RPL

Posts Tagged ‘guerra partigiana’

L’Agnese va a morire

In Letture, Pensiero, Recensioni, Storia on aprile 26, 2010 at 10:14 am

Quando si parla di resistenza (e ci auguriamo che si continui a farlo sempre evitando interpretazioni tendenti a sminuire o a cancellare questo momento fondamentale della nostra storia) in genere lo si fa al maschile. Si parla sempre di partigiani, di uomini coraggiosi e indomiti ma meno spesso si parla di partigiane, di donne di ogni età e estrazione sociale che hanno ugualmente sacrificato la loro vita per lo stesso, identico ideale. Erano infatti loro ad essere ‘usate’, perchè meno controllate, come staffette per portare messaggi in codice, trasportare viveri, traferire armi. Probabilmente senza di loro molte azioni e molti agguati non avrebbe avuto luogo perchè per chi veniva denunciato come sovversivo, come partigiano non poteva muoversi alla luce del sole: le donne quindi avevano molta più libertà di movimento e affiancavano i loro compagni portando avanti faccende pratiche, domestiche. Di una di loro, una contadina imponente, con mani screpolate e gambe grosse, instancabile lavoratrice, senza nessuna istruzione ma con una forza indomabile, ci regala un appassionato ritratto Renata Viganò nel bel libro edito da Einaudi ‘L’Agnese va a morire’.

Uscito nel ’49 ha ancora al suo interno quella sofferenza, quel dolore per un periodo buio della nostra storia ancora, all’epoca, troppo vicino e di cui non si era dimenticato nulla. Una guerra ancora troppo sentita sulla propria pelle, ancora troppo presente perchè le ferite provocate fossero già cicatrizzate:per questo nel romanzo nulla è risparmiato. Si susseguono immagini terribili, come quella del cadavere di una bambina gettato da uno dei vagoni in cui venivano portati i prigionieri verso i campi di concentramento (non meno cruda la visione della madre che si impicca dopo aver compiuto questo terribile gesto), così come non vengono risparmiate le esecuzioni in piazza, volutamente pubbliche e plateali, che servivano da monito per tutti gli altri o ancora la crudeltà delle fucilazioni quando i partigiani venivano scoperti nei campi.

Agnese è una contadina ma suo marito Palita, gravemente ammalato e per questo impossibilitato a lavorare, è un partigiano da sempre, un convinto comunista, per il suo carattere onesto, schietto, un uomo che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno e ha la libertà come supremo ideale. Quando lo porteranno via, Agnese, con la dignità che solo le grandi donne hanno, sopporterà questo vuoto immenso e pur continuando a lottare, avrà lacrime da versare solo di notte. Da subito Agnese è convinta che il suo Palita è morto e di lì a qualche mese avrà la conferma perchè un giovane partigiano che era con lui ed era riuscito a fuggire dal treno, le dice che il suo compagno non c’è più ma che non ha sofferto e il suo ultimo pensiero è stato per lei. Nonostante tutto Agnese continua ad andare avanti e allo stesso tempo aiuta i partigiani portando nei vari paesini di campagna (siamo nella zona delle Valli di Comacchio nella Bassa Padania  con le giornate di un freddo tagliente e la nebbia che sembra annullare la realtà in un mantello di oblio) materiale esplosivo, cibo e soldi che ha risparmiato facendo la lavandaia (si rifiuta di lavorare però per i nemici):tutto questo va avanti per qualche mese ma quando un tedesco con una mitragliata le ammazza la gatta nera, amatissima da Palita (passava le giornate con lei in braccio beandosi delle sue fusa e del suo calore) e simbolo dell’amore profondo che li legava, durante la notte, con quello stesso mitra, gli spacca la testa. Nessuna possibilità di tornare indietro dopo quel gesto terribile: la contadina laboriosa, da qual momento per tutti ‘Mamma Agnese’,  diventa una partigiana, cerca i compagni e si da alla macchia. Non solo sarà lei a cucinare e a sostenerli in tutti i modi, ma diventerà un’ottima consigliera: in alcuni casi saranno proprio le sue indicazioni a determinare la riuscita di alcuni agguati.

In ogni pagina, nonostante la sua crudezza, tutto è sotto lo sguardo di Agnese ed è lei la vera protagonista della storia, una figura femminile straordinaria perchè capace di cose straordinarie, così piena di onestà e di amore verso gli altri, così schiva (arrossisce ogni volta che manifesta il suo pensiero) e allo stesso tempo punto di riferimento fondamentale per il suo gruppo. Leggere questo romanzo ci fa capire quanto la libertà che spesso sottovalutiamo e che soprattutto non sappiamo usare, magari cercando di impegnarci ogni giorno in una resistenza che abbia come obiettivo la difesa di alcuni valori (quelli che Agnese impersona), sia ancora un bene prezioso, un bene da tutelare e da difendere contro ogni tipo di attacco (quante volte tentano di metterci il bavaglio?). Anche se la fine è tragica, così come il titolo già ci indica, è proprio considerando questo tipo di sacrificio che dovremmo sentirci fortunati di essere nati in tempi migliori.

La storia di Agnese, così commuovente, ha anche ispirato il film omonimo di Giuliano Montaldo, uscito nel ’76 (la Viganò non fece in tempo a vederlo perchè morì qualche mese prima) magistralmente interpretato da Ingrid Thulin (nei panni della protagonista) e da Massimo Girotti (un intenso Palita).

Una storia da leggere e da vedere, perchè la nebbia dell’oblio non avvolga anche la nostra mente.

Gilda Camero

Il prete giusto

In Letture, Pensiero, Recensioni on aprile 24, 2010 at 10:41 pm

“Sono nato a Limone, nel 1907, e porto il nome Raimondo, del mio nonno paterno e del mio fratellino morto forse nel 1901 a un anno e mezzo di età. Noi siamo i Viale di Mundatti, della tribù dei Mundu, dei Raimondi. Mia madre voleva che portassi il nome di suo padre, Giovanni, ma quando sono nato mia madre era a letto, e così mio padre ne ha approfittato – era l’unico momento in cui poteva comandare – e mi ha chiamato Raimondo.”

“Il prete giusto” si presenta come facevano gli uomini di una volta, i quali non si limitavano a fornire nome e cognome ma dicevano anche di chi erano figli, da dove venivano e il perché del proprio nome, quasi volessero mostrare consapevolezza dell’importanza delle proprie radici.

Don Viale è un uomo buono e coraggioso che di abbassare lo sguardo di fronte alle ingiustizie non ne ha mai voluto sapere, rimanendo della stessa idea anche dopo le bastonate dei fascisti, l’arresto, il carcere, gli anni di confino, il disprezzo da parte delle gerarchie ecclesiali, la diffidenza dei fedeli e la solitudine. Esser liberi ed integri, a volte, comporta anche questo.

Don Raimondo nell’estate del 1982 decide di affidare le proprie memorie a Nuto Revelli raccontandosi allo scrittore piemontese che le raccoglie non dimenticando di annotare, ed interpretare, gli eloquenti silenzi del parroco ribelle di Borgo San Dalmazzo. Don Raimondo racconta i drammi collettivi che il suo secolo gli ha imposto: la dittatura fascista, la guerra, l’8 settembre, la lotta partigiana, le stragi naziste e fasciste, la persecuzione degli ebrei. E il suo affrontarli esponendosi sempre in prima persona per cercare di aiutare Abele in fuga da Caino. Quello che ne scaturisce è un libro in cui niente risulta essere superfluo e, giunti alla fine, si ha la stessa sensazione che regala il colloquio con un vecchio incontrato per caso, il quale è ben lieto di offrire una lezione di vita a chi è disposto ad ascoltarlo.

Leggendo questa testimonianza ho trovato una delle più belle definizioni di “resistenza”, definita e descritta in maniera sublime dalle parole di un uomo che sa cosa dice senza mostrare esitazioni nell’affermare il proprio pensiero:

“Appartengo al clero e mi vanto di appartenerci. Ma tra il clero sono pochi quelli che sanno capire la mentalità degli altri. La mia mentalità è evangelica nel senso vero del termine: la resistenza. Sì, la resistenza che è una dote dell’uomo maturo, dell’uomo che rifiuta tutto ciò che è ingiusto, e si ribella, si ribella…La Bibbia è piena di resistenza, da Mosè, da Giacobbe…, fino all’Apocalisse che è tutta una resistenza. La resistenza è perciò cosa sacra, è un elemento di vita che conserva la vita e respinge tutto quello che è contrario alla dignità umana e alla vita stessa. E’ resistenza non farmi intimidire da un vescovo, da un prefetto, da un questore. Qualsiasi cittadino, cristiano o non cristiano, deve poter dire a chi detiene il potere: <Non voglio offenderla, ma su questo punto io sono convinto del contrario>. “

“La libertà è come l’aria, ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare” disse Piero Calamandrei nel 1955 agli studenti di Milano. Parole eterne, sempre attuali. Non tutti gli uomini ne sono consapevoli e i più riescono a farne a meno, lasciandosi avvolgere dalle nebbie dell’indifferenza e dal desiderio del quieto vivere, accontentandosi di una vita forse lunga e tranquilla ma tanto vuota quanto miserabile. Don Viale non rinuncia alla sua libertà neanche in vecchiaia:

La chiesa deve disporre di un suo capitale per vivere dignitosamente. Ma che poi vada a braccetto con i grandi speculatori finanziari, con dei banchieri tipo Sindona, tipo Calvi, ah questo no…E allora cancelli anche la festa di San Francesco, cancellatela, toglietela, regalatela piuttosto ai buddisti. Questa mia sincerità è discutibilissima. Io non solo sono discusso ma condannato dalla maggioranza. Ma io morirò così, spero di morire così.

Il mondo è dei puri di cuore. Questa è Resistenza.

Giorgio Castriota