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Darwin

In Musica, Politica, Recensioni, Teatro on dicembre 10, 2008 at 11:00 pm

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Tra i tanti meriti che andrebbero unanimamente riconosciuti a Charles Darwin c’è anche quello di aver dato al Banco Del Mutuo Soccorso l’ispirazione per questo meraviglioso concept-album, concetto sempre più lontano dal comprensibile visto che oggi tutto serve subito, meglio se prima di subito, per poi essere gettato via e quindi, inesorabilmente, dimenticato.

Darwin è un capolavoro della musica rock progressiva, italiana e non solo. Il prog-rock è musica per menti progressive, per menti che, anche a costo di sbagliare, “provano a pensare un po’ diverso”.

Correva l’anno di grazia 1972. Il Banco aveva già deliziato pubblico e critica con un esordio favoloso contenuto in una confezione a forma di salvadanaio. Meraviglia tra le tante meraviglie del prog. Meravigliosi anni settanta.

Difficile parlare di questo o di quel brano, tuttavia non si può non fare una menzione particolare per “750.000 anni fa…l’amore?”, una delle più belle canzoni d’amore che io abbia mai ascoltato. Poesia allo stato puro. Racconto di un amore impossibile: quello tra uno scimmione preistorico e una creatura meravigliosa “corpo steso dai larghi fianchi…possederti, sì possederti. Anche per una volta sola”. Amore impossibile, eppure che amore: “Se fossi mia davvero di gocce d’acqua vestirei il tuo seno, poi sotto ai piedi tuoi veli di vento e foglie stenderei…ti porterei in verdi campi e danzerei sotto la luna con te”. Basta ascoltarla ad occhi chiusi per rivivere le emozioni del primo amore adolescenziale non corrisposto. E qui chi è senza peccato scagli pure la prima pietra.

Eccoli gli enormi dinosauri, intenti a ballare al ritmo morbido de “La danza dei grandi rettili”, a passo felpato, ora seri ora sorridenti, da soli o in coppia, eleganti, disinibiti, sinuosi. Prima del congedo definitivo da questo pianeta.

Darwin va ascoltato dall’inizio alla fine, senza soluzione di continuità, isolandosi dal mondo e dichiarando il tempo “fuori giurisdizione”. Ed io ora domando tempo al tempo ed egli mi risponde…non ne ho!

La musica scorre via, accarezza, scuote, affascina e, su tutto, l’insegnamento di un uomo che ci guarda da polverosi ritratti con la sua barba candida, con i folti sopraccigli un po’ tristi, al quale devono molto gli uomini e le donne che non si accontentano di consolarsi con miti di dèi e giganti… “lo sforzo di capire l’universo è una delle pochissime cose che innalzano la vita umana al di sopra del livello di una farsa, conferendole un po’ della dignità della tragedia”.

Giorgio Castriota

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Madri senza terra

In Musica, Recensioni on settembre 30, 2008 at 8:43 am

La musica degli Abash è musica nobile, di quella che si crede di conoscere già al primo ascolto, ma non in quanto già ascoltata ma perchè, sin da subito, la si sente propria. Forse perché è scritta e suonata con passione.

Gli Abash possono a buon diritto fregiarsi del titolo di “progressive rock band”, nel senso primigenio del termine e cioè quello accostabile ad una formazione che ricerca costantemente la progressione del suono, senza dimenticare, in questo caso, le proprie radici musicali che affondano in egual misura nella tradizione grecanico salentina e nel rock duro.

Alla band di Maurilio Gigante ed Anna Rita Luceri va riconosciuto il merito di non essersi lasciata attrarre dalle inebrianti lusinghe delle tante sirene che popolano le notti del Dio che balla, tanto di moda da qualche anno a questa parte, e di aver comunque interpretato la cultura mediterranea in un modo assolutamente originale.

“Madri senza terra” è un disco suonato in maniera egregia ed ottimamente prodotto, il missaggio concede uguale dignità ad ogni strumento ed a guadagnarne sono la compattezza e l’omogeneità del suono che risulta essere vivo e graffiante. Gli Abash sono ottimi musicisti che sanno come conciliare melodia e virtuosismo, qui mai fine a se stesso ma sempre al servizio dell’economia generale del sound.

Ascoltando “Otranto 14 agosto 1480” ad occhi chiusi sembra quasi di vederle le galee di Acmet Pascià che compaiono all’orizzonte e se la fascinosa Idrusa non è solo figlia della penna di Maria Corti non potrà che aver avuto la voce di Anna Rita Luceri.

Poesia e amore salveranno il mondo…ma anche la buona musica degli Abash potrà darci una mano!

Giorgio Castriota