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I quattordici mesi

In Letture, Pensiero, Politica, Recensioni on aprile 24, 2010 at 10:55 pm

Diventa sempre più difficile parlare di Resistenza partigiana, e questo avviene per un preoccupante e noioso motivo che si amplifica di anno in anno. Per la classe politica repubblicana, la Resistenza è stato solo uno dei tanti terreni di scontro banalizzati dalla retorica celebrativa contrapposta all’oltraggioso revisionismo che molto spesso sembra esercitato per puro dispetto.

Come sempre fioccano a pochi giorni dal 25 le notizie dei soliti sindaci a caccia di trafiletti che rivendicano all’improvviso un diritto che sembra spettare solamente a loro: la manomissione del ricordo. Lo stesso dicasi per i gloriosi politici che nel tentativo di ristabilire la giusta verità sulle epurazioni partigiane del dopoguerra confondo il giorno della Liberazione dal Nazifascismo come una offesa ai “morti di Salò”.

Il 25 aprile è la celebrazione di un percorso storico estremamente complesso che ha ridato all’Italia la libertà da una occupazione militare e da una dittatura devastante durata più di vent’anni. Come tutti i fenomeni che hanno coinvolto larghissimi movimenti popolari merita uno studio approfondito e non una imbarazzante tifoseria: partigiani contro repubblichini.

Radio Primo Levi nel celebrare questa festa fondamentale che coinvolge tutta l’Italia consiglia la lettura di uno dei libri più belli di Enzo Biagi: “I quattordici mesi”. In realtà è una raccolta postuma ad opera delle figlie Bice e Carla, curata da Loris Mazzetti, che contiene le memorie dei “quattordici mesi” a suo dire più belli di tutta la sua vita. Il tempo dei vent’anni che Biagi trascorse da “cronista” partigiano nella brigata Giustizia e Libertà. Il suo compito fu quello di raccontare alla popolazione locale la vita e le imprese dei “ribelli” e per questo si inventò “Patrioti”: giornale clandestino, uscito in soli tre numeri, di cui fu editore grafico e redattore unico.

Questo di Enzo Biagi è un racconto sobrio e asciutto delle vite e dei nomi che lo hanno accompagnato sui monti anche dopo la liberazione. Il partigiano Checco, il “galantuomo” Ferruccio Parri, il suo incontro con i criminali Reder, Kappler e Kesselring, e il suo personale ricordo della “resa dei conti” dopo Piazzale Loreto. E’ la memoria personale senza retorica e senza livore di un partigiano che ha contribuito alla Resistenza con una penna e un taccuino.

Enzo Biagi una volta disse: “Fra poco sarà il 25 aprile. Una data che è parte essenziale della nostra storia: è anche per questo che oggi possiamo sentirci liberi. Una certa Resistenza non è mai finita.” (da La mia Italia che non si arrende, Corriere della sera, 22 aprile 2007)

Roberto Anglani

Lasciami qui, lasciami stare

In Musica, Recensioni on ottobre 2, 2008 at 9:20 pm

G. L. Ferretti

Ogni canzone è un universo in continua espansione dove le nuove stelle sono le infinite emozioni che quel particolare brano riesce a generare. Vorrei raccontarvi qui di una mia piccola stella.

“Annarella” è una canzone dei CCCP – Fedeli alla linea contenuta in “Epica Etica Etnica Pathos”, l’ultimo album inciso dalla band emiliana, un brano che Giovanni Lindo Ferretti scrisse per il padre  scomparso ma che decise di dedicare ad Annarella Giudici, in seguito all’unico litigio avuto con la  “benemerita soubrette” dei CCCP.

La versione a cui mi riferisco è però contenuta in “La terra, la guerra, una questione privata”, album che i mai abbastanza compianti CSI, naturale evoluzione dei CCCP nonché insuperata meraviglia nel panorama rock italiano, dedicarono a Beppe Fenoglio. Ritengo questa versione superiore all’originale, il canto ieratico di Ferretti è sorretto dall’eleganza del pianoforte di Francesco Magnelli e dalla stupenda voce di Ginevra Di Marco.

Il testo è breve, ma molto profondo:

lasciami qui
lasciami stare
lasciami così
non dire
una parola che
non sia d’amore
per me
per la
mia vita che
è tutto quello che ho
e tutto quello che io ho
e non è ancora
finita

A me trasmette un senso di pace, di pace estrema, raggiunta per forza di cose, conseguenza di una fine. Definitiva.

E mi viene in mente un ricordo che Enzo Biagi era solito raccontare, soprattutto nelle ultime interviste: “Sui muri di Roma, nel triste inverno del 1943, apparve una scritta: Andatevene tutti, lasciateci piangere da soli.”

Giorgio Castriota