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Intervista a Primo Levi, ex deportato

In Pensiero, Recensioni, Storia on gennaio 16, 2013 at 10:01 am

PRIMO LEVI EX DEPORTATO

Nel 1982 il Consiglio regionale del Piemonte e il Dipartimento di Storia dell’Università di Torino promossero una raccolta di “storie di vita” raccogliendo le testimonianze di 220 deportati nei campi di sterminio sopravvissuti alla follia nazista. Tra questi vi era anche il torinese Primo Levi. Questo libro riporta il testo integrale dell’intervista che Anna Bravo e Federico Cereja realizzarono dialogando con l’autore di “Se questo è un uomo”.

La riproposizione è fedele: nulla è stato omesso nella trascrizione, sono riportate anche le parole solo accennate, le sovrapposizioni e le pause; chi ne conosce la voce non farà fatica ad “ascoltare” Primo Levi che, con il suo tono pacato, riprende i temi principali della sua opera di scrittore, mantenendo però l’umiltà del testimone, uno dei tanti, aspettando le domande e non anticipando mai i suoi interlocutori con i quali dialoga usando frasi brevi, asciutte e precise: ogni parola sembra essere frutto di un lungo e incessante lavoro di levigatura.

Perché leggere oggi un’intervista a Primo Levi vecchia di trent’anni? In un tempo in cui non c’è tempo, può essere utile fermarsi a riflettere sulle riflessioni di un “testimone del vissuto”? La domanda è pertinente dato che la maggior parte delle immagini che abbiamo di quest’uomo è in bianco e nero e  i suoi libri popolano gli scaffali delle librerie ormai da decenni.

Quella di Primo Levi è una generazione a cui la storia ha chiesto indubbiamente troppo; la mia, che di quella generazione è due volte figlia, costretta in un precariato esistenziale inedito e dalle conseguenze – allo stato attuale – difficilmente prevedibili, fatica a dirsi adulta e matura. Fioca è la luce che rischiara il domani. La storia, si sa, è maestra di vita, conoscerla aiuta, se non a trovare la retta via, almeno a scansare quella nefasta. Le riflessioni di Primo Levi possono pertanto aiutare ad avere più luce a disposizione e “vedere” più in là.

Robert Antelme, che ha passato gli ultimi tre anni di guerra in un lager tedesco, autore de “La specie umana”, un classico della letteratura concentrazionaria, ebbe a dire in un’intervista che è necessario che i lettori comprendano che i libri sulla deportazione non sono antologie dell’orrore, bensì strumenti di cultura. Bene, usiamoli.

Giorgio Castriota

27 gennaio 1945, ore 11:59

In Pensiero, Radio Primo Levi, Storia on gennaio 27, 2011 at 10:00 am

[Wstawac]

[Vergogna] [Arbitrio] [Abominio] [Donna] [Primo Levi] [Tiergartenstrasse 4] [Darfur] [Maria Claudia Falcone] [1945] [Violenza inutile] [Sommersi] [Salvati] [Addio Mamma] [Perché proprio io] [Pidocchi] [Fame] [Dio aiutami] [Basta] [Morte] [Orrore] [Terra] [Fame] [E’ ancora viva] [Non voglio morire] [Voglio morire] [Nunca mas] [Wstawac] [Inverno] [Fango] [Vi prego basta] [Dio dove sei?] [Uomo dove sei?] [Rape] [Palestina occupata] [Perché] [SS] [Muoio] [Matite spezzate] [Genova] [Desaparecidos] [Mafia] [Resistenza] [Sant’Anna di Stazzema] [Peppino Impastato] [Puzza] [Rabbia] [Piaghe] [Perché mi sono salvato?] [Perché non reagisco] [Odio] [Ghetto] [Indifferenza] [Rana d’inverno] [Mezzo pane] [Klu Klux Klan] [Moglie] [Rancido] [Addio Papà] [Martin Luther King] [Dove siete?] [Cioccolato] [Don Peppe Diana] [Omosessuali] [Triangolo viola] [174517] [Etiam si omnes, ego non] [Lista] [Uccidere] [Misericordia] [L’alba ci colse come un tradimento]

[Warum? Hier ist kein warum]

Dopo l’ultimo testimone

In Letture, Recensioni, Storia contemporanea on gennaio 27, 2010 at 12:21 am

Cosa succederà dopo che l’ultimo superstite dei campi di sterminio nazisti sarà scomparso? Qual è la funzione della “giornata della memoria”? Quali sono i meccanismi e i tempi della memoria? Quali i compiti di chi sopravviverà all’ultimo testimone? Su queste e molte altre domande riflette, e aiuta a far riflettere, David Bidussa in un libricino di poco più di cento pagine ma denso come il granito.

La razza umana continua a commettere i medesimi errori con immutato orrore da millenni, sembra che nessuna lezione possa essere sufficiente ad educarla a ciò che è giusto. La saggezza rimane una forma d’ingenuità: “mai più” si disse dopo la Shoah, “mai dire mai” ricorderanno più realisticamente le cronache della guerra in Jugoslavia dei primi anni novanta e il terribile massacro ruandese del 1994, uno dei più sanguinosi episodi della storia del XX secolo: dal 6 aprile, per circa 100 giorni, vennero massacrate sistematicamente a colpi di armi da fuoco, machete e bastoni chiodati un milione di persone. In entrambi i casi, sullo sfondo, l’indifferenza e la viltà della comunità internazionale.

A cosa serve allora ricordare? Senza dubbio serve a riflettere, serve a esplorare quella che Primo Levi definì “zona grigia”, e cioè quell’area di contiguità tra vittima e carnefice che ne sfuma le differenze trasfigurando l’una nell’altra; serve a farci capire che fuori o dentro il lager gli uomini sono molto lontani da ciò che vorrebbero essere e che quello che in tempo di pace può essere un rispettabile impiegato di banca, in tempo di guerra può diventare un diligente comandante di un lager e gioire per essere riuscito a “liquidare in un sol giorno più di 9.000 persone” traendone il medesimo compiacimento. L’esperienza del lager pone l’obbligo di formulare inquietanti domande sulla natura stessa dell’essere umano. “I sommersi e i salvati” di Primo Levi, ad esempio, rappresenta un luogo complicato della riflessione contemporanea. Non è un testo consolatorio. Al contrario impone e si impone una condizione di estrema lucidità. Nella riflessione di Primo Levi la testimonianza non ha valore conoscitivo su quanto è avvenuto, ma è finalizzata a definire un’analisi antropologica dell’uomo. Il racconto dell’esperienza del lager nel lavoro di Primo Levi rappresenta la possibilità di fondare delle categorie di comportamento non necessariamente legate all’esperienza concentrazionaria, e quindi valide anche per il “dopo”. La memoria dunque non riguarda ciò che è materialmente avvenuto ma le forme e i modi con cui noi costruiamo la storia di ciò che è successo funzionalmente ad una consapevolezza pubblica di che cosa sia la storia o il passato. Una interessante prospettiva da assumere per onorare costruttivamente la memoria può venire da una riflessione della filosofa tedesca Hannah Arendt:

“Se è vero che ogni pensiero incomincia con un ricordo è anche vero che nessun ricordo rimane sicuro se non è condensato e distillato in un sistema di nozioni concettuali entro il quale può ulteriormente elaborarsi. Le esperienze e anche le storie che germogliano da ciò che gli uomini fanno e soffrono, dai loro casi, e dalle loro vicende, risprofondano nella futilità propria delle parole e delle azioni viventi, se non se ne parla continuamente in ogni momento. Ciò che salva le vicenda dei mortali dalla loro intrinseca futilità è solo questo incessante parlarne, che a sua volta resta futile se non scaturiscono dei concetti, segnali indicatori per i futuri ricordi e anche solo per un semplice riferimento.”

Un giorno chi ha conosciuto le atrocità del lager non ci sarà più, non potrà più parlarci. Toccherà a noi “che viviamo nelle nostre tiepide case e che tornando a sera troviamo cibo caldo e visi amici” passare a chi ci seguirà il testimone della memoria. Ne saremo capaci?

Giorgio Castriota

Le mie ultime parole – Lettere dalla Shoah

In Letture, Pensiero, Recensioni, Storia contemporanea on gennaio 28, 2009 at 10:55 am

ultime-lettere

Una lettera è un’anima, un’eco fedele della voce che parla (Honoré de Balzac).

Quello che affidiamo a po­che righe o a migliaia di pa­ro­le su una pagina è sicuramente quanto di più intimo, delicato, profondo abbiamo . Le lettere diventano le mappe nella personale geografia dei sentimenti di ciascuno e come una fotografia semantica, fermano un tempo nella sua assolutezza.

Sen­ti­menti che rimangono lì, intoccabili, difesi dalla labilità dei ricordi, dalle rughe che segnano il viso, e che spesso rivivono nella loro bellezza o drammaticità quando quelle stesse frasi tornano a farsi sentire e a farsi leggere. Così come regalano emozioni forti quelle racchiuse nello straordinario volume Le mie ultime parole – Lettere dalla Shoah (Editori Laterza) a cura di Zwi Bacharach (l’edizione italiana è a cura di Fiorella Gabizon): testimonianze di quello che è avvenuto ma da una prospettiva particolare, quella privata, in cui le singole vicende, narrate dalla voce, accorata, appassionata dei protagonisti si intrecciano come spesso accade con i grandi avvenimenti della storia (in questo caso da cancellare perchè è quella legata allo sterminio di milioni di persone nei campi di concentramento nazista).

So­no pagine di amore verso la famiglia uno degli elementi che da sempre caratterizza l’eb­rais­mo: lo strazio degli abbracci mancati, a volte dell’impossibilità di non aver avuto modo di salutare i propri cari o di averli visti andar via lontano, la consapevolezza della fine imminente o il non sapere nulla del destino terribile che si stava compiendo. Proba­bil­mente nessuno degli au­to­ri di questi frammenti d’anima avrà avuto la consapevolezza che quello che veniva scritto alla madre, alla sorella, alla moglie, agli amici sarebbe diventato documento, de­nuncia, narrazione dell’orrore: quello che qui emerge è l’esperienza personale di ciascuno che permette di ritrovare però degli elementi comuni, primo fra tutti il tentativo di l’eliminazione graduale di ogni forma di umanità.

Scritte tra il ’38 e il ’42, le lettere, sono state spedite da chi abitava nelle grandi città europee prima dei rastrellamenti di massa, da chi invece era nei lager e da quelli che vivevano in clandestinità. An­che se (quando lo sterminio diventò sistematico), erano sottoposte a censura e spesso i messaggi erano cifrati, molte si sono salvate e sono custodite negli archivi dopo essere state donate dai familiari o dagli stessi deportati sopravvissuti: molte, tra quelle recuperate,  vennero gettate dagli ebrei che si trovavano sui treni diretti ai campi. Quasi miracolosamente qualcuno le ha raccolte e le ha inviate all’indirizzo indicato: un gesto che, per chi non ha più ri­vi­sto i suoi cari, sarà stato im­pa­gabile.

In quasi tutte le lettere (la maggior parte vengono dal­la Polonia) da un lato la spon­taneità delle sensazioni, i pensieri di ‘cura’ per gli scampati all’orrore e dall’altro un u­ni­co grande coro nell’essere ri­cor­dati dalle generazioni future. La stessa lettera diventa un yizkor, quella che viene definita preghiera commemorativa in cui il morto è chiamato per nome e per colui che la recita, l’identificazione con chi non c’è più, diventa intima e significativa. Così come spesso viene chiesto ai parenti di organizzare un yahrzeit, un giorno per il ricordo (i riferimenti sono alla data di deportazione o a quello che precede l’esecuzione), che inevitabilmente ci ricollega alla giornata della memoria istituita il 27 gennaio.

Sono lettere toccanti, lunghissime, brevi riflessioni sul senso dell’esistenza (escluse quelle, pochissime, che invece sono degli ebrei che non potendo più sopportare le atrocità subite decidono di togliersi la vita), pensieri che riescono ad andare oltre il filo spinato attraverso le  ali eterne della speranza e a guardare ad un futuro migliore.

A parlare, a raccontare, a scrivere, uomini e donne che non sono più tornati, a cui è stato sottratto tragicamente e preventivamente il nuovo di un tempo non ancora giunto. Quello che ci pia­ce pensare è che quelle parole, che possiamo ora rileggere per non dimenticare, ab­biano aiutato chi ha dovuto continuare a vivere con un vuo­to così grande per sempre accanto, ad andare avanti, ad innamorarsi ancora, a guardare verso il cielo ogni mattina, a stupirsi di ogni bimbo che nasce. Nonostante tutto.

Gilda Camero