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A cavallo dell’arcobaleno

In Musica on novembre 21, 2009 at 10:47 pm

Uli John Roth

Ci si può emozionare sino alle lacrime ascoltando il suono di una chitarra? A me è successo. Proprio ora. Non pensavo potesse accadere, eppure è successo. Anche questo è il potere della musica.

Credo che la grandezza di un artista che si esprime senza usare le parole valga doppio perché doppio è il rischio cui si espone: quello di non essere capito e quello, ancora peggiore, di essere frainteso. Difficile usare la musica per comunicare, difficile eppure possibile. Qualcuno ci riesce. Ci riusciva Jimi Hendrix, ci riesce Ritchie Blackmore, ci riesce Brian May e ci riescono tanti altri maestri che hanno formato la sensibilità musicale di chi scrive. Da qualche giorno ne ho scoperto un altro di questi maestri, ancora una volta un protagonista degli anni settanta. Favolosi e terribili quegli anni la cui anima vibra ancora, presente, viva, inquieta. Non va via, forse perché dannata. Benedetta sia quell’anima dannata. Bruci ancora a lungo.

Conoscevo Uli John Roth ma non il suo suono, ero a conoscenza della sua militanza negli Scorpions degli anni d’oro, quelli a cavallo tra il 1973 e il 1978, ricordo di averne sentito parlare per la prima volta nel 1998 in quanto membro di una delle tante incarnazioni del G3 di Joe Satriani. Pensavo, misero e presuntuoso, che fosse uno dei tanti guitar hero che popolano il variegato mondo della musica rock. Quanto sbagliavo! C’è voluto l’entusiasmo di una persona preziosa quanto l’emozione che muove ora le mie mani a farmi scoprire che dietro quel nome si celava un chitarrista geniale e raffinato come pochi. La musica di Uli John Roth è commovente e poetica come una poesia di Alda Merini. Così come commovente e poetica è  la passione di Cecè, lo splendido untore di cui sopra, che mi ha iniziato all’ascolto di Tokyo Tapes in una serata autunnale che farò davvero fatica a dimenticare.

Tra qualche giorno potrò ascoltare dal vivo la poesia musicale di Uli John Roth e, sono sicuro, altre lacrime righeranno il volto invisibile dell’anima mia, e non me ne vogliate se tornerò su questo spazio per parlarvene ancora. Le emozioni sono più belle quando sono condivise. Buona musica a tutti.

Giorgio Castriota

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La banda Baader Meinhof

In Cinema, Politica, Recensioni, Storia contemporanea on novembre 19, 2008 at 1:33 am

La Banda Baader Meinhof

La banda Baader Meinhof (Germania, 2008)

  • Regia– Uli Edel
  • Interpreti– Martina Gedeck, Moritz Bleibtreu, Johanna Wokalek, Bruno Ganz
  • Genere– storico, drammatico
  • Durata– 155′.

Noi abbiamo imparato che continuare a parlare, senza agire, è un errore”. Questo è stato il principio ispiratore di tanti movimenti, pacifisti, armati, di Destra, Sinistra, Centro, ecc. La storia, però, c’insegna che qualsiasi azione, senza una direzione, un pensiero, è fine a sé stessa. Può essere, talvolta, anche negativa, specie quando ci scappa il morto. E di esempi così, la storia del mondo è piena.

In Germania, negli anni Settanta, tre giovani, Ulrike Meinhof, Andreas Baader e Gudrun Ensslin fondano una cellula terroristica denominata: Banda Baader-Meinhoff. I giovani si scagliano contro le istituzioni tedesche, accusate di essere complici dell’imperialismo americano. La banda si trasforma velocemente in un movimento politico/terroristico noto con la sigla RAF, sorella delle BR italiane. Dopo numerose azioni violente, i capi della RAF saranno catturati dalla polizia tedesca e rinchiusi nel carcere di massima sicurezza di Stammheim, dove trovano la loro morte in un suicidio collettivo, le cui reali modalità non sono mai state chiarite.

La banda Baader Meinhof, tratto dal libro di Stefan Aust, fondamentale saggio scritto nel 1985, non è un film capolavoro, ma importantissimo. Non solo per la sostanza del suo contenuto, tratto da vicende storicamente documentate, ma anche per gli aspetti registici, comunque pregevoli. A partire dal cast, tutto di massimo livello e in stato di grazia (chi perché proviene da un lavoro duro come Quattro minuti, chi perché già attore del bellissimo Le vite degli altri, chi, come Bruno Ganz, perché non ne sbaglia uno), per le scenografie con le quali sono stati ricostruiti gli ambienti degli anni di piombo tedeschi, l’eccellente fotografia con la quale tali ambienti sono stati resi, ma soprattutto per la particolarità di come sono state ricostruite le vicende, non seguendo una linea perfettamente cronologica e consequenziale. Per cui, quello a cui assiste lo spettatore è una sorta di mostra che concatena quadri drammaturgici, intervallati da altrettanti quadri, che hanno la funzione di incorniciare l’opera, perché si tratta di materiali di repertorio. E’ evidente come Uli Edel e lo stesso co-sceneggiatore, Aust, abbiano lavorato per sottrazione: ci sono meno dialoghi e tante vere e proprie scene d’azione, la cui tensione ha una resa incredibile grazie ad una regia asciutta, priva di qualsiasi rigore estetizzante. Anche se il film esteticamente eccelle.

Sorprende lo stesso lavoro degli sceneggiatori e della loro capacità di non elevare affatto i rivoluzionari tedeschi come degli eroi o delle vittime dello Stato imperialista. Piuttosto sono la meglio gioventù tedesca, raffigurati come degli idealisti il cui scopo era quello di riuscire a creare una società più umana, senza accorgesi che sbagliavano nell’uso degli strumenti, disumani e violenti. Convinti che bastava capire solo alcune differenze: “una pietra lanciata contro una vetrina è un atto criminale, mille pietre sono un’azione politica”. Molte, curiosamente le affinità che si possono ravvisare con il gruppo terroristico italiano, a partire dalla descrizione delle azioni dei rapimenti, che tanto ricordano quello di Aldo Moro.

Negli ultimi anni il cinema tedesco si è spesso trovato a ragionare sul passato e sulle ferite ancora aperte del secolo scorso. Tutto è avvenuto mediante pellicole di ampia visibilità, di grandi produzioni, in cui il gusto narrativo accompagna l’esposizione storica. Basti pensare a film come La caduta e il recente Le vite degli altri, fino a Goodbye, Lenin. La banda Baeder Meinhof si inserisce perfettamente nella lista di una grande ed importante produzione cinematografica, di assoluta valenza storica, oltre che artistica. E quando è possibile tale connubio, si tratta di grande cinema. Perché è quello che cambia le vite degli altri, specie dopo le tante cadute a cui la storia costringe. Ce n’è per tutti in questo meraviglioso film, per chi è convinto pacifista, ma anche per chi crede ancora, ostinatamente, nella ‘guerra giusta’, perché è vero quello che nello stesso film si afferma pesantemente: “coloro che fanno violenza sui popoli, quando tale violenza se la ritrovano a casa, impazziscono”. Chi ha orecchi, intenda. Ma è dato capire anche ai sordi, perché l’orrore della guerra, dell’odio e della violenza, priva lo sguardo a chiunque.

Giancarlo Visitilli

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Il Presidio Primo Levi allarga gli orizzonti e si arricchisce di nuovi contenuti grazie alla prestigiosa firma di Giancarlo Visitilli, critico cinematografico e scrittore, nonchè invidiato collezionista di ottima musica.  Benvenuto.

Spingendo la notte più in là

In Letture, Recensioni, Storia contemporanea on novembre 5, 2008 at 2:02 pm

spingendo-la-notte

Ricordo come fosse ieri l’edizione straordinaria del telegiornale che annunciava la strage alla stazione di Bologna, era il 2 agosto 1980, ricordo lo sgomento e la tristezza che quelle immagini mi procurarono. Ero un bimbo e non capivo, ora sono un uomo e continuo a non capire. Non capisco perché nel Paese in cui vivo certe verità continuino ad essere inaccessibili, precluse, blindate.

Da quando sono nato sento parlare di “anni di piombo”, di “strategia della tensione” ,  di “terroristi”, ma per quanto mi sia sforzato non sono riuscito a vedere nitidamente le tante verità che hanno seminato e fatto germogliare un odio cieco e spietato che ha causato tanto dolore e tanti lutti a troppe famiglie italiane. Una cosa però l’ho appresa in anni di letture notturne, tanto silenziose quanto preziose: la dignità dei parenti delle vittime.

Mario Calabresi è il figlio del commissario Luigi Calabresi, ucciso il 17 maggio del 1972 con due colpi di pistola sparati alle spalle. Uccidere un uomo sparandogli alle spalle è un atto di una viltà estrema.

La storia dell’omicidio Calabresi è indissolubilmente legata a quella di Giuseppe Pinelli, l’anarchico morto precipitando dalla finestra dell’ufficio del commissario Calabresi durante un interrogatorio condotto all’interno delle indagini per la bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana. La madre di tutte le stragi. Ancora senza colpevoli.

Il commissario Calabresi fu accusato dell’omicidio di Pinelli e fu vittima di una campagna di stampa, condotta soprattutto da Lotta Continua, che, di fatto, lo condannò a morte. L’innocenza di Calabresi, venne stabilita dalle indagini e da due sentenze della magistratura. Postume.

“Giuseppe Pinelli e Luigi Calabresi accomunati da quasi quarant’anni, un tempo più lungo di quello che gli fu dato di vivere. Usati uno contro l’altro, in un braccio di ferro infinito, uno dei tanti che paralizza il Paese e lo tiene costretto con la testa rivolta al passato. Anche per noi sono sempre stati accomunati, da bambini pensavamo che anche Pinelli non era tornato a casa una sera dalle sue bambine e restavamo in silenzio quando qualcuno pronunciava il suo nome. Mamma ce ne parlava con delicatezza, legava i due destini, non li ha mai contrapposti. Un giorno mi ha dato da leggere l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters e mentre me l’allungava, ma continuava a tenerla stretta in mano, mi raccontò che era stato Pinelli a regalarla a papà, un Natale. Non so dire se fossero amici, erano su sponde diverse, e ci vuole pudore quando si parla dei morti, ma sicuramente in casa nostra Giuseppe Pinelli non è mai stato un nemico.”

Mario Calabresi racconta come la sua famiglia abbia scelto, con coraggio e dignità, di “Spingere la notte più in là”.

La storia di una famiglia italiana ferita dal terrorismo che tutti dovrebbero conoscere.

Giorgio Castriota

Mario Calabresi racconta suo padre a Ballarò