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Archive for the ‘Storia contemporanea’ Category

Il terrorismo italiano 1970/1978

In Pensiero, Politica, Storia contemporanea on aprile 1, 2013 at 4:16 pm

BOCCA

Comprendere la realtà è un processo lungo e articolato, talvolta insidioso. Spesso, approcciandosi per la prima volta ad un tema, si è spinti ad una semplificazione tendente a distinguere i buoni dai cattivi, ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, il facile dal difficile. Superata questa fase, se nel frattempo non si è cambiato argomento, appaiono all’orizzonte, sicure del proprio passo quasi fossero soldati di ventura, quattro direzioni d’indagine ben sintetizzate dalla formula “come, dove, quando, perchè”.

Applicare questa procedura di apprendimento all’argomento “terrorismo italiano” implica, come minimo, il dover fare i conti con una gastrite da stress. Provare per credere. Come se ne viene fuori? In due modi: lasciando perdere oppure scegliendo di leggere buoni libri scritti da chi, con competenza, ha ritenuto utile mettere per iscritto, con onestà, il proprio pensiero. A questa categoria ritengo si possa annoverare “Il terrorismo italiano” di Giorgio Bocca.

Il testo, pubblicato per la prima volta nel gennaio del 1979, quindi pochi mesi dopo l’assassinio di Aldo Moro, chiama le cose con il proprio nome, fugge da facili dietrologie ed esprime le opinioni dell’autore in maniera nitida e senza possibili fraintendimenti. E su questo forse è il caso di spendere qualche parola: un concetto che viene espresso con chiarezza è da considerarsi, in ogni caso, una benedizione che dallo scarno insieme delle cose buone cala sul capo di chi ne beneficia. Soprattutto se non lo si condivide; perchè da questo si possono prendere le distanze e, conseguentemente, dare forza alle proprie idee, ai propri convincimenti. Viceversa ci si può ritrovare a godere del conforto che regala il sentirsi meno soli.

Un esempio illustrerà meglio questo mio pensiero. A proposito degli slogan pronunciati dalle BR al maxiprocesso di Torino (“disarticoliamo lo stato delle multinazionali, proletari di tutto il mondo uniamoci”), l’autore scrive:

Il processo serve a capire che nella vicenda terroristica c’è un enorme equivoco di partenza: che questo della società tardo industriale, sia uno stato articolato, diciamo un congegno di precisione che si può far saltare; e non l’immane, complessa, pachidermica sovrapposizione di interessi, di ceti, di redditi, di privilegi grandi e piccoli, di favori, di difese, di solidarietà corporative e di gruppo che procede, magari verso la catastrofe, ma inarrestabile. Vergogna per la crudeltà inutile da una parte e per i brigatisti ridotti a fiere in gabbia; per i divieti assurdi per le visite dei parenti, alla corrispondenza, senza capire che se si rifiuta il modo di reprimere tedesco lo si deve rifiutare in toto. Vergogna per le ingiustizie sociali, le impudicizie e i delitti sociali che ci sono e restano, comunque vada la vicenda delle brigate rosse: vergogna per la pigrizia, per la noia mortale, per le stesse facce dei nostri governanti, sempre le stesse da trenta anni, che sono forse l’unica vera giustificazione di una reazione terroristica.”

Parole che non assolvono alcuno e che hanno il coraggio della denuncia: ciascuno ha le proprie responsabilità di fronte alla storia, e queste responsabilità Giorgio Bocca elenca senza sconti per nessuna delle parti coinvolte.

Infine, a margine, un’ultima riflessione sull’attualità del testo citato. Addolora infatti constatare che, a distanza di oltre trent’anni, la descrizione dello stato italiano continui ad essere vergognosamente calzante.

Giorgio Castriota

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L’affaire Moro

In Letture, Pensiero, Politica, Storia, Storia contemporanea on giugno 12, 2011 at 9:34 am

Sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro sono stati scritti molti libri, fiumi di inchiostro versati per descrivere quello che, nel tortuoso cammino della Repubblica Italiana, rappresenta un doloroso punto di non ritorno. Tra i tanti, l’Affaire Moro di Leonardo Sciascia ha il merito di analizzare, sezionare e soppesare le parole scritte dal politico democristiano nei cinquantacinque giorni di prigionia mettendo in evidenza la malafede di chi, nel contempo, si è reso – di fatto – complice dei suoi carnefici.

Sciascia, tra le altre cose, mostra quanto misera di fondamento storico e morale fosse la cosiddetta “Linea della fermezza”: la ridicola presa di posizione assunta in quei terribili giorni dallo Stato Italiano (lo stesso per cui, da sempre, per ogni legge è pronto l’inganno, per ogni rigida procedura è pronta l’eccezione, per ogni adempimento da compiere l’amico dell’amico è pronto a sollevare dall’incombente incombenza) in virtù della quale con le Brigate Rosse non ci sarebbe stata alcuna trattativa.

“Giulio Andreotti dai microfoni del Tg2 ribadisce il «no» del governo a ogni trattativa. «Abbiamo giurato di rispettare e di far rispettare le leggi. Questo è un limite che nessuno di noi ha il diritto di valicare».” [1]

La verità è un bene prezioso: è merce rara. Anche la vergogna lo è, e se alcuni ne avessero appena un po’, tanta parte del dolore che consuma questo mondo cesserebbe di lacerare vite inutilmente.

“Ora, improvvisamente, quando si profilava qualche esile speranza, giunge  incomprensibilmente l’ordine di esecuzione. Noretta dolcissima, sono nelle mani di Dio e tue. Prega per me, ricordami soavemente. Carezza i piccoli dolcissimi, tutti. Che Iddio vi aiuti tutti. Un bacio di amore a tutti. Aldo.” [2]

Aldo Moro doveva morire. E morirà.

Giorgio Castriota

 

[1] Corriere della Sera del 29/4/1978;
[2] Lettera di Aldo Moro recapitata alla moglie Eleonora il 5/5/1978.

25 aprile è Liberazione dal Nazifascismo

In Pensiero, Politica, Racconti, Radio Primo Levi, Storia contemporanea on aprile 25, 2011 at 9:42 am

Nonostante la opulenta dimenticanza, nonostante i periodi ipotetici, le precisazioni, le allusioni e i tentativi di parificazione; nonostante i festeggiamenti della Pasqua che troppo spesso hanno il sapore del sale e del buio, le ipocrisie, le indignazioni starnazzate su Facebook e le solidarietà immaginarie, Radio Primo Levi ricorda la Liberazione d’Italia dall’Occupazione Nazifascista.

Nel farlo, non mistificheremo la memoria della Liberazione con offensivi sillogismi sui crimini dei partigiani, né riempiremo queste righe di pomposa retorica commemorativa. La Liberazione è stata compiuta da donne, uomini, statisti e sbandati alla ricerca di pane e vana gloria. Il fatto che alcuni non abbiano pagato per le violenze commesse, in azioni che nulla avevano a che fare con la Resistenza, non potrà mai essere un buon motivo per sporcare il ricordo di coloro che hanno lottato per liberare un Paese Occupato dalla ferocia militare dei nazisti.

Il pressapochismo con cui si cerca di parificare la lotta di Resistenza all’abominio dei nazifascisti, come due guerre di giovani spinti da “forti ideali seppur differenti” è una pratica che rigettiamo. Tra il luglio del 1943 l’aprile del 1945 l’Italia è stata palcoscenico di una guerra fratricida della cui complessità non si può non tener conto, chi semplifica sbaglia, chi lo fa per interesse è in malafede.

Nella vita si sceglie sempre.

RPL sceglie l’antifascismo.

E sceglie l’allontanamento dalla “zona grigia” e dalla vacanza morale dell’arbitrio e della violenza.

Buon 25 aprile 2011

Consigli di lettura:

  • Enzo Biagi, I quattordici mesi, Ed. Rizzoli.

Comandante ad Auschwitz

In Letture, Pensiero, Recensioni, Storia contemporanea on gennaio 27, 2010 at 12:33 am

Il suo nome è Rudolf Hoss, è un bambino come altri, nasce il 25 novembre 1900, a Baden-Baden nella Foresta Nera. La sua è una famiglia “per bene”. Il papà, che il figlio stesso definisce con connotazione positiva “fanatico cattolico”, aveva già progettato per lui la vita sacerdotale. Trascorre la sua adolescenza in un Germania in guerra. Per un periodo, svolge, con diligenza e compassione, attività di volontariato presso la Croce Rossa, ma nel 1916, contro il volere della famiglia parte per il fronte. All’età di 17 anni, oramai già orfano, si distingue sul campo di battaglia e diventa il più giovane sottoufficiale dell’esercito tedesco. Congedato dal fronte, torna a casa e trova parenti “ostili” decisi a rispettare le volontà del padre. Ma Rudolf aveva già deciso per sè, voleva essere un soldato: «Nuovamente ritrovai una patria, una sicurezza nella solidarietà dei camerati». Nel 1919 si arruola nei Freikorps Rossbach (Corpo di volontari di Rossbach) e combatte sul Baltico e nell’Alta Slesia. Nel 1922, però giunge la svolta. Si iscrive al NSDAP – Partito Nazionalsocialista (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei) con la tessera 3240. Nella notte tra il 31 maggio ed il 1° giugno 1923 dopo essersi ubriacato insieme a diversi complici, assassina brutalmente un ex maestro elementare di nome Walther Kadow. Era sospettato all’interno del Corpo Rossbach di essere una “spia dei bolscevichi”. Tanto bastò per massacrarlo a bastonate, tagliargli la gola e finirlo con due colpi di pistola.

«In quel tempo ero fortemente persuaso – e lo sono ancor oggi – che quel traditore avesse meritato la morte. Perché con ogni probabilità, nessun tribunale tedesco lo avrebbe condannato, noi lo giustiziammo secondo una legge non scritta creata da noi stessi, nata dalla necessità del tempo.»

Giudicato per quell’orrendo crimine, viene condannato a dieci anni di reclusione. Ne sconta solo sei (per via di una amnistia voluta trasversalmente dall’estrema destra e dall’estrema sinistra, e votata il 14 luglio 1928), ma sono anni estremamente “istruttivi”. Comprende, in quei mesi, i meccanismi della vita carceraria e delle gerarchie all’interno di essa. Comprende i rapporti di forza esistenti tra dirigente, secondino e prigioniero, e tra i prigionieri stessi. Realizza con estrema lucidità in cosa consistessero le vessazioni più gravi e le torture psicologiche più efficaci. Nel penitenziario brandeburghese, è un detenuto modello. Riceve numerose agevolazioni, un lavoro d’ufficio e la possibilità di leggere numerosi libri sulla difesa della razza.

A 29 anni Rudolf Hoss esce di prigione con un curriculum di tutto rispetto. È un valoroso soldato, con una lunga e “proficua” esperienza carceraria, reo di un delitto “politico”. Spinto da ideali di purezza ariana e di un ritorno alla vita nei campi, si associa alla Artamanen-Gesellschaft (Società degli Artamani) e si ritira in  una organizzazione agricola. Qui conosce sua moglie e Heinrich Himmler, capo delle SS.

Nonostante il suo sogno bucolico, cede alle lusinghe «di una carriera rapida  e di vantaggi finanziari» ed entra nelle SS. Nel 1934 come membro dell’unità SS “Testa di Morto” (SS-Totenkopfverbände), inizia la sua esperienza professionale nel settore dell’amministrazione concentrazionaria, che culminerà nel 1940 con l’incarico di “Comandante ad Auschwitz”.

Questo è dunque un uomo qualunque. Uno di noi. Non un mostro forgiato nelle fucine di qualche setta occulta. Un soldato con “meriti” sul campo, un uomo disciplinato, capace di distinguere ciò che è brutale a ciò che è misericordioso. Il tempo, la guerra e la società fecero tutto il resto.
Era il tempo in cui la Germania era minacciata dai “nemici dello Stato”. Era il tempo in cui coloro che eliminavano i nemici dello Stato godevano di sostanziale impunità, se non addirittura della gratitudine dell’intera nazione.

Rudolf Hoss, si racconta in questa sua autobiografia, scritta durante la detenzione a Cracovia, prima della sua impiccagione. È una lettura estremamente istruttiva, al di là di ogni condivisibile fastidio. È descrittiva di molti aspetti di un individuo “sommerso”, incapace di una qualunque autonomia di giudizio, diviso tra la razionalità amministrativa e la cieca obbedienza al Fuhrer a cui viene assegnato totale arbitrio sulla vita di altri uomini.

Egli, per esempio, è perfettamente cosciente che un gesto benevolente è in grado di rendere meno grave la prigionia di un individuo. Ma è altrettanto perfettamente consapevole di tutte le tecniche psicologiche per governare meglio un campo. Selezionare i prigionieri “più malvagi” per assegnare loro incarichi di responsabilità, fomentare rivalità interne, osservare con scientifico compiacimento la sociologia della deriva.

«Divide et impera è un fattore importante da non sottovalutare non solo nell’alta politica, ma anche nella vita di un campo di concentramento.»

Diventa ripugnante la sua catalogazione dei prigionieri. È evidentemente incolto, educato anche se non fanaticamente a improbabili teorie sulla razza. Parla di “epidemie” di omosessualità e di cure per l’eliminazione del medesimo virus. Descrive con vergognosa alienazione l’attività dei Sonderkommandos (prigionieri ebrei preposti al trattamento dei cadaveri gasati) e la vita in campo dei prigionieri. Sono bestie, alcune nate a prevalere spinte fino al cannibalismo, altre nate per soccombere come insetti senza volontà. Ma di fatto nessun nemico dello Stato è un essere umano.

L’autobiografia di Hoss offre una rilettura sulla struttura piramidale in seno al nazismo. In cima c’è il Fuhrer, arbitro in terra del bene e del male. Al Fuhrer si obbedisce, senza discutere, andando anche contro coscienza. Seguono gli alti ufficiali e tutti i gradi dell’ordine militare. Ciascuno obbligato al rispetto degli ordini superiori, ciascuno dotato di arbitrio assoluto e completa impunità. Una debolezza o un ordine non eseguito è una minaccia per la Germania e merita la morte. Rudolf Hoss, ha così ordinato la morte di ufficiali tedeschi, di attivisti politici, di prigionieri di guerra e di civili innocenti, senza mai chiederne ragione, senza mai esercitare il dubbio. Quasi richiedendo l’elogio del lettore, si proclama impiegato diligente e zelante, mostrando tutta l’efficienza del suo servizio quando riesce a ottimizzare le risorse di Auschwitz. Nel 1944 raggiunse l’encomiabile traguardo della liquidazione di «9000 persone, gasate e cremate in un solo giorno». Con ridicola retorica afferma di essere sempre stato contrario ai metodi di eliminazione e detenzione concentrazionaria ma di non aver mai potuto fare nulla in senso contrario. È altrettanto paradossale l’esaltazione della disciplina teutonica e del rispetto degli ordini, contrapposta allo scenario di sostanziale anarchia con cui descriveva la vita del Lager. L’obbedienza agli ordini superiori era vitale per la Germania e costituiva apologia per l’assassinio, ma il degrado del campo e la violazione delle regole da lui stesso impartite erano quasi considerate fisiologiche. Una specie di menù à la carte della banale malvagità.

Il dirigente Hoss rimane un esempio di quanto non ci sia stato nulla di straordinario nella Germania di 70 anni fa. Chiunque potrebbe diventare come lui se le condizioni lo permettessero ancora.

Solo il dubbio, le continue domande e la memoria degli errori possono evitare che Rudolf Hoss celato nelle pieghe della nostra mente, possa tornare nuovamente al comando.

Roberto Anglani

Chicago, 27 gennaio 2010

Dopo l’ultimo testimone

In Letture, Recensioni, Storia contemporanea on gennaio 27, 2010 at 12:21 am

Cosa succederà dopo che l’ultimo superstite dei campi di sterminio nazisti sarà scomparso? Qual è la funzione della “giornata della memoria”? Quali sono i meccanismi e i tempi della memoria? Quali i compiti di chi sopravviverà all’ultimo testimone? Su queste e molte altre domande riflette, e aiuta a far riflettere, David Bidussa in un libricino di poco più di cento pagine ma denso come il granito.

La razza umana continua a commettere i medesimi errori con immutato orrore da millenni, sembra che nessuna lezione possa essere sufficiente ad educarla a ciò che è giusto. La saggezza rimane una forma d’ingenuità: “mai più” si disse dopo la Shoah, “mai dire mai” ricorderanno più realisticamente le cronache della guerra in Jugoslavia dei primi anni novanta e il terribile massacro ruandese del 1994, uno dei più sanguinosi episodi della storia del XX secolo: dal 6 aprile, per circa 100 giorni, vennero massacrate sistematicamente a colpi di armi da fuoco, machete e bastoni chiodati un milione di persone. In entrambi i casi, sullo sfondo, l’indifferenza e la viltà della comunità internazionale.

A cosa serve allora ricordare? Senza dubbio serve a riflettere, serve a esplorare quella che Primo Levi definì “zona grigia”, e cioè quell’area di contiguità tra vittima e carnefice che ne sfuma le differenze trasfigurando l’una nell’altra; serve a farci capire che fuori o dentro il lager gli uomini sono molto lontani da ciò che vorrebbero essere e che quello che in tempo di pace può essere un rispettabile impiegato di banca, in tempo di guerra può diventare un diligente comandante di un lager e gioire per essere riuscito a “liquidare in un sol giorno più di 9.000 persone” traendone il medesimo compiacimento. L’esperienza del lager pone l’obbligo di formulare inquietanti domande sulla natura stessa dell’essere umano. “I sommersi e i salvati” di Primo Levi, ad esempio, rappresenta un luogo complicato della riflessione contemporanea. Non è un testo consolatorio. Al contrario impone e si impone una condizione di estrema lucidità. Nella riflessione di Primo Levi la testimonianza non ha valore conoscitivo su quanto è avvenuto, ma è finalizzata a definire un’analisi antropologica dell’uomo. Il racconto dell’esperienza del lager nel lavoro di Primo Levi rappresenta la possibilità di fondare delle categorie di comportamento non necessariamente legate all’esperienza concentrazionaria, e quindi valide anche per il “dopo”. La memoria dunque non riguarda ciò che è materialmente avvenuto ma le forme e i modi con cui noi costruiamo la storia di ciò che è successo funzionalmente ad una consapevolezza pubblica di che cosa sia la storia o il passato. Una interessante prospettiva da assumere per onorare costruttivamente la memoria può venire da una riflessione della filosofa tedesca Hannah Arendt:

“Se è vero che ogni pensiero incomincia con un ricordo è anche vero che nessun ricordo rimane sicuro se non è condensato e distillato in un sistema di nozioni concettuali entro il quale può ulteriormente elaborarsi. Le esperienze e anche le storie che germogliano da ciò che gli uomini fanno e soffrono, dai loro casi, e dalle loro vicende, risprofondano nella futilità propria delle parole e delle azioni viventi, se non se ne parla continuamente in ogni momento. Ciò che salva le vicenda dei mortali dalla loro intrinseca futilità è solo questo incessante parlarne, che a sua volta resta futile se non scaturiscono dei concetti, segnali indicatori per i futuri ricordi e anche solo per un semplice riferimento.”

Un giorno chi ha conosciuto le atrocità del lager non ci sarà più, non potrà più parlarci. Toccherà a noi “che viviamo nelle nostre tiepide case e che tornando a sera troviamo cibo caldo e visi amici” passare a chi ci seguirà il testimone della memoria. Ne saremo capaci?

Giorgio Castriota

Le mie ultime parole – Lettere dalla Shoah

In Letture, Pensiero, Recensioni, Storia contemporanea on gennaio 28, 2009 at 10:55 am

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Una lettera è un’anima, un’eco fedele della voce che parla (Honoré de Balzac).

Quello che affidiamo a po­che righe o a migliaia di pa­ro­le su una pagina è sicuramente quanto di più intimo, delicato, profondo abbiamo . Le lettere diventano le mappe nella personale geografia dei sentimenti di ciascuno e come una fotografia semantica, fermano un tempo nella sua assolutezza.

Sen­ti­menti che rimangono lì, intoccabili, difesi dalla labilità dei ricordi, dalle rughe che segnano il viso, e che spesso rivivono nella loro bellezza o drammaticità quando quelle stesse frasi tornano a farsi sentire e a farsi leggere. Così come regalano emozioni forti quelle racchiuse nello straordinario volume Le mie ultime parole – Lettere dalla Shoah (Editori Laterza) a cura di Zwi Bacharach (l’edizione italiana è a cura di Fiorella Gabizon): testimonianze di quello che è avvenuto ma da una prospettiva particolare, quella privata, in cui le singole vicende, narrate dalla voce, accorata, appassionata dei protagonisti si intrecciano come spesso accade con i grandi avvenimenti della storia (in questo caso da cancellare perchè è quella legata allo sterminio di milioni di persone nei campi di concentramento nazista).

So­no pagine di amore verso la famiglia uno degli elementi che da sempre caratterizza l’eb­rais­mo: lo strazio degli abbracci mancati, a volte dell’impossibilità di non aver avuto modo di salutare i propri cari o di averli visti andar via lontano, la consapevolezza della fine imminente o il non sapere nulla del destino terribile che si stava compiendo. Proba­bil­mente nessuno degli au­to­ri di questi frammenti d’anima avrà avuto la consapevolezza che quello che veniva scritto alla madre, alla sorella, alla moglie, agli amici sarebbe diventato documento, de­nuncia, narrazione dell’orrore: quello che qui emerge è l’esperienza personale di ciascuno che permette di ritrovare però degli elementi comuni, primo fra tutti il tentativo di l’eliminazione graduale di ogni forma di umanità.

Scritte tra il ’38 e il ’42, le lettere, sono state spedite da chi abitava nelle grandi città europee prima dei rastrellamenti di massa, da chi invece era nei lager e da quelli che vivevano in clandestinità. An­che se (quando lo sterminio diventò sistematico), erano sottoposte a censura e spesso i messaggi erano cifrati, molte si sono salvate e sono custodite negli archivi dopo essere state donate dai familiari o dagli stessi deportati sopravvissuti: molte, tra quelle recuperate,  vennero gettate dagli ebrei che si trovavano sui treni diretti ai campi. Quasi miracolosamente qualcuno le ha raccolte e le ha inviate all’indirizzo indicato: un gesto che, per chi non ha più ri­vi­sto i suoi cari, sarà stato im­pa­gabile.

In quasi tutte le lettere (la maggior parte vengono dal­la Polonia) da un lato la spon­taneità delle sensazioni, i pensieri di ‘cura’ per gli scampati all’orrore e dall’altro un u­ni­co grande coro nell’essere ri­cor­dati dalle generazioni future. La stessa lettera diventa un yizkor, quella che viene definita preghiera commemorativa in cui il morto è chiamato per nome e per colui che la recita, l’identificazione con chi non c’è più, diventa intima e significativa. Così come spesso viene chiesto ai parenti di organizzare un yahrzeit, un giorno per il ricordo (i riferimenti sono alla data di deportazione o a quello che precede l’esecuzione), che inevitabilmente ci ricollega alla giornata della memoria istituita il 27 gennaio.

Sono lettere toccanti, lunghissime, brevi riflessioni sul senso dell’esistenza (escluse quelle, pochissime, che invece sono degli ebrei che non potendo più sopportare le atrocità subite decidono di togliersi la vita), pensieri che riescono ad andare oltre il filo spinato attraverso le  ali eterne della speranza e a guardare ad un futuro migliore.

A parlare, a raccontare, a scrivere, uomini e donne che non sono più tornati, a cui è stato sottratto tragicamente e preventivamente il nuovo di un tempo non ancora giunto. Quello che ci pia­ce pensare è che quelle parole, che possiamo ora rileggere per non dimenticare, ab­biano aiutato chi ha dovuto continuare a vivere con un vuo­to così grande per sempre accanto, ad andare avanti, ad innamorarsi ancora, a guardare verso il cielo ogni mattina, a stupirsi di ogni bimbo che nasce. Nonostante tutto.

Gilda Camero

Valzer con Bashir

In Cinema, Politica, Recensioni, Storia contemporanea on gennaio 25, 2009 at 9:59 am

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Valzer con Bashir – Israele, 2008

  • Regia: Ari Folman
  • Animazione: Yoni Goodman
  • Genere: drammatico
  • Durata: 87′

I lupi inferociti che corrono, pronti per colpire. Annusano: non è quello che cercavano. Si arrestano dinanzi ad una finestra. Tutto rimanda ai ‘lupi’ di questi giorni, in guerra a Gaza, neanche poi per metafora. Il regista israeliano Ari Folman, con un linguaggio poetico affatto ermetista, ma denso di sangue e lacrime, racconta la vera esperienza di uomini che nel Libano hanno sognato la possibilità di una svolta. Per la maggior parte dei quali segnata per sempre dal suggello della morte. Per altri un tormento che ancora dura nei lancinanti ricordi. Valzer con Bashir è un film sull’atrocità della memoria dei morti e dei vivi. Sulla memoria collettiva.

Sono precisamente 26 le bestie dell’incredibile sequenza iniziale, le stesse uccise venticinque anni prima in Libano, e che tormentano le notti di un vecchio commilitone. La memoria del pianto e del dolore dei profughi palestinesi scampati al massacro di Sabra e Chatila, nel non lontano 1982, ad opera dei cristiani falangisti, sono la materia densissima affidata al ricordo reale, vissuto in prima persona dallo stesso regista, oltre che all’animazione di Yoni Goodman e al suono minimalista di Max Richter (premiato con l’EFA).

L’impatto visivo è decisamente impressionante, quanto le immagini reali di questi giorni diffuse dai media. La stessa idea del titolo, che per tutta la prima parte del film, non si riesce a collocare da nessuna parte, poi è assolutamente una grande sorpresa, oltre che una genialata da parte di chi ha scelto il titolo anche in italiano (una volta tanto!), perché il valzer rimanda all’esperienza realmente vissuta dal regista, allora diciannovenne, costretto a sparare ‘danzando’ in mezzo al fuoco incrociato e al cospetto di giganteschi manifesti con l’immagine dell’appena ucciso presidente cristiano, Bashir Gemayel. In tutto il film, dall’inizio alla fine, si respira molta disperazione.

L’anno scorso toccò a Persepolis di Marjane Satrapi ad entusiasmare il pubblico della Croisette, allo stesso modo di come quest’anno è toccato a quest’altro film di animazione, ma che inspiegabilmente non è riuscito a portarsi a casa nessun premio. Eppure bellezza ed originalità da vendere ce le ha tutte: dalla scelta del tratto grafico, lontanissimo rispetto a tutte le tecniche più in voga, questa unisce le tavole disegnate ed effetti digitali, mettendo in bella mostra lo spessore e la nettezza dei tratti, i chiaroscuri e i colori dal forte impatto emotivo, che si arricchiscono perché accompagnati dal commento musicale pop e post-punk di inizio anni Ottanta. Tutto amalgamato dalla poeticità propria della cultura del nostro tempo, ancora fortemente nichilista e ossessivamente legata all’onirico e a tutto ciò che avrebbe l’esigenza di essere focalizzato e analizzato da analisti che vadano oltre la psicanalisi di freudiana memoria. Non si tratta neanche di interpretazione di sogni, o semmai, nel film Folman ne rimanda continuamente uno, fortemente politico, inteso alla maniera di chi interpreta i sogni, senza distinzione di razza, cultura e religione, per il raggiungimento di quel grande sogno che ancora si distingue per la sua utopisticità: la pace. Senza ma e senza però, ma solo a ritmo di danza. Meglio s’è un valzer a due, senza l’arma come compagna ballerina.

Giancarlo Visitilli

La banda Baader Meinhof

In Cinema, Politica, Recensioni, Storia contemporanea on novembre 19, 2008 at 1:33 am

La Banda Baader Meinhof

La banda Baader Meinhof (Germania, 2008)

  • Regia– Uli Edel
  • Interpreti– Martina Gedeck, Moritz Bleibtreu, Johanna Wokalek, Bruno Ganz
  • Genere– storico, drammatico
  • Durata– 155′.

Noi abbiamo imparato che continuare a parlare, senza agire, è un errore”. Questo è stato il principio ispiratore di tanti movimenti, pacifisti, armati, di Destra, Sinistra, Centro, ecc. La storia, però, c’insegna che qualsiasi azione, senza una direzione, un pensiero, è fine a sé stessa. Può essere, talvolta, anche negativa, specie quando ci scappa il morto. E di esempi così, la storia del mondo è piena.

In Germania, negli anni Settanta, tre giovani, Ulrike Meinhof, Andreas Baader e Gudrun Ensslin fondano una cellula terroristica denominata: Banda Baader-Meinhoff. I giovani si scagliano contro le istituzioni tedesche, accusate di essere complici dell’imperialismo americano. La banda si trasforma velocemente in un movimento politico/terroristico noto con la sigla RAF, sorella delle BR italiane. Dopo numerose azioni violente, i capi della RAF saranno catturati dalla polizia tedesca e rinchiusi nel carcere di massima sicurezza di Stammheim, dove trovano la loro morte in un suicidio collettivo, le cui reali modalità non sono mai state chiarite.

La banda Baader Meinhof, tratto dal libro di Stefan Aust, fondamentale saggio scritto nel 1985, non è un film capolavoro, ma importantissimo. Non solo per la sostanza del suo contenuto, tratto da vicende storicamente documentate, ma anche per gli aspetti registici, comunque pregevoli. A partire dal cast, tutto di massimo livello e in stato di grazia (chi perché proviene da un lavoro duro come Quattro minuti, chi perché già attore del bellissimo Le vite degli altri, chi, come Bruno Ganz, perché non ne sbaglia uno), per le scenografie con le quali sono stati ricostruiti gli ambienti degli anni di piombo tedeschi, l’eccellente fotografia con la quale tali ambienti sono stati resi, ma soprattutto per la particolarità di come sono state ricostruite le vicende, non seguendo una linea perfettamente cronologica e consequenziale. Per cui, quello a cui assiste lo spettatore è una sorta di mostra che concatena quadri drammaturgici, intervallati da altrettanti quadri, che hanno la funzione di incorniciare l’opera, perché si tratta di materiali di repertorio. E’ evidente come Uli Edel e lo stesso co-sceneggiatore, Aust, abbiano lavorato per sottrazione: ci sono meno dialoghi e tante vere e proprie scene d’azione, la cui tensione ha una resa incredibile grazie ad una regia asciutta, priva di qualsiasi rigore estetizzante. Anche se il film esteticamente eccelle.

Sorprende lo stesso lavoro degli sceneggiatori e della loro capacità di non elevare affatto i rivoluzionari tedeschi come degli eroi o delle vittime dello Stato imperialista. Piuttosto sono la meglio gioventù tedesca, raffigurati come degli idealisti il cui scopo era quello di riuscire a creare una società più umana, senza accorgesi che sbagliavano nell’uso degli strumenti, disumani e violenti. Convinti che bastava capire solo alcune differenze: “una pietra lanciata contro una vetrina è un atto criminale, mille pietre sono un’azione politica”. Molte, curiosamente le affinità che si possono ravvisare con il gruppo terroristico italiano, a partire dalla descrizione delle azioni dei rapimenti, che tanto ricordano quello di Aldo Moro.

Negli ultimi anni il cinema tedesco si è spesso trovato a ragionare sul passato e sulle ferite ancora aperte del secolo scorso. Tutto è avvenuto mediante pellicole di ampia visibilità, di grandi produzioni, in cui il gusto narrativo accompagna l’esposizione storica. Basti pensare a film come La caduta e il recente Le vite degli altri, fino a Goodbye, Lenin. La banda Baeder Meinhof si inserisce perfettamente nella lista di una grande ed importante produzione cinematografica, di assoluta valenza storica, oltre che artistica. E quando è possibile tale connubio, si tratta di grande cinema. Perché è quello che cambia le vite degli altri, specie dopo le tante cadute a cui la storia costringe. Ce n’è per tutti in questo meraviglioso film, per chi è convinto pacifista, ma anche per chi crede ancora, ostinatamente, nella ‘guerra giusta’, perché è vero quello che nello stesso film si afferma pesantemente: “coloro che fanno violenza sui popoli, quando tale violenza se la ritrovano a casa, impazziscono”. Chi ha orecchi, intenda. Ma è dato capire anche ai sordi, perché l’orrore della guerra, dell’odio e della violenza, priva lo sguardo a chiunque.

Giancarlo Visitilli

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Il Presidio Primo Levi allarga gli orizzonti e si arricchisce di nuovi contenuti grazie alla prestigiosa firma di Giancarlo Visitilli, critico cinematografico e scrittore, nonchè invidiato collezionista di ottima musica.  Benvenuto.

Spingendo la notte più in là

In Letture, Recensioni, Storia contemporanea on novembre 5, 2008 at 2:02 pm

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Ricordo come fosse ieri l’edizione straordinaria del telegiornale che annunciava la strage alla stazione di Bologna, era il 2 agosto 1980, ricordo lo sgomento e la tristezza che quelle immagini mi procurarono. Ero un bimbo e non capivo, ora sono un uomo e continuo a non capire. Non capisco perché nel Paese in cui vivo certe verità continuino ad essere inaccessibili, precluse, blindate.

Da quando sono nato sento parlare di “anni di piombo”, di “strategia della tensione” ,  di “terroristi”, ma per quanto mi sia sforzato non sono riuscito a vedere nitidamente le tante verità che hanno seminato e fatto germogliare un odio cieco e spietato che ha causato tanto dolore e tanti lutti a troppe famiglie italiane. Una cosa però l’ho appresa in anni di letture notturne, tanto silenziose quanto preziose: la dignità dei parenti delle vittime.

Mario Calabresi è il figlio del commissario Luigi Calabresi, ucciso il 17 maggio del 1972 con due colpi di pistola sparati alle spalle. Uccidere un uomo sparandogli alle spalle è un atto di una viltà estrema.

La storia dell’omicidio Calabresi è indissolubilmente legata a quella di Giuseppe Pinelli, l’anarchico morto precipitando dalla finestra dell’ufficio del commissario Calabresi durante un interrogatorio condotto all’interno delle indagini per la bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana. La madre di tutte le stragi. Ancora senza colpevoli.

Il commissario Calabresi fu accusato dell’omicidio di Pinelli e fu vittima di una campagna di stampa, condotta soprattutto da Lotta Continua, che, di fatto, lo condannò a morte. L’innocenza di Calabresi, venne stabilita dalle indagini e da due sentenze della magistratura. Postume.

“Giuseppe Pinelli e Luigi Calabresi accomunati da quasi quarant’anni, un tempo più lungo di quello che gli fu dato di vivere. Usati uno contro l’altro, in un braccio di ferro infinito, uno dei tanti che paralizza il Paese e lo tiene costretto con la testa rivolta al passato. Anche per noi sono sempre stati accomunati, da bambini pensavamo che anche Pinelli non era tornato a casa una sera dalle sue bambine e restavamo in silenzio quando qualcuno pronunciava il suo nome. Mamma ce ne parlava con delicatezza, legava i due destini, non li ha mai contrapposti. Un giorno mi ha dato da leggere l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters e mentre me l’allungava, ma continuava a tenerla stretta in mano, mi raccontò che era stato Pinelli a regalarla a papà, un Natale. Non so dire se fossero amici, erano su sponde diverse, e ci vuole pudore quando si parla dei morti, ma sicuramente in casa nostra Giuseppe Pinelli non è mai stato un nemico.”

Mario Calabresi racconta come la sua famiglia abbia scelto, con coraggio e dignità, di “Spingere la notte più in là”.

La storia di una famiglia italiana ferita dal terrorismo che tutti dovrebbero conoscere.

Giorgio Castriota

Mario Calabresi racconta suo padre a Ballarò