno Ganz, perché non ne sbaglia uno), per le scenografie con le quali sono stati ricostruiti gli ambienti degli anni di piombo tedeschi, l’eccellente fotografia con la quale tali ambienti sono stati resi, ma soprattutto per la particolarità di come sono state ricostruite le vicende, non seguendo una linea perfettamente cronologica e consequenziale. Per cui, quello a cui assiste lo spettatore è una sorta di mostra che concatena quadri drammaturgici, intervallati da altrettanti quadri, che hanno la funzione di incorniciare l’opera, perché si tratta di materiali di repertorio. E’ evidente come Uli Edel e lo stesso co-sceneggiatore, Aust, abbiano lavorato per sottrazione: ci sono meno dialoghi e tante vere e proprie scene d’azione, la cui tensione ha una resa incredibile grazie ad una regia asciutta, priva di qualsiasi rigore estetizzante. Anche se il film esteticamente eccelle.

Sorprende lo stesso lavoro degli sceneggiatori e della loro capacità di non elevare affatto i rivoluzionari tedeschi come degli eroi o delle vittime dello Stato imperialista. Piuttosto sono la meglio gioventù tedesca, raffigurati come degli idealisti il cui scopo era quello di riuscire a creare una società più umana, senza accorgesi che sbagliavano nell’uso degli strumenti, disumani e violenti. Convinti che bastava capire solo alcune differenze: “una pietra lanciata contro una vetrina è un atto criminale, mille pietre sono un’azione politica”. Molte, curiosamente le affinità che si possono ravvisare con il gruppo terroristico italiano, a partire dalla descrizione delle azioni dei rapimenti, che tanto ricordano quello di Aldo Moro.

Negli ultimi anni il cinema tedesco si è spesso trovato a ragionare sul passato e sulle ferite ancora aperte del secolo scorso. Tutto è avvenuto mediante pellicole di ampia visibilità, di grandi produzioni, in cui il gusto narrativo accompagna l’esposizione storica. Basti pensare a film come La caduta e il recente Le vite degli altri, fino a Goodbye, Lenin. La banda Baeder Meinhof si inserisce perfettamente nella lista di una grande ed importante produzione cinematografica, di assoluta valenza storica, oltre che artistica. E quando è possibile tale connubio, si tratta di grande cinema. Perché è quello che cambia le vite degli altri, specie dopo le tante cadute a cui la storia costringe. Ce n’è per tutti in questo meraviglioso film, per chi è convinto pacifista, ma anche per chi crede ancora, ostinatamente, nella ‘guerra giusta’, perché è vero quello che nello stesso film si afferma pesantemente: “coloro che fanno violenza sui popoli, quando tale violenza se la ritrovano a casa, impazziscono”. Chi ha orecchi, intenda. Ma è dato capire anche ai sordi, perché l’orrore della guerra, dell’odio e della violenza, priva lo sguardo a chiunque.

Giancarlo Visitilli

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Il Presidio Primo Levi allarga gli orizzonti e si arricchisce di nuovi contenuti grazie alla prestigiosa firma di Giancarlo Visitilli, critico cinematografico e scrittore, nonchè invidiato collezionista di ottima musica.  Benvenuto.

No, amore mio, io non vi ho mai amata

In Pensiero, Recensioni, Teatro on novembre 8, 2008 at 9:53 pm

Michele Santeramo e Giorgio Vendola

Michele Santeramo e Giorgio Vendola

So per certo che esistono momenti così buii della vita politica di una nazione in cui alla fine di uno spettacolo teatrale siano gli spettatori a dover fare un inchino agli attori. Un inchino di felicità e riconoscenza. Se non altro per la speranza che il teatro, come esercizio dello spirito, continua ad alimentare. “The Hope” come direbbe il primo presidente nero degli Stati Uniti d’America.

Così una sera ti ritrovi in una piccola chiesetta romanica, la Vallisa di Bari, con gli amici di sempre, per uno spettacolo teatrale. Il “Cirano” mi dicono, di Michele Santeramo (attore e drammaturgo) e musiche di Giorgio Vendola (musicista, contrabbasso e basso acustico).

Come poter mancare un Cirano, chi Cirano lo è stato almeno una volta nella vita.

Cirano è un uomo come tanti. E’ anche un sensibile poeta, abile oratore, superbo spadaccino. Ma ha un naso sproporzionato e lineamenti in volto che lo rendono brutto a vedersi come le tempeste nell’Atlantico. Suo malgrado, Cirano è innamorato di una donna. Rossana è il suo nome, e ha occhi solo per Cristiano. Giovane, bellissimo cadetto, sgradevolmente ineloquente. Sciagurato, Cirano. Follemente diventa suggeritore di Cristiano, riversando nelle lettere d’amore e nelle dichiarazioni sotto il balcone, tutto l’amore stipato dietro il suo volto deturpato da quel naso. Cirano stacca le stelle come punes dal cielo e arrotola nelle sue parole tutta la volta celeste. Ma un giorno, partono per la guerra. Lui e Cristiano. Il destino crudele strappa al giovane amante di Rossana la sua breve vita. Rossana non ce la fa. Si chiude in un convento per il resto dei suoi giorni. Dopo molti anni, al tramonto delle loro vite, Cirano e Rossana tornano a parlarsi. Rossana lo riconosce, e capisce tutto. Oramai però è troppo tardi.

Michele Santeramo, la voce, parla con un contrabbasso ed un basso acustico, sublimi nelle mani di Giorgio Vendola. Cirano chiede, soffre, pensa ed il contrabbasso risponde, sembra che parli. Un monologo, un dialogo? Mi hanno detto che non c’è un nome quando un uomo ed uno strumento si parlano. E allora che sia un “biloquio”. Questa riscrittura teatrale tra le più originali di cui abbia mai potuto godere.

Parole e musica, di una triste storia d’amore, che allontanano per una breve finestra di tempo tutta la vergogna di chi dimentica e di chi non vede questo medioevo, tutto italiano, della civiltà.

Se non mi sono inchinato ieri, lo faccio ora, ricordando un contrabbasso ed una voce di un autunno di qualche tempo fa.

Clicca su PLAY per ascoltare

Roberto Anglani

Bari, 8 novembre 2008

Sulla traccia di Nives

In Letture, Recensioni on novembre 7, 2008 at 4:12 pm

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Questo libro è per tutti gli escursionisti cui alberga un’aquila nell’anima, per gli amanti delle alte quote, che impazziscono nel vedere una vetta spinti dalla voglia di salire semplicemente per vedere il mondo da lassù, che sanno cosa vuol dire stringere i denti per ore e ore su pareti ripide anche quando le gambe cedono e i nervi si sfaldano dalla fatica, per tutti quelli che osano con piedi e mani per spingersi oltre il proprio limite, che sentono la roccia come epidermide, che sanno soffrire col fine di godere solo per pochi istanti…perché questo è arrivare in vetta! In quei pochi minuti si sviluppa una reazione a catena di sensi smisurata che ripaga di tutto!

Lo spazio sconfinato, le catene che si moltiplicano sotto gli occhi, l’aria rarefatta e leggera, l’infinitamente grande della natura e l’infinitamente piccolo dell’uomo!

Erri De Luca, utilizzando la forma propria di un diario, racconta Nives Meroi, italiana, tra le pochissime donne al mondo ad aver scalato sette dei quattordici giganti che superano gli ottomila metri, la donna che un po’ tutte le donne vorrebbero essere. L’autore regala con questo libro le emozioni semplici ma vive di un diario di bordo, come se tutti i lettori fossero a scalare con Nives, riparati nelle tende tra bufere di neve, o sugli strapiombi dei tetti del mondo tra silenzi che si fanno parole.

L’atmosfera di montagna, l’alpinismo, la bellezza dei paesaggi non si possono raccontare, si devono vivere…ma chissà se, dopo aver letto “Sulla traccia di Nives”, gli uomini di mare non siano spinti a diventar anche un po’ uomini di montagna!

Rossella Gendarmi

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Il Presidio Primo Levi è lieto di arricchirsi di una nuova firma esterna, quella di Rossella Gendarmi, amica del Presidio ma soprattutto amica della natura, che ci ha voluto regalare una sua appassionata recensione. La prima, speriamo, di una lunga serie.

Grazie infinite.

Spingendo la notte più in là

In Letture, Recensioni, Storia contemporanea on novembre 5, 2008 at 2:02 pm

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Ricordo come fosse ieri l’edizione straordinaria del telegiornale che annunciava la strage alla stazione di Bologna, era il 2 agosto 1980, ricordo lo sgomento e la tristezza che quelle immagini mi procurarono. Ero un bimbo e non capivo, ora sono un uomo e continuo a non capire. Non capisco perché nel Paese in cui vivo certe verità continuino ad essere inaccessibili, precluse, blindate.

Da quando sono nato sento parlare di “anni di piombo”, di “strategia della tensione” ,  di “terroristi”, ma per quanto mi sia sforzato non sono riuscito a vedere nitidamente le tante verità che hanno seminato e fatto germogliare un odio cieco e spietato che ha causato tanto dolore e tanti lutti a troppe famiglie italiane. Una cosa però l’ho appresa in anni di letture notturne, tanto silenziose quanto preziose: la dignità dei parenti delle vittime.

Mario Calabresi è il figlio del commissario Luigi Calabresi, ucciso il 17 maggio del 1972 con due colpi di pistola sparati alle spalle. Uccidere un uomo sparandogli alle spalle è un atto di una viltà estrema.

La storia dell’omicidio Calabresi è indissolubilmente legata a quella di Giuseppe Pinelli, l’anarchico morto precipitando dalla finestra dell’ufficio del commissario Calabresi durante un interrogatorio condotto all’interno delle indagini per la bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana. La madre di tutte le stragi. Ancora senza colpevoli.

Il commissario Calabresi fu accusato dell’omicidio di Pinelli e fu vittima di una campagna di stampa, condotta soprattutto da Lotta Continua, che, di fatto, lo condannò a morte. L’innocenza di Calabresi, venne stabilita dalle indagini e da due sentenze della magistratura. Postume.

“Giuseppe Pinelli e Luigi Calabresi accomunati da quasi quarant’anni, un tempo più lungo di quello che gli fu dato di vivere. Usati uno contro l’altro, in un braccio di ferro infinito, uno dei tanti che paralizza il Paese e lo tiene costretto con la testa rivolta al passato. Anche per noi sono sempre stati accomunati, da bambini pensavamo che anche Pinelli non era tornato a casa una sera dalle sue bambine e restavamo in silenzio quando qualcuno pronunciava il suo nome. Mamma ce ne parlava con delicatezza, legava i due destini, non li ha mai contrapposti. Un giorno mi ha dato da leggere l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters e mentre me l’allungava, ma continuava a tenerla stretta in mano, mi raccontò che era stato Pinelli a regalarla a papà, un Natale. Non so dire se fossero amici, erano su sponde diverse, e ci vuole pudore quando si parla dei morti, ma sicuramente in casa nostra Giuseppe Pinelli non è mai stato un nemico.”

Mario Calabresi racconta come la sua famiglia abbia scelto, con coraggio e dignità, di “Spingere la notte più in là”.

La storia di una famiglia italiana ferita dal terrorismo che tutti dovrebbero conoscere.

Giorgio Castriota

Mario Calabresi racconta suo padre a Ballarò

Il pressappoco

In Letture, Pensiero, Recensioni on ottobre 27, 2008 at 10:14 pm

Il dubbio è l’esercizio preferito delle persone intellettualmente oneste, chi dice di non averne, oltre a non essere in buona fede, è un soggetto potenzialmente pericoloso. Un integralista, come direbbe di questi tempi qualche solerte giornalista.

Il pressappoco è l’esercizio del dubbio preventivo, una pratica che dovrebbe essere incentivata soprattutto in virtù degli assolutismi vecchi e nuovi che ammorbano l’aria del nostro presente, rendendo sempre meno definiti i contorni del domani.

In questo libro l’ingegner De Crescenzo insegna che per ogni materia c’è un pressappoco, che oltre ad essere un avverbio è anche una filosofia di vita: “Chi ama il pressappoco è quasi sempre una brava persona, più disposta ad ascoltare che a parlare. I grandi fetenti invece, gli Hitler e gli Stalin, non erano capaci di stare in silenzio. Loro preferivano dare ordini.”

Ciascun capitolo del libro è quindi dedicato al pressappoco di un aspetto della vita: l’amore, il sesso, la musica, il dolore, la dittatura, la vecchiaia, ecc.

Come invito alla lettura di questo agile volume, il cui unico difetto è quello di finire troppo presto, riporto il pressappoco del sesso secondo il filosofo partenopeo:

“La masturbazione, diciamo le cose come stanno, rappresenta il pressappoco del sesso, e io, in qualità di esperto in materia, ne posso parlare con piena cognizione di causa. La mia prima esperienza sessuale è stata meravigliosa e sarebbe stata ancora più bella se fossimo stati in due”.

Il volume è inoltre impreziosito da alcuni scatti realizzati dall’autore ed utilizzati dallo stesso per parlare del pressappoco del movimento, la fotografia appunto. Esilarante in particolare la foto relativa al manifesto funebre di un incolpevole centenario. Eterna Napoli.

Giorgio Castriota

I viceré

In Classici della Letteratura, Recensioni on ottobre 20, 2008 at 9:44 am

Uscito nel 1894, ad appena 33 anni dall’unità d’Italia, “I viceré” è un romanzo eccezionale, un impressionante affresco della Sicilia di quell’epoca, che viene descritta a tinte molto forti, attraverso soprattutto i suoi personaggi, tutti rancorosi, invidiosi, avidi, pronti a prevaricare il prossimo, pur di affermare il proprio capriccio.

La classe dirigente dell’Isola viene così descritta attraverso la nobile famiglia degli Uzeda di Francalanza, da sempre abituata a comandare e a decidere del destino altrui, avendo sempre fornito all’isola i cosiddetti Vicerè.

E attraverso la descrizione delle realtà interiori dei personaggi appaiono in tutta la loro crudezza alcune realtà che da sempre hanno caratterizzato quella società: il maggiorascato e l’importanza dell’indivisione della proprietà, che destinavano l’intero potere (anche sulle altrui vite) al figlio maggiore, mentre le figlie erano destinate a rimanere “zitelle” o suore, e i cadetti erano destinati alla carriera ecclesiastica, spesso priva di vocazione, ma in compenso caratterizzata da odio, invidia e un forte desiderio di rivalsa. E di qui, l’autore ci offre un crudo spaccato della condizione di degrado e corruzione in cui versava l’istituzione Chiesa in quel periodo.

Al di là delle vicende personali di un nugolo di personaggi, ciascuno a suo modo schiacciato dalla società e dalle convenzioni (ahinoi, quanto ancora assomigliano a certe nostre piccole realtà locali!), si svolgono le vicende della Sicilia, suo malgrado annessa ad uno Stato che viene visto e sentito come estraneo, imposto dall’esterno, certamente non desiderato, e per questo temuto. E all’improvviso tutto quello che ti è stato insegnato a scuola, lo vedi sotto una luce differente: ciò che avevi sempre pensato fosse positivo non lo è più, gli eroi si trasformano in mercenari, la liberazione in invasione.

Il messaggio de “I viceré” è terribilmente attuale e moderno: impressiona la lucidità di giudizio sugli eventi narrati, a così poca distanza dal loro svolgersi, la disillusione sulla classe al potere e sull’unificazione dell’Italia, sugli esiti infelici per la Sicilia, già così chiari all’autore dopo soli 15 anni dal loro avvenire; alla fine, nonostante le guerre e le rivolte, nulla è cambiato (come dirà poi nel “Gattopardo” il giovane Manfredi: ”Affinché tutto rimanga com’è è necessario che tutto cambi”) e al potere c’è sempre la stessa classe dirigente, quei vicerè che ora semplicemente ricorrono al filtro delle elezioni per esercitare un potere che – in fondo – tutti sentono e considerano come un loro diritto, popolo incluso.

E l’autore, ironizzando sulla famosa frase di Massimo D’Azeglio, fa dire ad uno dei suoi personaggi “Adesso che l’Italia è fatta, dobbiamo fare…gli affari nostri”, facendo meritare all’opera una censura che di fatto è durata sino all’uscita del Gattopardo, nel 1958.

Ma infondo, a distanza di 150 anni, è cambiato forse qualcosa nella nostra classe politica, nella nostra società arrivista, nell’animo della gente?

Purtroppo questo libro va letto non solo perché ci istruisce sul passato, ma anche perché è tremendamente attuale, e offre oggi come non mai, mille spunti di riflessione sul nostro presente.

Rosa Lonigro

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Il presidio Primo Levi dà il benvenuto alla prima recensione “esterna” della cara amica Rosa Lonigro, grande estimatrice dei classici della letteratura italiana, sperando di poter accogliere ancora i suoi pensieri. Ancora tante grazie.

L’alba ci colse come un tradimento

In Letture, Pensiero, Recensioni on ottobre 18, 2008 at 10:59 pm

Questo presidio del pensiero prende il nome da Primo Levi. Tuttavia, involontoriamente o per timore reverenziale nessuno degli autori ha ancora recensito una delle opere del chimico italiano che ha ispirato infinite conversazioni in libreria e in un caffè sul mare di Otranto.

Questo sabato sera di un altro autunno “caldo”, per le lotte studentesche e per il buco nero che sta inghiottendo la ricerca scientifica italiana, ho deciso di rompere il silenzio sul libro dei libri. L’unico che ho inghiottito almeno quattordici volte, che ho sottolineato e letto fino a fargli male, che ho mantenuto per anni a pochi centimetri da me senza mai riporlo nella libreria.

L’alba ci colse come un tradimento, come se il nuovo sole si associasse agli uomini nella deliberazione di distruggerci. […] Il tempo di meditare, il tempo di stabilire erano conchiusi, e ogni moto di ragione si sciolse nel tumulto senza vincoli, su cui, dolorosi come colpi di spada, emergevano in un lampo, così vicini ancora nel tempo e nello spazio, i ricordi buoni delle nostre case. Molte cose furono allora fra noi dette e fatte; ma di queste è bene che non resti memoria.

Così si apre l’alba invernale del campo di Fossoli, l’ultima alba italiana prima del congedo dall’umanità. Successivamente a quella luce di quel sole nemico inizia il viaggio verso il buio, verso il fondo dell’inenarrabile. Un viaggio che non si può descrivere con poche righe. Neanche se fosse l’ultimo desiderio di un condannato a morte.

Molti sono i “salvati” che febbrilmente hanno parlato del buio dell’Europa nazista. Acutissime urla di un pensiero che non ha mai chiesto “Perché?”; La Notte di Elie Wiesel, Essere senza destino di Imre Kertész, Necropoli di Boris Pahor. Tuttavia il libro dei libri di Primo Levi rimane l’unica descrizione odeporica della vergogna della materia umana sommersa, senza maschere e senza istinti sociali. Rabbia, percosse, libero arbitrio ed il dolore più duro da ingoiare; il dolore del ricordo. Il dolore della casa.

“Heimweh” si chiama in tedesco questo dolore; è una bella parola, vuol dire “dolore della casa”. Sappiamo donde veniamo: i ricordi del mondo di fuori popolano i nostri sonni e le nostre veglie, ci accorgiamo con stupore che nulla abbiamo dimenticato, ogni memoria evocata ci sorge davanti dolorosamente nitida.

Un’ebbra lucidità spinge Primo Levi a ricordare sempre, a ricordare tutto.  Ad analizzare i singoli comportamenti lontani dall’umanità, vicini alla “zona grigia” dell’arbitrio, devoti della violenza inutile. Primo Levi rimane attaccato alla poca umanità rimanente, quella malandata sul bordo di una zuppa, che ti permette ancora di pensare. Immaginare e vivere come un uomo libero, fino a sanguinare, fino ad una improba traduzione in francese del canto di Ulisse a Pikolo, nel tragitto dal fango al rancio di mezzogiorno.

Ecco, attento Pikolo, apri gli occhi e la mente, ho bisogno che tu capisca

Considerate la vostra semenza:

Fatti non foste a vivere come bruti,

Ma per seguire virtute e conoscenza.

Come se anch’io lo sentissi per la prima volta: come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento, ho dimenticato chi sono e dove sono.

Il libro dei libri di Primo Levi è un’opera universale sulla morte e resurrezione dell’uomo e della donna “vuoti gli occhi e freddo il grembo”. E’ una opera votata al ricordo, già pronta in Lager, e scesa sulla carta dopo al suo ritorno a casa. E’ un monito.

E’ la pròtasi che precede tutte le banalità di tutti i mali. Se questo è un uomo, per l’appunto.

Siamo oramai nella fila per la zuppa, in mezzo alla folla sordida e sbrindellata dei porta-zuppa degli altri Kommandos. I nuovi giunti ci si accalcano alle spalle. – Kraut und Rueben? – Kraut und Rueben -. Si annunzia ufficialmente che oggi la zuppa è di cavoli e rape: – Choux et navets. Kàposzta és répak.

Infin che ‘l mar fu sopra noi rinchiuso.

Roberto Anglani

Bari, 18 ottobre 2008

Legno d’ulivo

In Letture, Recensioni on ottobre 16, 2008 at 10:14 pm

Se avete voglia di farvi un bel regalo compratevi “Legno d’ulivo” di Ettore Maria Negro. Quando avrete finito di leggerlo vi ritroverete un sorriso di soddisfazione stampato sul volto e, credetemi, proverete una gran bella sensazione.

Legno d’ulivo” è un piccolo capolavoro che probabilmente chi vive la provincia del sud Italia apprezzerà particolarmente, le vicende qui narrate hanno infatti per palcoscenico un piccolo paese del meridione dove ci si prepara ad un’agguerrita competizione elettorale per la scelta del nuovo sindaco. Protagonisti principali  sono il nobile proprietario terriero Don Vittorio Decòmini ed il sindaco uscente Don Emanuele Cicoriella, impegnati in una battaglia senza esclusione di colpi per la conquista della tanto sospirata fascia tricolore che non risparmierà neanche il povero Sant’Antonio, patrono del paese.

Per tutto il tempo vi chiederete come potrà andare a finire e vi sentirete anche voi coinvolti nella competizione elettorale, dove processioni, preti, bande musicali, orchestre e fuochi d’artificio rappresentano le armi per ottenere il maggior numero di voti. Altro che confronti televisivi!

Il finale, imprevedibile, vi farà riporre il libro sulla mensola della vostra libreria con il sorriso di cui sopra.

“Legno d’ulivo” profuma dell’umanità nobile e miserabile di cui sono impregnate le storie dei tanti piccoli centri della provincia italiana, dove si può ancora vivere ed invecchiare con molta poesia.

Giorgio Castriota

La voce del conte

In Classici della Letteratura, Letture, Recensioni on ottobre 10, 2008 at 10:45 pm

Gentili ideatori di Radio Primo Levi,

vorrei approfittare del Vostro invito per dar voce ad un tormento che mi strazierebbe l’anima se mai ne avessi una. Se ho ben chiaro lo spirito della Vostra nobile iniziativa, chiunque abbia da consigliare un libro può beneficiare della Vostra ospitalità, ebbene, io vorrei segnalare ai  cortesi ospiti di questo blog un libro che mi vede, mio malgrado, silenzioso protagonista.

Mi riferisco all’opera più nota dell’inglese Bram Stocker. Uno dei libri più appassionanti che io abbia avuto la fortuna di leggere e credetemi, in centinaia d’anni di non vita ne ho letti davvero tanti.

Mi preme fare ciò soprattutto per difendermi da una moltitudine di falsità che nel corso del secolo appena  trascorso mi sono state ignobilmente attribuite da decine di registi e sceneggiatori cinematografici, pensate, miei cari signori, che mi hanno addirittura descritto come un necrofilo che dorme in una bara. Mi dispiace dover sfatare quello che con gli anni è diventato un mito consolidato, ma io non ho mai dormito in una bara, e me ne guardo bene dal farlo. Io, per necessità legate alla mia natura di vampiro, devo semplicemente riposare nella terra della mia amata Transilvania.

Un tale Coppola mi ha poi attribuito una relazione sentimentale con una fanciulla, che tra l’altro non ho mai conosciuto, e che in virtù di una delusione d’amore io abbia scelto di servire le forze del maligno. Ma come si è permesso? Diffamare così un galantuomo!

Si dice poi che io non possa circolare alla luce del sole…bah, credeteci pure se vi fa sentire più sicuri, tanto peggio per voi.

Vorrei pertanto invitare tutti coloro che dovessero decidere di conoscere il mio mondo, magari nel disperato tentativo di potersene tenere alla larga, a disdegnare la visione di qualsivoglia opera cinematografica che si ricolleghi alle mie vicende e di preferire a queste la lettura del libro del signor Stocker che non mancherà certo di far trascorrere loro delle appassionate ore immersi in una lettura piacevole ed emozionante dalla prima all’ultima pagina.

Confidando nella Vostra considerazione, pur nella imperdonabile stravaganza delle mie azioni, invoco sulla mia indegna persona la vostra preziosissima attenzione.

Dal suo castello in Transilvania nell’ottobre dell’anno di Vostro Signore 2008

Il Vostro devotissimo Conte Dracula

Il rimedio

In Musica, Recensioni on ottobre 8, 2008 at 5:54 pm

Ivano Fossati

Ivano Fossati

Non è il Fossati che scava, che descrive i sentimenti come un pittore fissa i colori sulla tela e che nel breve arco di un frammento d’attimo, di un accordo ci ricorda magari quello che siamo stati e come siamo stati in un momento della nostra vita. Non è il Fossati de La disciplina della terra, l’album che noi preferiamo, uno dei migliori album che siano mai stati scritti, in cui ogni pezzo da Invisibile ad Angelus a Treno di ferro è una poesia viaggiante sulla schiena del tempo e che conserviamo in un posto sicuro custodito insieme ad Anime Salve condiviso con De Andrè che nessuno di noi ha dimenticato   (anche se i fan più accaniti considerano Macramé il vero grande capolavoro di quattro anni precedente) così profondo, corposo, con quelle parole che sembrano macigni per quanto pesano sul cuore e sui pensieri. E’ un Fossati nuovo quello che si respira ne Il rimedio il singolo che sta già girando in radio e che anticipa l’uscita del nuovo album Musica Moderna: la svolta verso sonorità più rock, prima maniera per intenderci, e vero una  leggerezza interpretativa (mai priva di contenuti bisogna dirlo) era già avvenuta con Lampo viaggiatore (basti pensare a brani come Cartolina) in cui sono racchiuse due perle di tutta la sua produzione come Il bacio sulla Bocca e C’è tempo (non a caso pezzi più vicini alle sue corde)  con il passaggio successivo a L’arcangelo in cui troviamo brani ‘impegnati’ come Cara  Democrazia o Denny, delicata ballata sull’amore omosessuale. Su questa strada quindi si colloca anche Musica Moderna dal sapore dei primi anni settanta (almeno per quanto abbiamo potuto ascoltare in anteprima sul sito di repubblica dove c’erano 45 secondi per canzone) in cui probabilmente l’ago della bilancia si sposta sul ritmo, più che sul testo. Per il momento ci accontentiamo de Il Rimedio e del suo invito ad eliminare la saggezza dalla nostra vita o meglio ad evitare che quello che consideriamo prudente, razionale, giusto, non condizioni le nostre scelte di vita e soprattutto non ci spinga a non dire quello che sentiamo davvero, che lasci muta la nostra lingua, che non ci permetta di dire a chi amiamo quanto ci manca. Fossati ci invita ad eliminare l’orgoglio che spesso rovina quello che di bello ci accade perché non riusciamo a fare il primo passo e a tornare da chi per noi è casa.  Del resto come lui stesso ci dice ‘domanda piuttosto che tacere’  e ‘inciampa piuttosto che aspettare’.

Gilda Camero

Ivano Fossati – Il rimedio

Il libro degli Area

In Letture, Musica, Recensioni on ottobre 6, 2008 at 10:31 pm

La produzione musicale degli Area è una delle più intelligenti forme di espressione artistico – sonora che si siano sentite nel pur interessante panorama musicale italiano degli anni settanta. Il gruppo di Demetrio Stratos e Patrizio Fariselli infatti ha sempre avuto nella sperimentazione la stella polare del proprio percorso artistico ed i risultati raggiunti furono talmente elevati da poterli tranquillamente considerare “avanguardia” ancora oggi ad oltre trent’anni dal loro concepimento.

E’ difficile capire negli anni duemila la musica degli Area se non le si presta la necessaria attenzione, nulla di ciò che hanno inciso può infatti definirsi banale. Un ottimo ausilio in tal senso è rappresentato da “Il libro degli Area” di Domenico Coduto, pubblicato per Auditorium Edizioni.

Il testo è scritto molto bene e si legge come un romanzo ed oltre a costituire una guida per i neofiti non potrà non piacere ai fan di vecchia data, molteplici sono infatti gli aneddoti racchiusi tra le pagine di questo piccolo capolavoro nel quale l’autore coniuga sintesi e completezza in uno stile assolutamente gradevole dalla prima all’ultima pagina.

Coduto è riuscito nella difficile impresa di fornire una chiave di lettura per comprendere una musica che non può assolutamente essere fruita come “sottofondo”. Certo non è musica per tutti, ma poi, perché mai dovrebbe esserlo?

Giorgio Castriota

Lasciami qui, lasciami stare

In Musica, Recensioni on ottobre 2, 2008 at 9:20 pm

G. L. Ferretti

Ogni canzone è un universo in continua espansione dove le nuove stelle sono le infinite emozioni che quel particolare brano riesce a generare. Vorrei raccontarvi qui di una mia piccola stella.

“Annarella” è una canzone dei CCCP – Fedeli alla linea contenuta in “Epica Etica Etnica Pathos”, l’ultimo album inciso dalla band emiliana, un brano che Giovanni Lindo Ferretti scrisse per il padre  scomparso ma che decise di dedicare ad Annarella Giudici, in seguito all’unico litigio avuto con la  “benemerita soubrette” dei CCCP.

La versione a cui mi riferisco è però contenuta in “La terra, la guerra, una questione privata”, album che i mai abbastanza compianti CSI, naturale evoluzione dei CCCP nonché insuperata meraviglia nel panorama rock italiano, dedicarono a Beppe Fenoglio. Ritengo questa versione superiore all’originale, il canto ieratico di Ferretti è sorretto dall’eleganza del pianoforte di Francesco Magnelli e dalla stupenda voce di Ginevra Di Marco.

Il testo è breve, ma molto profondo:

lasciami qui
lasciami stare
lasciami così
non dire
una parola che
non sia d’amore
per me
per la
mia vita che
è tutto quello che ho
e tutto quello che io ho
e non è ancora
finita

A me trasmette un senso di pace, di pace estrema, raggiunta per forza di cose, conseguenza di una fine. Definitiva.

E mi viene in mente un ricordo che Enzo Biagi era solito raccontare, soprattutto nelle ultime interviste: “Sui muri di Roma, nel triste inverno del 1943, apparve una scritta: Andatevene tutti, lasciateci piangere da soli.”

Giorgio Castriota

Madri senza terra

In Musica, Recensioni on settembre 30, 2008 at 8:43 am

La musica degli Abash è musica nobile, di quella che si crede di conoscere già al primo ascolto, ma non in quanto già ascoltata ma perchè, sin da subito, la si sente propria. Forse perché è scritta e suonata con passione.

Gli Abash possono a buon diritto fregiarsi del titolo di “progressive rock band”, nel senso primigenio del termine e cioè quello accostabile ad una formazione che ricerca costantemente la progressione del suono, senza dimenticare, in questo caso, le proprie radici musicali che affondano in egual misura nella tradizione grecanico salentina e nel rock duro.

Alla band di Maurilio Gigante ed Anna Rita Luceri va riconosciuto il merito di non essersi lasciata attrarre dalle inebrianti lusinghe delle tante sirene che popolano le notti del Dio che balla, tanto di moda da qualche anno a questa parte, e di aver comunque interpretato la cultura mediterranea in un modo assolutamente originale.

“Madri senza terra” è un disco suonato in maniera egregia ed ottimamente prodotto, il missaggio concede uguale dignità ad ogni strumento ed a guadagnarne sono la compattezza e l’omogeneità del suono che risulta essere vivo e graffiante. Gli Abash sono ottimi musicisti che sanno come conciliare melodia e virtuosismo, qui mai fine a se stesso ma sempre al servizio dell’economia generale del sound.

Ascoltando “Otranto 14 agosto 1480” ad occhi chiusi sembra quasi di vederle le galee di Acmet Pascià che compaiono all’orizzonte e se la fascinosa Idrusa non è solo figlia della penna di Maria Corti non potrà che aver avuto la voce di Anna Rita Luceri.

Poesia e amore salveranno il mondo…ma anche la buona musica degli Abash potrà darci una mano!

Giorgio Castriota

Il mercante d’acqua

In Letture, Pensiero, Politica, Recensioni on settembre 28, 2008 at 8:42 pm

Qualche giorno fa mi è successo di avere sete mentre ero al cinema, può capitare a tutti di avere sete mentre si è al cinema. Poco male, mi son detto, vado al bar e prendo dell’acqua…scusate, non “prendo”, ma “compro” dell’acqua. E qui cominciano i dolori: per una bottiglietta da mezzo litro ho dovuto pagare 1,00 euro. Se per mezzo litro pago 1,00 euro vuol dire che l’acqua quota ben 2,00 euro al litro. La benzina invece costa circa 1,40 euro al litro: l’acqua costa più della benzina. L’avreste mai detto?

L’argomento, che qui mi limito a sfiorare, è estremamente complesso e riguarda il passaggio per l’acqua dallo status di “diritto” a quello di “bene”. La differenza non è di poco conto e non dovrebbe passare inosservata, eppure è quanto sta accadendo.

Per gli animi temerari che non hanno paura di porsi domande a cui potrebbero seguire risposte anche inquietanti vorrei consigliare un ottimo libro di Francesco Gesualdi: “Il mercante d’acqua” . Gesualdi attraverso una favola molto semplice riesce a descrivere un problema dalla complessità schiacciante.

La trama: un giovane giramondo approda sull’isola di Terrasecca e lì decide di fermarsi accolto da una comunità felice nella quale si integra rapidamente. La vita prosegue tranquilla fino a quando non si esaurisce l’acqua dei pozzi. A questo punto entra in scena Melebù, un ricco signore che vive in una villa circondata da soldati in divisa e proprietario dell’unico pozzo dell’isola ancora pieno. Per ottenere l’acqua necessaria alla propria sopravvivenza la gente del villaggio concede la proprietà di tutti i pozzi vuoti a Melebù che, per contro, promette acqua in cambio di lavoro.

La lettura, grazie allo stile sobrio dell’autore, procede scorrevole e aiuta il lettore ad immaginare scenari tanto surreali quanto, purtroppo, possibili.

L’invito è quello di guardarsi intorno e cercare di capire cosa sta succedendo, altrimenti non resterà altro da fare se non aggiornare una delle “sette opere di misericordia corporale”: dai da bere agli assetati e fatti pagare bene.

Giorgio Castriota

1968 Una ricerca in Salento

In Letture, Musica, Recensioni on settembre 27, 2008 at 9:27 pm

Nel ’68 Gianni Bosio e Clara Longhini arrivano in Salento. Il loro unico desiderio è cercare di raccogliere tutte le testimonianze possibili e nella maniera più completa e diretta sul tarantismo e in generale sui riti e sulle tradizioni di una terra misteriosa ed assolata che già Ernesto De Martino qualche anno prima aveva scandagliato. La terra del rimorso era per loro una nuova avventura, un nuovo universo da scoprire dopo le inchieste che avevano gia realizzato in un altra parte d’Italia la Val Padana. Il loro viaggio, la loro ricerca, i diari del loro soggiorno ad Otranto, i loro incontri e le loro scoperte sono racchiuse in un prezioso volume 1968 Una ricerca in Salento suoni grida canti rumori storie immagini pubblicato da Kurumuny che contiene a commento delle immagini in bianco e nero, delle testimonianze raccolte e delle impressioni che avevan ricevuto, gli interventi di Sergio Blasi, Ivan Della Mea, Luigi Chiriatti, Adolfo Mignemi, Cesare Bermani, Ignazio Macchiarella (per la parte legata ai Canti tradizionali) e di Salvatore Russo e Gianni De Santis per i Passiuna tu Cristo (quest’ultimo ne ha curato la traduzione e trascrizione contenuta in uno dei tre cd allegati al libro che racchiudono tutto il materiale raccolto). Un’opera quella di Bosio e della Longhini che nasce come sottolinea Chiriatti dal desiderio di verificare lo stato del tarantismo dopo De Martino. E da qui che parte la loro analisi. Dal 30 luglio al 17 agosto: in questi pochi giorni saranno capaci di raccogliere testimonianze impressionanti non solo per la verità delle voci ma per la particolarità di alcuni incontri e racconti. In primo luogo Bosio e la Longhini hanno cercato i cantori: è nelle loro parole che si custodiscono, come in uno scrigno prezioso, i segreti millenari della tradizione orale, di una terra, il suo modo di ricordare, di piangere i morti (le prefiche ne sono un esempio) di festeggiare santi e ricorrenze. Un viaggio in cui incontreranno la gente, ascolteranno storie, che spesso fanno rima con povertà e sofferenza, cercando di fermare nelle immagini (Clara scatta foto) e nelle registrazioni (Gianni usa il magnetofono con un microfono sempre attivo) tarantelle, processioni, danze ma anche momenti legati alla quotidianità, alla vita dei campi. Negli scatti, tra le rughe di volti segnati dal sole e dalla fatica, si ritrovano le atmosfere di un mondo che per troppo tempo, così come ha scritto Blasi, “schiacciato dalla fatica è rimasto muto e sconosciuto ai più”. Un mondo che richiama qualcosa di arcaico alla memoria, qualcosa che appartiene profondamente a questa terra e che esiste ancora, è pulsante nonostante i profondi mutamenti che il tempo ha generato.

Gilda Camero

The Cosmos Rocks

In Musica, Recensioni on settembre 24, 2008 at 9:55 pm

Il 19 settembre è uscito “The Cosmos Rocks”, album nato dalla collaborazione tra Brian May, Roger Taylor, che continuano con malcelata malizia ed inoppugnabile opportunità a farsi chiamare “Queen,” e Paul Rodgers, storico vocalist di gruppi leggendari come Free e Bad Company. Lasciando ad altri l’inutile esercizio delle critiche circa l’opportunità di catalogare questo album come un lavoro dei Queen vorrei concentrarmi sulla proposta musicale in esso contenuta.

“The Cosmos Rocks” è un ottimo album, estremamente gradevole all’ascolto, che non vuole certo avere la pretesa di rivaleggiare con il blasonato passato dei suoi prestigiosi autori ma che semplicemente li rappresenta per quello che sono oggi: tre benestanti lord inglesi che suonano per il piacere di farlo. La musica è per la maggior parte rilassata, fatta eccezione per il poderoso rock and roll di Cosmos Rockin’, l’aggressiva C-lebrity e la bellissima Warboys. L’album è stilisticamente accostabile alla produzione di Paul Rodgers piuttosto che a quella dei Queen, anche se la chitarra di Brian May richiama tutti sull’attenti ricordando che, se la voce della Regina non è più di questo mondo, il chitarrista e la sua fedele Red Special sono entrambi vivi e vegeti e godono di ottima salute.

L’invito è quello di ascoltare quest’album senza preconcetti e di farlo in più riprese: messe da parte le “trovate ad effetto” i tre signori di cui sopra hanno puntato sulla profondità del suono, stratificandolo ed arricchendolo di sfumature che solo un ascolto attento e ripetuto potrà svelare.

Se fossi obbligato a formulare una critica a quest’album lamenterei la mancanza di un bassista di ruolo: le parti di basso, suonate in studio da Brian May, infatti sono sì funzionali al sound ma terribilmente anonime.

In definitiva ci troviamo di fronte ad un’ottima produzione, un album che sicuramente ha tutta la dignità che l’impegnativo nome stampato sulla copertina impone di avere.

Giorgio Castriota

La bambina, il pugile, il canguro

In Letture, Pensiero, Recensioni on settembre 24, 2008 at 5:31 pm

Solo il tempo ti può far capire le differenti forme della riconoscenza verso una persona. Quando inizia l’età della memoria, si crede che bisogna “riconoscere” agli amici un caffè offerto al bar, un passaggio in macchina, una confidenza quando la tua ragazza ti lascia, un favore importante nel momento del bisogno. Sicché si crede che il debito di riconoscenza sia sempre legato a qualcosa di immanente, ad una necessità terrena. Però ad un certo punto della tua vita ti ritrovi con un amico nella stessa libreria, senza il peso di qualcosa di necessario da dare, ma solo con l’idea di offrire delle letture. E’ così che di fatto è partita l’idea di questo blog, per fare in modo che tutti possano sentirsi ispirati e leggere qualcosa che ci ha mossi dall’interno. Con la speranza che lo stesso accada anche a voi.

Oggi vorrei parlare dell’ulteriore debito di riconoscenza verso quell’amico che mi ha consigliato il libro di Gian Antonio Stella: La bambina, il pugile, il canguro. E’ un racconto che si può leggere in un pomeriggio ma che ti cambia i connotati come un incontro di pugilato con Primo Carnera. Questa è la storia di un gigante e di una bambina “diversa” dalle altre. E’ una storia della vita di tutti i giorni e di come si può perdere sempre, andare al tappeto, però con dignità e stile. L’omone racconta alla bambina dei più grandi “pugilisti” della storia e di uno che ha perso più di tutti. « – Meglio comunque andare KO che fare il camionista – si disse. E continuò a combattere, per anni e anni. Qualche sera arrivò a prendere diecimila dollari, qualche sera solo una ventina, un pollo fritto e una birra.» La vita è fatta così a volte si perde o si guadagna solo un pollo fritto e una birra. Però la maniera di perdere è descritta in queste righe come una forma di vittoria sull’indifferenza e sull’atrocità di chi rifuta i “deboli”. Quei figli di un dio minore che tirano da chissà dove la forza e lo splendore del sorriso, ovunque.

E’ un messaggio delicato di vita, perché a volte tutto quello che abbiamo è su questa terra e non sempre lo possiamo ottenere come se fosse sogno.

« Non importa perdere, piccola. Si può perdere anche tutta la vita. Capita. Importa come si perde. Come. ».

Roberto Anglani

Bari, 25 settembre 2008

Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde

In Classici della Letteratura, Letture, Recensioni on settembre 24, 2008 at 12:22 pm

Leggere un classico della letteratura è come seguire la lezione di un vecchio maestro che a dispetto dell’età non è affatto stanco di dispensare utili insegnamenti e preziosi consigli ai propri allievi, sempre diversi eppure sempre uguali. Uguali a se stessi così come uguale a se stessa è l’umanità che cambia, tanto nella forma e poco, davvero poco, nella sostanza. “Mondo è stato, mondo è e mondo sarà” recita un vecchio adagio. Parole sante.

Il bene e il male sono componenti imprescindibili dell’animo umano, ciascun uomo può essere buono o cattivo ed è proprio di questa inscindibile dualità che parla R.L. Stevenson in uno dei capolavori che lo hanno reso celebre: “Lo strano caso del dottor Jekyll e di mister Hide”, pubblicato per la prima volta nel 1886 e che racconta della incredibile disavventura occorsa al rispettabile dottor Jekyll.

Il dottor Jekyll è uno scienziato che durante degli studi sulla psiche umana scopre che è possibile, attraverso una pozione, separare le due nature dell’animo umano: quella buona e quella malvagia. Commette però l’errore di sperimentare su di sé la propria scoperta: la sua personalità viene così scissa in due entità che, alternativamente, bevendo la pozione o l’antidoto, prendono possesso del suo corpo, stravolgendone anche l’aspetto: Jekyll infatti è una persona perbene, distinta ed educata; Hyde al contrario è malvagio, tozzo, sgradevole e capace di inimmaginabili nefandezze. Jekyll è rassicurante, Hyde incute paura.

Il racconto è davvero appassionante e risulta difficile chiudere il libro prima di raggiungerne la fine, l’autore è in grado di montare un thriller dai risvolti inquietanti che probabilmente nessuna trasposizione cinematografica o teatrale potranno mai rendere, semplicemente perché il lettore quando legge è solo. E quando si è soli si ha paura.

Leggere questo classico senza tempo significa conoscere di più e meglio la natura umana, quella degli altri e, soprattutto, la propria.

Giorgio Castriota

C’era una bambina con le sue scarpine blu

In Recensioni, Teatro on settembre 23, 2008 at 11:12 am
Teatro Osservatorio

La nenia delle lupe - Foto: Teatro Osservatorio

C’era una bambina con le sue scarpine blu… e un percorso teatrale comico e ironico, in due atti, sulla condizione della donna da un’improbabile Eva in calzamaglia fino ai tempi moderni. Una visione limpida e divertente delle difficoltà di tutte le donne e del loro rapporto impari con il lavoro, la famiglia e l’altra metà del cielo, spesso troppo indifferente. A volte poetico, a volte da far ridere senza fiato, lo spettacolo teatrale scritto e diretto da Silvia Cuccovillo (che vi partecipa anche come attrice) merita di essere visto e ascoltato. Anche per la bravura e la competenza degli altri attori della compagnia “Teatro Osservatorio“: Marzia Colucci, Barbara De Palma, Anna De Palma, Lorena Pasotti e Domenico Palmieri. Gli spunti di riflessione sono ben cadenzati e ben accentuati grazie a tutta l’autoironia delle attrici che sanno mettersi in gioco, divertendo il pubblico, ma con intelligenza. A l’unico (volutamente) attore uomo si riconosce la capacità di mettere in risalto, senza proferire verbo, tutti vizi di forma del sesso forte e debole di questa epoca.

Domenica 21 settembre è stata l’ultima presso il Teatro Purgatorio, ma lo spettacolo sarà ben presto riproposto in altri teatri durante la stagione invernale barese.

Un consiglio, non perdetevelo.

Roberto Anglani

L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello

In Letture, Recensioni on settembre 21, 2008 at 4:34 pm

“L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” è un libro che non ho potuto fare a meno di leggere per almeno due motivi: il primo perché consigliato da un caro amico, il secondo perché in molte altre letture ho trovato riferimenti al libro di Oliver Sacks. Impossibile evitarlo. Dopo averlo letto mi ritrovo ad avere un profondo senso di gratitudine nei confronti dell’amico di cui sopra ed un desiderio piuttosto bizzarro: spero infatti che il prossimo medico che mi avrà in cura, mi auguro ovviamente il più tardi possibile, possa avere la stessa carica di umanità e lo stesso approccio verso il malato che O. Sacks, attraverso questo libro, dimostra di avere. L’autore infatti è un celebre neurologo inglese ed in quest’opera racconta con uno stile amabile ed assolutamente gradevole, senza per questo mancare di doveroso rigore, le stranezze e le meraviglie incontrate grazie alla propria attività professionale.

Ciò che colpisce è soprattutto l’amore di Sacks per i pazienti e per il proprio lavoro, animato quest’ultimo da una genuina, quanto contagiosa, meraviglia per la molteplicità dell’universo.

Inutile parlare di questo o di quel caso qui raccontati, “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” è un libro che chiunque può, e dovrebbe, leggere. Soprattutto gli studenti di medicina. Ottimo libro.

Giorgio Castriota

Oliver Sacks

Oliver Sacks