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Posts Tagged ‘terrorismo’

Il terrorismo italiano 1970/1978

In Pensiero, Politica, Storia contemporanea on aprile 1, 2013 at 4:16 pm

BOCCA

Comprendere la realtà è un processo lungo e articolato, talvolta insidioso. Spesso, approcciandosi per la prima volta ad un tema, si è spinti ad una semplificazione tendente a distinguere i buoni dai cattivi, ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, il facile dal difficile. Superata questa fase, se nel frattempo non si è cambiato argomento, appaiono all’orizzonte, sicure del proprio passo quasi fossero soldati di ventura, quattro direzioni d’indagine ben sintetizzate dalla formula “come, dove, quando, perchè”.

Applicare questa procedura di apprendimento all’argomento “terrorismo italiano” implica, come minimo, il dover fare i conti con una gastrite da stress. Provare per credere. Come se ne viene fuori? In due modi: lasciando perdere oppure scegliendo di leggere buoni libri scritti da chi, con competenza, ha ritenuto utile mettere per iscritto, con onestà, il proprio pensiero. A questa categoria ritengo si possa annoverare “Il terrorismo italiano” di Giorgio Bocca.

Il testo, pubblicato per la prima volta nel gennaio del 1979, quindi pochi mesi dopo l’assassinio di Aldo Moro, chiama le cose con il proprio nome, fugge da facili dietrologie ed esprime le opinioni dell’autore in maniera nitida e senza possibili fraintendimenti. E su questo forse è il caso di spendere qualche parola: un concetto che viene espresso con chiarezza è da considerarsi, in ogni caso, una benedizione che dallo scarno insieme delle cose buone cala sul capo di chi ne beneficia. Soprattutto se non lo si condivide; perchè da questo si possono prendere le distanze e, conseguentemente, dare forza alle proprie idee, ai propri convincimenti. Viceversa ci si può ritrovare a godere del conforto che regala il sentirsi meno soli.

Un esempio illustrerà meglio questo mio pensiero. A proposito degli slogan pronunciati dalle BR al maxiprocesso di Torino (“disarticoliamo lo stato delle multinazionali, proletari di tutto il mondo uniamoci”), l’autore scrive:

Il processo serve a capire che nella vicenda terroristica c’è un enorme equivoco di partenza: che questo della società tardo industriale, sia uno stato articolato, diciamo un congegno di precisione che si può far saltare; e non l’immane, complessa, pachidermica sovrapposizione di interessi, di ceti, di redditi, di privilegi grandi e piccoli, di favori, di difese, di solidarietà corporative e di gruppo che procede, magari verso la catastrofe, ma inarrestabile. Vergogna per la crudeltà inutile da una parte e per i brigatisti ridotti a fiere in gabbia; per i divieti assurdi per le visite dei parenti, alla corrispondenza, senza capire che se si rifiuta il modo di reprimere tedesco lo si deve rifiutare in toto. Vergogna per le ingiustizie sociali, le impudicizie e i delitti sociali che ci sono e restano, comunque vada la vicenda delle brigate rosse: vergogna per la pigrizia, per la noia mortale, per le stesse facce dei nostri governanti, sempre le stesse da trenta anni, che sono forse l’unica vera giustificazione di una reazione terroristica.”

Parole che non assolvono alcuno e che hanno il coraggio della denuncia: ciascuno ha le proprie responsabilità di fronte alla storia, e queste responsabilità Giorgio Bocca elenca senza sconti per nessuna delle parti coinvolte.

Infine, a margine, un’ultima riflessione sull’attualità del testo citato. Addolora infatti constatare che, a distanza di oltre trent’anni, la descrizione dello stato italiano continui ad essere vergognosamente calzante.

Giorgio Castriota

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La banda Baader Meinhof

In Cinema, Politica, Recensioni, Storia contemporanea on novembre 19, 2008 at 1:33 am

La Banda Baader Meinhof

La banda Baader Meinhof (Germania, 2008)

  • Regia– Uli Edel
  • Interpreti– Martina Gedeck, Moritz Bleibtreu, Johanna Wokalek, Bruno Ganz
  • Genere– storico, drammatico
  • Durata– 155′.

Noi abbiamo imparato che continuare a parlare, senza agire, è un errore”. Questo è stato il principio ispiratore di tanti movimenti, pacifisti, armati, di Destra, Sinistra, Centro, ecc. La storia, però, c’insegna che qualsiasi azione, senza una direzione, un pensiero, è fine a sé stessa. Può essere, talvolta, anche negativa, specie quando ci scappa il morto. E di esempi così, la storia del mondo è piena.

In Germania, negli anni Settanta, tre giovani, Ulrike Meinhof, Andreas Baader e Gudrun Ensslin fondano una cellula terroristica denominata: Banda Baader-Meinhoff. I giovani si scagliano contro le istituzioni tedesche, accusate di essere complici dell’imperialismo americano. La banda si trasforma velocemente in un movimento politico/terroristico noto con la sigla RAF, sorella delle BR italiane. Dopo numerose azioni violente, i capi della RAF saranno catturati dalla polizia tedesca e rinchiusi nel carcere di massima sicurezza di Stammheim, dove trovano la loro morte in un suicidio collettivo, le cui reali modalità non sono mai state chiarite.

La banda Baader Meinhof, tratto dal libro di Stefan Aust, fondamentale saggio scritto nel 1985, non è un film capolavoro, ma importantissimo. Non solo per la sostanza del suo contenuto, tratto da vicende storicamente documentate, ma anche per gli aspetti registici, comunque pregevoli. A partire dal cast, tutto di massimo livello e in stato di grazia (chi perché proviene da un lavoro duro come Quattro minuti, chi perché già attore del bellissimo Le vite degli altri, chi, come Bruno Ganz, perché non ne sbaglia uno), per le scenografie con le quali sono stati ricostruiti gli ambienti degli anni di piombo tedeschi, l’eccellente fotografia con la quale tali ambienti sono stati resi, ma soprattutto per la particolarità di come sono state ricostruite le vicende, non seguendo una linea perfettamente cronologica e consequenziale. Per cui, quello a cui assiste lo spettatore è una sorta di mostra che concatena quadri drammaturgici, intervallati da altrettanti quadri, che hanno la funzione di incorniciare l’opera, perché si tratta di materiali di repertorio. E’ evidente come Uli Edel e lo stesso co-sceneggiatore, Aust, abbiano lavorato per sottrazione: ci sono meno dialoghi e tante vere e proprie scene d’azione, la cui tensione ha una resa incredibile grazie ad una regia asciutta, priva di qualsiasi rigore estetizzante. Anche se il film esteticamente eccelle.

Sorprende lo stesso lavoro degli sceneggiatori e della loro capacità di non elevare affatto i rivoluzionari tedeschi come degli eroi o delle vittime dello Stato imperialista. Piuttosto sono la meglio gioventù tedesca, raffigurati come degli idealisti il cui scopo era quello di riuscire a creare una società più umana, senza accorgesi che sbagliavano nell’uso degli strumenti, disumani e violenti. Convinti che bastava capire solo alcune differenze: “una pietra lanciata contro una vetrina è un atto criminale, mille pietre sono un’azione politica”. Molte, curiosamente le affinità che si possono ravvisare con il gruppo terroristico italiano, a partire dalla descrizione delle azioni dei rapimenti, che tanto ricordano quello di Aldo Moro.

Negli ultimi anni il cinema tedesco si è spesso trovato a ragionare sul passato e sulle ferite ancora aperte del secolo scorso. Tutto è avvenuto mediante pellicole di ampia visibilità, di grandi produzioni, in cui il gusto narrativo accompagna l’esposizione storica. Basti pensare a film come La caduta e il recente Le vite degli altri, fino a Goodbye, Lenin. La banda Baeder Meinhof si inserisce perfettamente nella lista di una grande ed importante produzione cinematografica, di assoluta valenza storica, oltre che artistica. E quando è possibile tale connubio, si tratta di grande cinema. Perché è quello che cambia le vite degli altri, specie dopo le tante cadute a cui la storia costringe. Ce n’è per tutti in questo meraviglioso film, per chi è convinto pacifista, ma anche per chi crede ancora, ostinatamente, nella ‘guerra giusta’, perché è vero quello che nello stesso film si afferma pesantemente: “coloro che fanno violenza sui popoli, quando tale violenza se la ritrovano a casa, impazziscono”. Chi ha orecchi, intenda. Ma è dato capire anche ai sordi, perché l’orrore della guerra, dell’odio e della violenza, priva lo sguardo a chiunque.

Giancarlo Visitilli

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Il Presidio Primo Levi allarga gli orizzonti e si arricchisce di nuovi contenuti grazie alla prestigiosa firma di Giancarlo Visitilli, critico cinematografico e scrittore, nonchè invidiato collezionista di ottima musica.  Benvenuto.

Spingendo la notte più in là

In Letture, Recensioni, Storia contemporanea on novembre 5, 2008 at 2:02 pm

spingendo-la-notte

Ricordo come fosse ieri l’edizione straordinaria del telegiornale che annunciava la strage alla stazione di Bologna, era il 2 agosto 1980, ricordo lo sgomento e la tristezza che quelle immagini mi procurarono. Ero un bimbo e non capivo, ora sono un uomo e continuo a non capire. Non capisco perché nel Paese in cui vivo certe verità continuino ad essere inaccessibili, precluse, blindate.

Da quando sono nato sento parlare di “anni di piombo”, di “strategia della tensione” ,  di “terroristi”, ma per quanto mi sia sforzato non sono riuscito a vedere nitidamente le tante verità che hanno seminato e fatto germogliare un odio cieco e spietato che ha causato tanto dolore e tanti lutti a troppe famiglie italiane. Una cosa però l’ho appresa in anni di letture notturne, tanto silenziose quanto preziose: la dignità dei parenti delle vittime.

Mario Calabresi è il figlio del commissario Luigi Calabresi, ucciso il 17 maggio del 1972 con due colpi di pistola sparati alle spalle. Uccidere un uomo sparandogli alle spalle è un atto di una viltà estrema.

La storia dell’omicidio Calabresi è indissolubilmente legata a quella di Giuseppe Pinelli, l’anarchico morto precipitando dalla finestra dell’ufficio del commissario Calabresi durante un interrogatorio condotto all’interno delle indagini per la bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana. La madre di tutte le stragi. Ancora senza colpevoli.

Il commissario Calabresi fu accusato dell’omicidio di Pinelli e fu vittima di una campagna di stampa, condotta soprattutto da Lotta Continua, che, di fatto, lo condannò a morte. L’innocenza di Calabresi, venne stabilita dalle indagini e da due sentenze della magistratura. Postume.

“Giuseppe Pinelli e Luigi Calabresi accomunati da quasi quarant’anni, un tempo più lungo di quello che gli fu dato di vivere. Usati uno contro l’altro, in un braccio di ferro infinito, uno dei tanti che paralizza il Paese e lo tiene costretto con la testa rivolta al passato. Anche per noi sono sempre stati accomunati, da bambini pensavamo che anche Pinelli non era tornato a casa una sera dalle sue bambine e restavamo in silenzio quando qualcuno pronunciava il suo nome. Mamma ce ne parlava con delicatezza, legava i due destini, non li ha mai contrapposti. Un giorno mi ha dato da leggere l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters e mentre me l’allungava, ma continuava a tenerla stretta in mano, mi raccontò che era stato Pinelli a regalarla a papà, un Natale. Non so dire se fossero amici, erano su sponde diverse, e ci vuole pudore quando si parla dei morti, ma sicuramente in casa nostra Giuseppe Pinelli non è mai stato un nemico.”

Mario Calabresi racconta come la sua famiglia abbia scelto, con coraggio e dignità, di “Spingere la notte più in là”.

La storia di una famiglia italiana ferita dal terrorismo che tutti dovrebbero conoscere.

Giorgio Castriota

Mario Calabresi racconta suo padre a Ballarò