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Le strade di Radio Primo Levi, parte IV – Appunti di viaggio

In Pensiero, Radio Primo Levi on agosto 31, 2010 at 6:45 pm

Partenza. Bari. Direzione Nord. Si viaggia in treno. Nel mio scompartimento c’è un bambino, avrà sei o sette anni, viaggia con la mamma. Non sta fermo un attimo, ha fretta di vivere. Cosa ne sarà di questo bimbo? Cosa ne farà la vita? È la sua prima volta in treno, immaginava di viaggiare in una stanza “grande grande” e chiede alla mamma chi sia a guidare il treno. Si diverte a storpiare i nomi delle prime fermate. Giochiamo, lui parla io scrivo:

  • Molfetta -> Forchetta
  • Bisceglie ->Besciamella
  • Trani -> Treno
  • Barletta -> Paletta

Perchè gli uomini con gli anni diventano stupidi e cattivi? Se Dio esiste è un bambino.

Tu tum tu tum, tu tum tu tum …

Verona. Il treno viaggia in orario sino alla penultima fermata dove il macchinista decide di fermarsi e maturare un po’ di ritardo. Evidente atto di devozione offerto alla “Madonna delle puntualità mancate” di cui i ferrovieri pare siano devoti fedeli. Arrivo in stazione, il tempo di riabbracciare un’amicizia mai smarrita e poi in sella a pedalar Verona alla luce della Luna. La musica della notte è di insostenibile bellezza. Balla la Luna ogni notte, semplice e bella. Raccoglie la luce che al Sole avanza e la offre ai sogni degli uomini.

Verona, Arena

Rovereto (Trento). Montagne sin quante ne vuoi, musei, musica, teatri e testimonianze di una guerra che i libri ricordano come Grande. Un museo ne celebra, perpetuandola, la stanca retorica. Museo della guerra voluto ed inaugurato da coloro che di quella guerra furono sciagurati signori. Chi a quella guerra ha offerto sangue e vita continui a tacere. In cambio avrà cioccolata e grappa in abbondanza.

Rovereto (TN), Castello

Seriate (Bergamo). Nella notte del Dio che balla decido di star seduto. Consapevole atto sacrilego. Festa (dell’unità) democratica. Volti in festa, musica, colori. Il panino con la salsiccia è un rito ineludibile, la birra aiuta a sentirsi nel posto giusto. Si balla, si canta, si fa festa. Sento di essere tra brave persone. Concerto dei Mercanti di Liquore. La musica è dei poveri. Le montagne stanno ferme, gli uomini camminano. E ballano.

Nogara (Verona). Fa freddo da battere i denti. Verona Folk 2010. L’Assessorato alla Cultura e all’Identità Veneta della Provincia di Verona promuove e benedice. Identità Veneta: mirabile esempio di fiero bigottismo. La musica se ne fotte e li fotte. Ginevra Di Marco canta tutte le lingue del mondo fuorchè veneto: napoletano, siciliano, francese, slavo, albanese e arabo vengono fusi in un riuscito esperimento di esperanto mediterraneo. Il pubblico si diverte, balla e canta. L’Identità Veneta non preoccupa nessuno. La malarazza verde è servita.

Ritorno. Bari. Italo Calvino è un buon compagno di viaggio ed una buona compagnia per conchiudere. Le parole del suo Marco Polo sono talmente fuori luogo da risultare, in ultima analisi, parte in causa.

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.” [1]

Giorgio Castriota

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[1] Italo Calvino, Le città invisibili, 1972

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Tabula Rasa Elettrificata

In Musica on aprile 13, 2010 at 1:10 am

Ci sono emozioni talmente forti che fanno male, ti chiedi il perché ma le risposte tardano ad arrivare. Le risposte sono sempre in ritardo, forse non ci sono affatto oppure ci sono ma non arriveranno mai perché alle risposte capita di rado di voler incontrare le domande. Sembra preferiscano la solitudine a qualsivoglia compagnia. Non importa. Bastino le emozioni. Ed in questo disco ce ne sono a valanga. Ne sputerò fuori qualcuna. Questa è la prima recensione “punk” di Radio Primo Levi. Se ne sentiva il bisogno.

Il lieto fine l’ha inventato chi non ne aveva la necessità, agli altri risulterà scomodo persino sognarlo, pena un risveglio amaro, sgradevolmente fuori luogo. Greve è la terra, madre e puttana, culla e tomba. Che la terra è pesante, non si può sollevare. Preme, compatta, schiaccia.

Due anime in fuga l’una dall’altra si incontrano per caso per le scale di un condominio, lei scende lui sale, cosa distingua il sopra dal sotto non s’è mai capito. Una chitarra e un sorriso bastano a intendersi. Sono anime fiammeggianti, ognuna a suo modo pronta. Si scaldano a vicenda ma non ne hanno consapevolezza. Quando un vento freddo più forte dei loro sogni le spegnerà entrambe sapranno, in cuor loro, di aver voluto, almeno per un istante e in sincrono, ardere insieme. Appare la bellezza, mai assillante né oziosa, languida quando è ora e forte lieve ed austera.

“Non so cosa voglio ma so come ottenerlo” cantavano indisponenti e folli i primi punk. Era il 1978. Ora siamo nel 1997, al più tardi nel 2010. La follia ha lasciato il posto alla convenienza, lo sgradevole all’orrido. E se ora sapessi cosa volere e non sapessi come ottenerlo? A cosa affidarsi? Alla forma o alla sostanza? Non ne ho idea, so solo che voglio ciò che mi spetta. E’ mio, cazzo, lo voglio. Ora lontano, ora vicino. Tornerà, m’aspetta, lo aspetto. Aspetta chi è aspettato che sia compiuta l’attesa di chi attende.

Vicini per chilometri, vicini per passioni, vicini nei suoni, stretti nelle parole. Una cosa sola nella telepatica vicinanza tecnologica. Vicini eppure lontani. Vicini per anni, i piedi in testa; lontani per il resto della vita. Difficile da accettare, impossibile da comprendere, imbarazzante da spiegare. Ancora una volta è il vuoto la sostanza. Il verde è negli occhi di entrambi, il verde è il colore della speranza. Sublime inganno. Eterna attesa.

La felicità è senza limiti, viene e va. Viene e poi se ne va.

In fondo la ricetta è vecchia di secoli: basta far nulla. Ciò che deve accadere accade. Inutile cercarne altre, le ricette sono come le risposte, fanno loro compagnia e attendono la morte delle domande a cui pure devono la vita per sentirsi finalmente libere senza imbarazzanti richiami alla ragione. La passione, nel frattempo, regna sovrana. Ragione e passione hanno litigato prima che il buon Dio riuscisse a dar loro un nome, di far pace, pare, non sia ancora giunto il tempo. Attendiamo fiduciosi, del resto, se ancora non s’era capito, c’importa una sega. Ma fatta bene, che non si sa mai.

Giorgio Castriota

Lasciami qui, lasciami stare

In Musica, Recensioni on ottobre 2, 2008 at 9:20 pm

G. L. Ferretti

Ogni canzone è un universo in continua espansione dove le nuove stelle sono le infinite emozioni che quel particolare brano riesce a generare. Vorrei raccontarvi qui di una mia piccola stella.

“Annarella” è una canzone dei CCCP – Fedeli alla linea contenuta in “Epica Etica Etnica Pathos”, l’ultimo album inciso dalla band emiliana, un brano che Giovanni Lindo Ferretti scrisse per il padre  scomparso ma che decise di dedicare ad Annarella Giudici, in seguito all’unico litigio avuto con la  “benemerita soubrette” dei CCCP.

La versione a cui mi riferisco è però contenuta in “La terra, la guerra, una questione privata”, album che i mai abbastanza compianti CSI, naturale evoluzione dei CCCP nonché insuperata meraviglia nel panorama rock italiano, dedicarono a Beppe Fenoglio. Ritengo questa versione superiore all’originale, il canto ieratico di Ferretti è sorretto dall’eleganza del pianoforte di Francesco Magnelli e dalla stupenda voce di Ginevra Di Marco.

Il testo è breve, ma molto profondo:

lasciami qui
lasciami stare
lasciami così
non dire
una parola che
non sia d’amore
per me
per la
mia vita che
è tutto quello che ho
e tutto quello che io ho
e non è ancora
finita

A me trasmette un senso di pace, di pace estrema, raggiunta per forza di cose, conseguenza di una fine. Definitiva.

E mi viene in mente un ricordo che Enzo Biagi era solito raccontare, soprattutto nelle ultime interviste: “Sui muri di Roma, nel triste inverno del 1943, apparve una scritta: Andatevene tutti, lasciateci piangere da soli.”

Giorgio Castriota